Salvatore Sciandra: Gli altarini di S.Antonio

sciandra salvatore Cartolina illustrata di Salvatore Sciandra 
storia amanteana tra poesia e prosa:
gli altarini di Sant'Antonio della Calavecchia

Divenivano sistematici e molto frequenti, e il fico, che per la veglia del 12

                                                                           Cartolina Illustrata

                                                                           di Salvatore Sciandra

<<Taratàn…taratàn…tararàtaratàn…>>, l’allegro rullìo di tamburi e il <<Perepè…perepè…pereperepepè…>> sfiatato di una trombetta di postiglione, annunciavano l’entrata in scena di due pupazzi: Orlando ed Angelica che imponenti, svettanti, quasi terrificanti per noi ragazzi, apparivano dal “vicu da Taverna” per salire, dalla silicata, in Piazza.

     Era finita ormai la gara ciclistica e tante attrattive si trasferivano su.
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    Orlando seguiva Angelica per conquistarne l’amore, noi seguivamo quel corteo, organizzato dai pupari e dai cantastorie siciliani, che animavano da sempre le sagre popolari, per godere di quella allegria che ci offriva la cultura e la fantasia popolari.

     Atmosfera d’altri tempi. Brividi lungo la schiena ed emozioni che appartengono soltanto all’età dell’innocenza. Il 13 giugno era diverso dalle altre feste. Le sue coordinate non si potevano né si raffrontavano con Natale e Pasqua o La Fiera dei morti, o San Giovanni, o San Rocco. Tutte feste con caratteristiche diverse. Quella era semplicemente “ ‘a festa ‘i sant’Antonu”.

     Ricordo…

     Dal 10 in poi, i sopralluoghi divenivano sistematici e molto frequenti, e il fico, che per la veglia del 12 maturava i primi frutti –‘i primijuri - ,mi accoglieva tra i suoi rami fragili e nodosi, senza mai deludere le mie aspettative. Lucertole e gechi mi sbarravano l’ascesa e mi contendevano i rami più alti, proprio là dove lucevano i fioroni che si offrivano civettuoli alle mie mani, ormai maturi, tra le foglie più rade. Percuotevo, di salirvi, con una robusta canna e mi affacciavo tra quei “curunielli” che, in quel periodo dell’anno, era baciati, dal primo pomeriggio fino al tramonto, dai raggi del sole di fine primavera che, sovente, oltre il muro della “Mmaculatella”, offriva attimi per coinvolgimenti dell’anima.

     Che splendida festa quella del Patrono di Amantea!

     Segnava di fatto, anche senza esserne data ufficiale, la fine degli anni scolastici. L’inizio delle lunghe vacanze estive. Sensazioni uniche.

     Alla Calavecchia, il mio quartiere (ah! Come avrei voluto avere la penna di Pratolini!), la frenesìa, per preparare la <<due giorni>>, era visibile e vivibile anche per chi scendeva dalla silicata del monumento o per chi entrava dal “vicu da Taverna”. Protagoniste erano le donne, giovani o anziane. Tutto ruotava attorno a loro, tutto filtrava da una precisa e accordata loro consulenza. Noi ragazzi eravamo assoldati come corrieri per il trasporto di merce leggera; per i lavori più pesanti e pericolosi, qualche uomo che era sfuggito, senza premeditazione, alla traversata atlantica sulle navi della <<deportazione senza catene>>, sperando in un lavoro nelle Americhe.

   L’Altarino. Il vero protagonista era lui; tutto ruotava attorno a lui. ‘A cummà Taluzza era il caporale di giornata, dirigeva i lavori secondo uno schema consolidato nel tempo. D’altronde, allestire un altarino significava anche promuovere l’inventiva di un quartiere, quanta grande fosse la folla che vi partecipava, sfidare gli altri quartieri.

     Quello della Calavecchia, doveva essere l’altarino più bello, il più frequentato, il più ricco.

     Il rito aveva inizio nel pomeriggio: zà Rosa ‘i Grigoriu offriva il suo magazzino di terraglie. Era un posto strategico. La porta, posta tra due contrafforti ( sembrava l’entrata di un tempio Assiro-Babilonese), imponente in quell’abside naturale, ospitava il tavolino di ‘Ntonu ‘a Sucarola che fungeva d’altare. Come sfondo, come arazzo, si sceglieva il “damasco” più bello ( ‘u tumasc-cu) e che doveva avere al centro qualche bella figura e con le frange o le greche. Per augurio si alternavano negli anni.

     Ai lati, raccolti con nastri a colori, a mò di tende,venivano messi i due damaschi color bordò del corredo di cummà Taluzza che non erano mai stati usati. Erano concessi per voto. Chiudevano le pareti laterali i “tumasc-chi” spurii. Io portavo quello di mia madre, color verde bottiglia, di cui avevo sempre voglia di sentire l’odore di naftalina che rimaneva per giorni nelle narici. Veniva usato per coprire il tavolo dell’altarino. Sopra quel tavolino venivano messe ricchissime tovaglie ricamate ed intarsio o “ filè”. Ai piedi il tappeto della “Locanda Molinari”. Su due colonnine di legno, due bellissime felci: quelle di mia nonna Maria in vasi di Seminara. Accanto al tappeto due rigogliosissime ortensie di Costanza.

     Quando tutto era apparecchiato si andava a prendere LUI, Sant’Antonio.

     La statua era di proprietà di cummà Tiresella ‘a Cevana che, dopo averla spolverata per bene, la faceva trovare pronta sulla sua buffetta.

     Si portava il Santo in processione tra gli evviva e gli schiamazzi di gioia di quelle decine di fanciulle che con in testa Annuzza d’Iduzza ‘i Grigoriu e Anna Maria ‘i Cicchina Jurillu, cercavano di rivaleggiare con noi maschietti più maschilisti nella forma che nei contenuti.

     Posta sull’altarino, la statua riceveva la prima investitura: quella del “nastro azzurro” a cui veniva spillato il primo dollaro americano. Le buone annate si valutavano dal numero dei nastri, con i soldi, che venivano consegnati, il 13 pomeriggio, al passaggio della processione con relativa sosta e suonata della banda.

     Prima di cena tutto era pronto. La gente che passava dalla Calavecchia doveva , per forza, passarvi davanti. Una guantiera, accanto al santo, riceveva le offerte in monetine; a tutti era offerta la “figurella” . I soldi di carta venivano appuntati direttamente ai nastri. Cummà Taluzza controllava.

     La veglia aveva inizio con il santo rosario:Filumena da Civita, Vittoria ‘i Vitu, Maria ‘i Carru, Artenzia, Tiresina, Cuncetta, Tiresella , Maria ‘i Rusariu, Peppinella d’Achille,Sarafina, Ninella ‘i Grigoriu, Maria, Annita, ‘Ntoniella, Luvisella ,AngiulinaPascalina, Veneranda, Maria i Mastrusaverinu, Aduzza, Annuzza, Mariella, Rita, Franchinella, Mariela d’Artenzia, Angiulella d’artenzia, Flora i Cicchina, Rosinella , Rosetta, Mariella, Annuzza, Lina, Adriana, Claretta, Giuseppina, Custanza….e quante ne restano ancora! Una popolazione che si dava appuntamento davanti l’altarino per ascoltare le lettere di Armando B. che arrivavano dal Venezuela, recitate da Pietro o da Natuzzu: << Mi raccomando…acqua càuda e sapunetta…’a cummà Taluzza è ‘na disdetta>> e poi la voce, intonatissima, di Filumena che iniziava i canti…<<Sant’Antonio, giglio giocondo…và girando per tutto il mondo…>>.

     A mezzanotte il sonno vinceva i più giovani . I più furbi, e quelli che avevano assistito al concerto bandistico, sapevano che nella nottata ci sarebbe stato altro. Totonnu ‘i Saru, Renatu, ‘Ntonu, Natuzzu, Rafele, Vicienzu, Coluzzu, Cicciu, Nicola…conoscevano il segreto: polpette, le prime melanzanelle ripiene,, sipressata, formaggio, panutuostu, taralli, vino, gazzosa, e forse una sigaretta mericana, e si passava la nottata a “guardari” a Sant’Antoniu.

Renatu, Alduzzu, Peppiniellu ‘u nerbusu, Vicienzu, Turillu, Lissandru, Aldo,, Ruoccu, Rodolfu,, Benitu, Maruzzu, Robertu, Peppiniellu, Toniucciu, Minicucciu, Carminucciu, Lucianu ,Chiurillu, Cannonieru, Sardama, Pinuzzu, Michecolla, Marcellu, Vicenziellu, Totò…quelli del giorno dopo.

     Il 13 le salve della Dragamine, ancorata di fronte alla rotonda, salutavano il nuovo giorno e la festa.

     Io, Memelo e Michele, un anno siamo andati a nuoto fino alla nave. Sembrava vicina. Tanti, di quell’avventura, hanno chiesto asilo alle barche che erano andate sotto bordo a salutare i marinai di quell’unità; noi, imperterriti, abbiamo continuato il nostro omaggio a nuoto. Michele si è lasciato trasportare dalla corrente: spiaggiamento nei pressi di Pietratagliata. Io e Memelo, nuotando controcorrente, tra Catocastro e la marina da Chiazza.

     Chissà se ci saranno ancora ‘i primijuri i Santantonu?

                                                                   Totò Sciandra  12-06-2013


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