Vincenzo Segreti: Storia del Carnevale di Amantea

segreti vincenzo La Storia del Carnevale di Amantea
di Vincenzo Segreti

Il Carnevale, erede dei Saturnali romani, in origine era il banchetto d’addio alla carne («carnem levare»), che si svolgeva la sera innanzi al Mercoledì delle Ceneri1.

carnevale-1965-1Questo sontuoso pranzo attraverso i secoli è diventato la festa dell’allegria, della gioia di vivere, dell’oraziano «carpe diem», che si contrappone alla morte e alla miseria. Inoltre, nel Carnevale viene rappresentato il mondo alla rovescia e la trasgressione è istituzionalizzata e tollerata. Scarna, ma significativa è la storia della settimana grassa ad Amantea. Le prime notizie sul Carnevale risalgono al 1635, quando, come si legge in un documento d’epoca, il mastrogiurato della città fu costretto ad intervenire con gli armati per sedare una gigantesca rissa, scoppiata improvvisamente2. Nei secoli XVIII e XIX sulla festa di piazza s’imposero i balli in maschera della nobiltà e della borghesia, che, per distinguersi dalla «forsennata marmaglia», si divertivano nei palazzi, danzando al suono di tipiche orchestre3. Durante il ventennio fascista, il Carnevale si celebrava in tono minore per ragioni di pubblica sicurezza, che vietavano i camuffamenti e le maschere sul volto dei partecipanti, e per mancanza di libertà d’espressione, che non consentiva la satira di costume, soprattutto nei confronti dei gerarchi e del clero4. Nel dopoguerra, il Carnevale amanteano crebbe qualitativamente, culminando nella storica manifestazione del 1953. Per iniziativa di un gruppo di artigiani, di professionisti e di studenti si potenziò la tradizione delle farse, dei canti e delle danze popolari all’aperto; mentre per la prima volta s’introducevano nel corteo dei mascherati qualche carro allegorico. Su questa falsa riga nel 1966 si ebbe una vera rappresentazione carnevalesca con la partecipazione di otto artistici e simbolici carri; ma, purtroppo, tramontava l’aspetto folkloristico e teatrale della manifestazione, che successivamente si tramutava in una inconcludente e disordinata gazzarra, sfogo di frustrazioni represse e a volte occasione di violenza e di teppismo. Il Carnevale perdeva i suoi connotati fino a quando, sul finire degli anni ‘70, la «Polisportiva M. De Luca» ripropose la manifestazione migliorandone l’apparato scenografico. Seguì un lungo periodo di disorganizzazione della festa, che solo di recente, dopo alcuni generosi tentativi di un gruppo di cittadini, il benemerito «Comitato Carnevale Città di Amantea», intitolato alla memoria di Giuseppe Brusco (un falegname, ingegnoso costruttore dei primi carri), ha migliorato con la creazione di artistici manufatti caricaturali e con l’opportuna dislocazione delle varie maschere nella sfilata. Inoltre, la fondazione si impegna a riscoprire e ad incentivare le peculiarità tradizionali del Carnevale, che, pur nella necessaria distinzione culturale, rimane aperto alla partecipazione degli altri centri del comprensorio.

***

Nata da una cultura marinara e contadina di sussistenza, la settimana grassa di Amantea presentava originali caratteristiche socio-antropologiche, degne di essere menzionate ed analizzate al fine stimolare una più approfondita ricerca in quest’interessante settore.

Negli ultimi tre giorni del Carnevale, come in altri paesi calabresi, si sospendeva ogni lavoro per i divertimenti e le grandi abbuffate, seguendo alla lettera l’antico adagio: «Duminica, luni e marti s’abbannununu tutti l’arti. /Sunu i tri juorni i Carnulevari e si pensa a cancariari». Gli scherzi non solo erano leciti, ma dovevano essere sopportati di buon grado («A Carnulevari ogni scherzu vali»). Chi non osservava queste regole veniva afferrato dai «mascherati», i quali, dopo avergli imbrattato il volto di fuliggine, trascinavano il malcapitato per le vie del paese tra urli e fischi assordanti6.

Per uno dei misteriosi fili, che legano tra loro le culture popolari di diverse estrazioni, con il passare del tempo, il Carnevale locale si arricchiva di contenuti, diventando un autentico spettacolo pubblico. Esso aveva interessanti analogie per la «messa in scena», i costumi, le farse, gli scherzi e i canti salaci con le pasquinate romane e la Commedia dell’arte7. Il re della sfilata era naturalmente «Carnulevari», simbolo della voracità e della ghiottoneria, accompagnato dalla moglie «Corajisima», una donna sfiorita per gli anni, isterica, autoritaria e contraddittoria, che desiderava la morte del marito come una liberazione, ma che poi ne piangeva con disperazione la scomparsa.

carnevale-1965-2Le importanti maschere, che ridicolizzano l’aristocrazia, le cariche pubbliche e le professioni, raffigurano il «Barone» («’u Baruni»), che in atteggiamento arrogante indossava abiti stravaganti ed impugnava il frustino; il «Giudice» («’u Judici» in toga, saccente amministratore della giustizia a senso unico; il «Medico» («’u Miedicu»), più seguace di Bacco e di Venere che di Esculapio nelle cure delle malattie; 1’«Avvocato» («l’Avucatu»), un azzeccagarbugli imbroglione e scroccone, il «Notaio» («’u Notaru»), goffo e ciarliero depositario dei segreti e degli atti dei notabili. Personaggi ambivalenti erano: il «Sindaco» («’u Sinnacu») nelle vesti di despota prepotente o di squallida figura, che deteneva il potere per nome e per conto dei maggiorenti; il «Prete» («’u Prieviti»), ora curato di campagna, timoroso, ignorante e povero, ora prelato dotto, elegante, gaudente, amico dei ricchi. Fra le maschere popolari: «’u Coscinuotu», un gobbo furbo, lascivo e malizioso; «’a Pacchiana», tina prosperosa popolana allegra, sempliciotta assetata d’amore; «’u Jaccheru»~ un vanitoso dongiovanni in frac, millantatore di fantastiche imprese soprattutto eroiche; «’u Tavernuotu», oste rubicondo, beone e parolaio; «’u Politicu<, ipocrita voltagabbana intrallazzista e raggiratore degli elettori; l’immancabile «Jugale», personaggio calabrese per antonomasia, che alternava astuzia a scemenza.

Una particolarità del carnevale amanteano erano le maschere di gruppo, che davano coralmente una ridicola testimonianza dei ceti benestanti e una rappresentazione realistica delle classi subalterne, sottolineandone le differenze socioeconomiche. Gli aristocratici si mostravano comicamente altezzosi ed eleganti; i commercianti sfoggiavano abiti vistosi e tenevano bene in vista nelle tasche del panciotto l’orologio con la catena d’oro; i pescatori in abito da lavoro con le reti in mano erano accompagnati dalle mogli, che indossavano ampie e dimesse vesti e portavano in bilico sul capo un recipiente di latta, ricolmo di pesci («’a lannia ccu li pisci»); i mulattieri attaccabrighe sui muli in costume di fustagno e con il cappello a larghe tese sulle ventitré; i contadini parsimoniosi con i vestiti rattoppati e le scarpe grosse, seguiti dalle loro compagne, che recavano cesti e canestri, pieni di prodotti agricoli.

Ad aprire e chiudere il corteo erano i «fratelli», che, incappucciati, indossavano i camici delle locali confraternite. Essi mostravano una emblematica ambiguità: ora anonimi pulcinella, che rallegravano il pubblico con lazzi e piroette; ora paurosi fantasmi, che evocavano la morte, mai del tutto esorcizzata.

Per un lungo tempo, le maschere erano rappresentate da uomini; le donne apparvero alla ribalta dopo la seconda guerra mondiale per la loro tardiva emancipazione sociale, dando maggiore credibilità ai personaggi femminili. Ma spesso accadeva che, per provare le emozioni del sesso diverso e per rendere più buffa e movimentata la scena, maschi e femmine si scambiassero i ruoli8. Le maschere, divise in gruppi (uno per rione) giravano per la città a piedi o su carri, trainati da buoi o da muli e su corrette, spinte a mano, veicoli variopinti o addobbati alla meglio.

carnevale-1965-3Lo spettacolo, rappresentato martedì grasso per i quartieri della città, consisteva in danze, canti popolari al suono di un’improvvisata e stonata fanfara e, principalmente, in scenette, strofette, motti, piccole farse, basate sull’abilità mimica e la facile battuta, che mettevano alla berlina i maggiorenti e manifestavano un momento di felicità di fronte alle amarezze dell’esistenza, l’esortazione alla crapula, il desiderio di libertà. Tuttavia nella rappresentazione aleggiava l’ombra del pessimismo dei diseredati e la rassegnazione alla miseria, anche se il popolo sull’onda di una lucida «follia» («semel in anno licet insanire») si svincolava dalle frustrazioni e realizzava la propria rivalsa sulle classi privilegiate, dalle quali, per il resto dell’anno, subiva soprusi ed angherie. A mo’ d’esempio riportiamo alcuni significativi ed estemporanei versi, che fanno parte della nostra raccolta. «Quannu Carruzzu passe da Taverna, / Si fa cuntu che passe du’mbiernu. / China u fis-chia e china u chiacchiaria / Ed illu si raccumanne l’anima a Diu». Era la risposta che il popolo in rivolta dava al dispotico sindaco Carlo Furgiuele9’ che nel 1920 aveva intimorito i suoi avversari politici con questa minacciosa rima baciata: «Io sono l’aquila dei cento artigli,/Vi mangio tutti, vi sbrano i figli».

Con fare allusivo e spudoratamente osceno così si esprimeva un focoso medico: «Iu signu u miedicu i Purmentinu. / Ppe’ medicini puortu vajani. /Si ti nn’ussiettu una la matina, ni va’sazia ppe’na settimana».   
Con malizia una popolana disinibita e pettegola metteva in evidenza il prepotente desiderio di sposarsi di una "cieca" e di un vedovo (tal ‘Giuseppe’), entrambi travolti dalla passione erotica:’Ohi tu, ca stai ‘i casa a llu cummientu (ex convento dei Cappuccini adattato a civile abitazione-n.d.a.), /a Catucastru cc’è na cecata/ca va grattannu i mura ppe maritu./Juseppe, ch’è veduvu rimastu,/ha alli carni lu stessu chiuritu’ 

Dai canto suo il giudice in momento di sincera riflessione: «Passa ppe’ lu munnu ‘a giustizia umana /ed è ‘na gran puttana. / Ccu lli ministri e serbituri sui, /a futti cumu vu’». Di rimando un avvocato del contado, attratto dal guadagno e per nulla preoccupato della sorte dei suoi disonesti clienti: «In signu nu buonu avucatu, / ca difiemrnu i causi perduti. / Signu venutu i supra i Terrati / ppe’ difenniri si puorci fricati».

Un povero invita i suoi simili ad approfittare della trasgressione del Carnevale, prima di ritornare nell’indigenza: «Viviti tutti vinu a crepapanza. / Mangiativi a frittata i vermicielli, /Cumpurtativi senza cchiù crianza, / Ca c’è tiempu ‘i turnari povarelli!» Ma con amara rassegnazione risponde un compagno di sventura: «Carnulevaru fu di li cuntienti, / Ppe’ cchi appe carne e maccarruni assai. / Amaru fuozi iu cu n’eppi nenti/E alla calata d’u suli mi curcai».

Infine «Corajisima» così piange la morte dell’ingordo marito: «Carnulevaru miu, Carnulevari, / Vinu e sazizza n’à ncullatu assai / E si crepatu propiu ppe’ mangiari, / Lassannumi scunzulata e mienz’i guai».

A queste anonime composizioni dialettali faceva riscontro una versione amanteana della celebre farsa ottocentesca in ottave «Lu testamientu e’ Carnulevaru» di Costantino Jaccino da Celico, un vero inno alla filosofia «epicurea», che Carnevale attraverso un avaro notaio lascia in eredità ai posteri; una composizione non priva di sentimenti di giustizia e di uguaglianza10. Questa una parte significativa del testamento:

«.../All’articulu secunnu /Iu mi sientu di lassari/Tuttu quantu lu miu funnu / A china sa cancariari. /i sazizzi e lli prisutti/Iu li lassu a lli farabutti,/Vijulari a lli mangiuni, /Cupiccuolli a lli riccuni. / E sazizze e su pressate / Lassu a schette e maritate, /A quatrare e vecchiarelle / Lingue i puorcu e purmunelle. / Ed a tutti i ‘mbriacuni/Vinu a fiaschi e a fiascuni/... /x’.

Una recente ed esilarante commedia è «A frittata i Carnulevari» dell’amanteano Salvatore Sciandra, un atto unico in prosa, che descrive minuziosamente con divertita ironia il pantagruelico banchetto di Carnevale, un uomo dai cento volti e a suo modo sincero, schiavo dei piaceri del cibo e attorniato da personaggi della stessa caratura. Ecco come il protagonista si presenta e si compiace del suo insaziabile appetito nel dialogo con il cantiniere: «Iu signu Vicienzu Carnulevari... e alla Mantia tutti mi canusciunu... ‘Nu juornu signu spazzinu e nautru spezialu, ‘nu juornu prufessuri e n’autru marinaru.. .Pua signu dutturi e muraturi, cummercianti, zappaturi e cantinaru...’A gula ‘un canusce prufessioni, ‘un tene patrunati, ‘u sgrillu piace a tuttie un c’è differenza. Anzi, sapissi quanta gente litterata si ‘ncugne di sazizza e su pressata, i patati fritti e piattuni i rapi!...». Poi il cantiniere, versando un bicchiere di vino: «Allura è miegliu ca cuminciamu sa jurnata!» (Alzando il bicchiere) «Salute, Carnulevari! Buon pro ti faccia!. .. ». E la risposta di Carnevale: «Arapiti stentinu, cci cci passe sa lavina ! »

carnevale-1965-4Epigrammi e parodie furono composte da Francesco Mileti ed Antonio Gagliardi11. Il primo, che, fra l’altro, fu uno dei più attivi promotori del Partito d’Azione in Calabria, nelle sue poesie in lingua con pungente satira fustiga il malcostume e la politica reazionaria delle classi dominanti nell’Amantea del secondo dopoguerra, cogliendo il nesso fra la loro ottusa supremazia e la mancanza dello sviluppo sociale e democratico della città. Il secondo, un talento naturale, recitava con irresistibile comicità le sue carnevalate in vernacolo. Quest’estroso «capocomico» ampliava i suoi canovacci e, fra lazzi e buffonerie, delineava un quadro della realtà amanteana, dove agivano uomini prepotenti ed avidi di ricchezza, ma anche persone umili e maltrattate in grado di riscattarsi con il riso, il sogno, la saggezza popolare e, all’occorrenza, con l’aperta ribellione. In questo filone si annoverano Saverio Porzio, giornalista ed autore di sceneggiate, e Fortunato Marinari, cantante lirico ed esperto di teatro, i quali furono fra gli ideatori di una classifica della «Volata dei cervelli liquefatti», che, il 21 luglio di ogni anno con l’entrata del solleone, riproponeva motivi carnevaleschi, evidenziando a margine, con acuto e mordace sarcasmo, pregi (si fa per dire) e difetti degli amanteani più estrosi ed imprevedibili12.

Il Carnevale amanteano terminava con il funerale del suo massimo esponente scoppiato per avere ingurgitato troppo cibo e vino, nonostante l’intervento di grotteschi dottori. L’avvenimento era annunciato dalla folla con il grido, più volte ripetuto: «E’ muortu, è muortu Vicienzu Carnulevari!»13. Il nome apparteneva probabilmente ad un uomo grasso e mangione, che divenne l’immagine della stessa festa. A sera inoltrata, sulla piazza principale l’enorme fantoccio era dato alle fiamme fra gli schiamazzi e le risa del pubblico14.

Si chiudeva così il ciclo della gozzoviglia e dell’incontrollata allegria e si apriva il periodo penitenziale della Quaresima. Per il passato questo periodo liturgico era incarnato dalla maschera di Corajisima che acquistava la forma di donna-pupazzo, velata di nero e adorna di sette penne di gallo e con un limone in bocca, in quasi tutti i paesi della regione, veniva esposta sulle finestre e sui balconi come segno di espiazione’5.

Sotto il profilo culinario la tradizione del Carnevale, che esalta anche il rituale del maiale, è rimasta inalterata. Ancora si consumano un minestrone, preparato con verza, «‘nduglia» (un insaccato di polmone di maiale con pepe piccante) o «cuorij» (la cotenna del suino); «i frìttuli» (la cotenna, i piedi e le orecchie del maiale, cotti nella sugna); la salciccia fritta con rape o patate; «‘a gnalatina» (pezzi di carne di maiale macerati nell’aceto). Il piatto più importante è la «frittata d’ova», confezionata con i vermicelli, la salsiccia e la «risimoglia» (i saporiti residui del grasso cotto del maiale); mentre il vino rosso è d’obbligo. 

Se una volta, durante il Carnevale i poveri potevano soddisfarsi di cibo e bevande, a spese della comunità, e raggranellare qualche soldo, ancora oggi resta cordiale l’accoglienza, che le maschere ricevono nelle case. Nessuno ha mai rifiutato vitto, vino e danaro perché, secondo la credenza, colui che respinge questi ospiti apportatori di gioia e di buone nuove, andrà incontro a disgrazie e a malanni.

Ora, per non disperdere questo straordinario patrimonio culturale, non solo occorre un’efficace operazione di recupero della tradizione, ma anche l’istituzione di un laboratorio del Carnevale amanteano da affiancare all’officina dei carri, che perpetui ed innovi i valori dell’antico Carnevale. Elevare l’aspetto artistico, folklorico e «teatrale» significa conferire caratteri di originalità alla manifestazione, che solo così si potrà distinguere in tutta la Calabria, arrecando evidenti vantaggi alla comunità sotto il profilo turistico e socioeconomico.

Intanto è importante che arrivino nuovi contributi, volti a valorizzare il patrimonio amanteano delle tradizioni popolari, come il volume di Fabrizio Berardone Amantea Sacra e Profana, una lucida e documentata analisi sulla festa del carnevale e sui riti della Settimana Santa, visti nell'ottica del turismo culturale.

                                      NOTE

  1. Cfr., Enciclopedia Italiana, Roma, 1951, vol.IX, pp. 98-99, alla voce «Carnevale».

2. Vedi, Documenti d’epoca, fasc.III, ‘<Archivio Cavallo-Marincola>’, Amantea.

3. V.. Segreti, Breve storia economica e sociale diAmantea, 1985, p.38.

4. Notizia riferita da Gaetano Bonavita.

 5. L’autore in stiffelio e bombetta fu il presentatore della manifestazione.

6. Informazione avuta da Antonio Sicoli sen.

7. Le influenze della Commedia dell’arte e delle pasquinate sui vari Carnevali sono trattate ampiamente in M. Apollonio, Storia della Commedia dell’arte, Roma, 1930, passim.

8. Tipi di mascherati sono stati descritti oralmente dal compianto Fortunato Marinari.

9. Per la rivolta popolare del febbraio 1920 contro Carlo Furgiuele si rimanda a: R.Musi’, Le barricate di Amantea in «Bollettino dell’Istituto per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea», n.1, a. 1990, pp.12-16.

10. L’esame comparativo dei due testi chiarisce definitivamente che l’anonima farsa amanteana è posteriore e quindi deriva dall’operetta del Jaccino.

11. I testi dei due autori, di cui si ha viva memoria, sono, purtroppo, introvabili.

12. Testimonianza resa da Rocco Segreti sen.

13. A. Rossi-R. De Simone, Carnevale si chiamava Vincenzo, Roma, s.d.

14. M.T. Florio De Luca, Amantea. Tradizioni e folklore, Cosenza, 1972, p 96.

15. Ibidem.



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Commenti  

 
#1 FRANCO DANESE 2015-01-22 16:28
Grazie caro Vincenzo per ricordarci questi cenni storici di carnevale. Un abbraccio fraterno ed amanteano dall'Argentina. -
Citazione
 

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