‘U muörtu ai pescatori

marineria amantea

Amantea, antropologia marinara
‘U muörtu ai pescatori, ovvero l’ingaggio annuale

La formazione delle ciurme a San Giovanni

E’ questo uno spaccato di socialità marinara di notevole valore antropologico, conosciuto parzialmente dalle generazioni più anziane d’area, quasi sconosciuto dalle generazioni più giovani con antenati pescatori. I non appartenenti alla categoria non sono mai venuti a contatto con tale spaccato, se non qualche esponente della comunicazione. L’argomento è variamente citato su qualche fonte documentale.

Tale usanza, di cui non è dato sapere l’origine, è rimasta in voga fino agli anni ’50.
Si tratta di una modalità totalmente assimilabile al calcio mercato attuale in cui si opera con acquisti, cessioni, ingaggi, premio partita. Vediamo.

A quei tempi l’attività marinara prevalente era la lampara finalizzata alla pesca del pesce azzurro: sarde, alici, sauri, tonnetti, ecc.
Le operazioni di pesca con la lampara vengono effettuate da una ciurma di 8-10 persone disposte su due barche:
-una barca grande (‘a varca o cianciola) nella quale trovano posto le reti e la ciurma;
-una barca piccola (‘u battellu) sulla quale è fissata la lampara con la presenza del solo lampista (a volte in due).
Le operazioni di pesca possono risultare lunghe e le decisioni sul da fare sono demandate al lampista che osserva le dinamiche dei pesci sotto la lampara, valutando quando è il momento di attivarsi (jiri alla cala). Fino a quando il lampista rimane in osservazione i pescatori della barca grande restano immobili, assopiti sul paiolato o sotto la prua (‘i vasciu).
Nelle operazioni di pesca la barca piccola con la lampara resta immobile con ‘i pisci sutt’a lampa e la barca grande cala la rete in acqua accerchiando il pallone di pesce attratto dalla luce.
I pescatori della barca grande si dispongono sulla murata e recuperano la rete. Il pesce pescato viene collocato nelle cassette e posto nella barca piccola.
In relazione al quadro generale (orario, il già pescato, condizioni tempo) si decide se continuare la pesca o rientrare a terra.
In tale contesto si consolida l’affiatamento della ciurma che raggiunge un ottimale livello lavorativo, di amicizia personale, d’intesa complessiva.

Le ciurme del passato non erano organismi estemporanei, ma nemmeno di grande durata: si formavano ogni anno.
Il giorno in cui avvenivano le composizioni delle ciurme era, tassativamente, il 24 giugno, nella ricorrenza di San Giovanni.
Si evidenzia che esistevano due marinerie amanteane: neanche a dirlo, quella della Chjazza e quella della Taverna e, ovviamente, occupavano le rispettive spiagge: da Chjazza e da Taverna, appunto.
Le ciurme dei due ambiti cittadini erano formate quasi esclusivamente da pescatori della zona.
Eccezionalmente pescatori di un quartiere confluivano in ciurme dell’altra zona.
Neanche nelle attività di formazione delle ciurme, del 24 giugno,  si fondevano i due contesti.
La marineria ’i vasciu (tavernuota) era solita raggrupparsi sulla spiaggia, a ridosso della ferrovia o del vecchio campo sportivo, nello spazio che va dal sottopasso FS di via Margherita all’attuale piazzola di Padre Pio.
Le trattative della marineria ‘i supra (chjazzitana) si svolgevano all’aperto sul muretto che andava da Pantalia ai ruderi del teatro Carratelli (ora belvedere Piscitiello) e sulla gradinata della chiesa matrice.

Era un giorno attesissimo, soprattutto dalle donne della marineria, per l’utilità che ne derivava e per la naturale curiosità di conoscere gli spostamenti di pescatori da una ciurma all’altra.
In realtà i trasferimenti erano già noti e relativi a figure secondarie nella scala consolidata del prestigio marinaro. Contrattazioni vere e proprie non esistevano se non in casi eccezionali.

Chi non ha un vissuto d’ambito marinaro ignora la complessità di tale mestiere, generalmente ritenuto attività di basso livello: non è affatto così, non è per niente così.
Nelle forme più elevate il pescatore è una fonte di sapere, destrezza, abilità che possiamo definire di livello apicale nella scala delle capacità individuali.

Devo però aggiungere che un pescatore molto “svogliato” è una persona che non sa fare quasi niente.
Questa condizione ricade parallelamente per il mestiere del contadino.
Per qualunque lavoro manuale, nella tradizione amanteana, è esistito il “titolo” di mastru: muratore, falegname, sarto, imbianchino, meccanico, calzolaio, ecc.
Solo pescatori e contadini, oltre ad esserne stati esclusi, sono stati ancor più vilipesi: i pescatori con il dispregiativo marinarazzi e i contadini con la deminutio capitis zappaturu.
Una risposta ho provato a darmi per i pescatori: in realtà la gente di terra non sa assolutamente niente sulla complessità del mestiere del mare e giudica per come vede sulla spiaggia i pescatori: rumorosi, caotici, consunti.
Ma una ragione deve pur esservi se la religione dei cristiani ha affidato a non pochi pescatori il ruolo di apostoli.
Nella mia vita professionale ho avuto a che fare con professori universitari, docenti scolastici, primari d’ospedale, dirigenti d’ambito statale, imprenditori, professionisti.
Ebbene si, molte volte mi sono inorgoglito pensando al saper fare di marinarazzi e zappaturi.

Ritorniamo alle ciurme.

Gli spostamenti dei pescatori “fuoriclasse” tra ciurme non erano ricorrenti in quanto generalmente si trattava di proprietari delle barche o affini o San Giuvannu (compari). Quando ciò avveniva era per subentrate condizioni d’incompatibilità o di nuove relazioni d’apparentamento o comparatico con altri proprietari.
L’ansiosa attesa del 24 giugno era determinata dall’ingaggio annuale che i proprietari dovevano riconoscere, e versare, ai pescatori che componevano la ciurma.
Tale riconoscimento economico veniva definito ‘U Muörtu.
Ogni proprietario-capobarca stabiliva l’entità dell’ingaggio (generalmente lo stesso importo in tutte le ciurme) che veniva versato ad ogni pescatore.
’U muörtu risultava essere preziosissimo per qualche bisogno familiare incombente e, in genere, un valido sostegno per il corredo delle figlie femmine.
Accettare ‘u muörtu legava il pescatore a quella ciurma per un anno. Non esisteva alcuna forma scritta in quanto considerato un impegno tra gentiluomini. Un pescatore aveva facoltà di cambiare ciurma durante l’anno restituendo i dodicesimi dei mesi rimanenti.
L’impegno di appartenenza era tassativo per la pesca con la lampara; per gli altri tipi di pesca non v’era rigidità in quanto un proprietario di lampara poteva non essere attrezzato per tutte le varianti strumentali di pesca.
Nella ricorrenza del S.Giovanni venivano definite anche le quote parti spettanti alla proprietà e alla ciurma.
Dopo la composizione della ciurma, alla prima occasione possibile, il proprietario invitava i pescatori nella propria abitazione ad un convivio che consolidava lo spirito di squadra.

Fino agli inizi degli anni ’50 metà del pescato andava alla proprietà e metà alla ciurma.
Dal 1952 arrivarono ad Amantea nuove forme di reti (cianciola) ampie e pescosissime.
Con l’adeguamento alla nuova rete la ripartizione del pescato divenne 1/3 (nu tierzu) per la proprietà e 2/3 (dua tierzi) per la ciurma.
La quota di pescato destinata alla ciurma generalmente veniva ripartita equamente tra i pescatori dividendola in tante parti uguali con priorità di scelta, sul pescato della nottata, definita alla conta (allu tuöccu).
Ma vi erano varianti di ripartizione per attitudini e compiti supplementari.
Un giovanissimo (poco più che adolescente) che si avviava al mestiere percepiva ¼ (na quarta) di una parte che gradualmente diventava ½ , ¾ e infine una parte intera tra i 18/20 anni.
Gli anziani o gli impediti da motivazioni di salute, non andavano a pescare, ma si rendevano utili a terra nelle attività di approntamento e pulizia. Anche a costoro si riconosceva una frazione di parte, ma non percepivano 'u muörtu.
Un ulteriore riconoscimento era destinato ai conzaturi, ovvero coloro che aggiustavano le reti.
Tale compenso consisteva in ½ di parte (na menza parte).
Se i conzaturi della ciurma erano più persone la menza parta (in valore monetario) veniva accantonata e distribuita a Natale (una specie di tredicesima o di TFR).
Nel periodo della ripartizione natalizia, per i vicoli della Cicala, si facevano vivi ‘i cummissi (venditori di corredo) presso le famiglie beneficiarie dell’extra retributivo, facendo affari per le tante ragazze da marito esistenti.
Se l’addetto alle riparazione nella ciurma era solo uno generalmente la menza parta in pesce veniva acquisita al momento della ripartizione del pescato giornaliero.

A quei tempi il filo delle reti era di cotone e gli strappi erano un flagello in ogni battuta di pesca. Quando la barca rientrava a terra, dopo sommari riordino e pulizia, le reti venivano distese sulla spiaggia per farle asciugare; fatto ciò tutti i pescatori si dileguavano velocemente verso casa.
Restavano sul luogo l’anziano addetto alle pulizie (se c’era), il pescatore conzaturu abile nella manutenzione delle reti e il proprietario.
Storicamente i proprietari sono stati quasi sempre conzaturi.
Metter mani alla struttura di una rete era, ed è, praticamente un mestiere ulteriore considerando la variabilità e complessità delle reti: cianciola, tartana, sciabica, sciabachiellu, rizzilli, ‘ncazzillata.
Per esser più chiari, pensando alla costruzione di una casa, è come se un elettricista facesse anche l’impianto idraulico.

Una particolare menzione merita la figura del lampista che è la personalità d’eccellenza del contesto. Vari sono i suoi compiti determinanti per la riuscita della pesca:
 -capire se intorno al riverbero della luce in acqua vi siano pesci, di che specie e quantità osservando forma e dimensioni delle bollicine emergenti (vissichelli);
-valutare il momento di calare la rete e gli accorgimenti tenendo conto della corrente marina e del vento;
-in caso di pescosità valutare rapidamente se continuare o rientrare anticipando la “concorrenza”.
-in caso di assenza di vissichelle valutare dove portarsi;
Spesso il lampista è anche conzaturu e proprietario.

Questa spaccato di cultura marinara, cosi poco conosciuto, è un patrimonio ormai estinto che vale la pena raccontare e, per chi voglia (mi verrebbe di dire Malavoglia), leggere riflettendo sui valori espressi e sui pregiudizi maturati e non taciuti.
Antonio Cima 08-11-2013

Una ciurma pronta per una uscita - fino agli anni '60 si andava verso sud a vela aiutati dal maestrale, poi si rientrava a remi - si partiva nel pomeriggio alla presenza di curiosi - foto del 1936
marineria amantea a

La spartizione del pescato - foto '70
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La rete distesa sulla spiaggia per l'asciugatura e la riparazione - foto '50
marineria amantea c

La riparazione della rete da parte dei conzaturi - notare la vummula dell'acqua necessaria visto il lungo tempo necessario per la riparazione - foto '40
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Dopo le riparazioni, la rete dalla spiaggia viene riportata nella barca per la prossima uscita - foto 50
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'U muru 'i Pantalia dove avvenivano le trattative per la formazione delle ciurme - foto 1926
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spiazzo presso teatro Carratelli - qui avvenivano le trattative per la formazione delle ciurme - foto '80
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La palizzata del campo sportivo (ora lungomare zona Padre Pio); in questo ambito la marineria tavernuota era solita ritrovarsi - foto '40
marineria amantea h

Operazioni di tinteggiatura delle reti - i componenti della ciurma partecipavano al completo - foto '50
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Convivi occasionali della ciurma sulla spiaggia; in occasione di tinteggiatura delle reti o di attività di manutenzione varia - foto '50
marineria amantea l

Colui che probabilmente è stato il più grande pescatore della storia della marineria amanteana: Gaetano Aloe (Gatanu di quattru fratelli) - negli anni '50 è stato comandante di peschereccio nel lago Tanganica nell'allora Congo Belga (oggi Repubblica Democratica del Congo).
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foto recente ultime versioni di lampara
Si va a pesca - La barca grande con la ciurma porta a rimorchio la barca piccola con il lampista
marineria amantea n

Il lampista da solo nel battello con la lampara scruta le condizioni che si detereminano nel mare decidendo in realizione a ciò che osserva - sullo sfondo il panorama di Amantea
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Quando il lampista decide di Jiri alla cala lui rimane nel battello mentre la ciurma dalla barca grande recupera la rete.
marineria amantea p

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Commenti  

 
#16 Mimmo 2013-11-12 15:44
Complimenti per la passione con la quale trasmetti gli spaccati di vita passata e presente (anche con l'ausilio di foto) della tua comunità. Il racconto delle tradizioni, con dovizia di particolari, credo che in te nascondano il desiderio (e la speranza) che le stesse non si perdano mai. Emozionante la descrizione del rito che avviene il giorno di San Giovanni (aspetto che non conoscevo e del quale, seppure frequento Amantea da circa 40 anni, non ne avevo mai sentito parlare). Bravo
Citazione
 
 
#15 silvana 2013-11-10 21:24
E' un articolo bellissimo,da cui traspare passione,orgogl io e riconoscimento dei valori del passato, quando una semplice stretta di mano bastava per suggellare un accordo. E' emozionante leggere e ricordare luoghi, situazioni, termini ormai in disuso e riconoscere nelle foto tante persone legate ai miei ricordi di bambina chiazzitana.
Citazione
 
 
#14 eugenio 2013-11-10 17:09
io ho una lampara che era dei miei antenati aloe.
la storia e diciamo le esperienze del passato dovrebbero servirci a non commettere gli stessi errori,a creare un solido basamento su cui costruire il ponte per il futuro.
chi ha interesse a sgretolare le conoscenze dei nostri avi lo fa per propinarci le sue e costringerci a vivere in modo da creare ricchezza solo per lui.
leviamoci i paraocchi,alzia mo la schiena,abbiamo tutte le ragioni e le conoscenze per farlo.
Citazione
 
 
#13 saraceno 2013-11-10 01:16
bei tempi veramente quando regnava l'equilibrio sociale e il rispetto reciproco i marinai allora stentavano però tiravano a campare dignitosamente mentre i contadini viveno un pochettino meglio perche i campi sinceramente producono piu del mare in quanto il coltivato era per tutto l'anno mentre il mare non sempre era clemente.
Citazione
 
 
#12 Pasquale Grimaldi 2013-11-09 18:44
Complimenti: grande articolo. Meriterebbe un piccolo volume: tutta questa memoria potrebbe andare persa.
Citazione
 
 
#11 futuro prossimo 2013-11-09 16:41
per Presente:
Il tuo commento rispecchia perfettamente la nostra realtà. Ma neanche parlare di futuro non è reato. Penso che i giovani debbano avere una visione futuristica del presente.
Citazione
 
 
#10 amanteano 2013-11-09 16:36
AMO IL PASSATO,ED OGNI VOLTA CHE GUARDO LE FOTO,DI QUALSIVOGLIA SERVIZIO,SENTO UNA BELLISSIMA MALINCONIA.NON PRETENDO DA CHI NON HA VISSUTO QUELLA BELLISSIMA VTA,DI CAPIRE CERTE EMOZIONI.
Citazione
 
 
#9 Presente 2013-11-09 16:22
non so quanti anni ha Futuro Prossimo ma non è difficile valutare che quì è tutto tristemente Passato e vecchio nell'approcciar si ad un futuro che appare altrettanto triste. Parlare del passato che ha connotati sofferti ma positivi non è reato.
Citazione
 
 
#8 Antonio Cima 2013-11-09 15:18
per futuro prossimo:
non so cosa rispondere
Citazione
 
 
#7 futuro prossimo 2013-11-09 13:20
Vedo che si pensa al passato anziché al futuro.
Citazione
 

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