Macchia Albanese, Madonna di Costantinopoli

macchia albanese madonna costantinpoli Macchia Albanese frazione di San Demetrio Corone
Processione della Madonna di Costantinopoli
In albanese chiamata Shën Mëria e Mexasporisë
(la Madonna della mezza aratura)
 

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Il mio personale convincimento è che la fonte primaria per approfondire le rilevanze antropologiche occorra andar per Santi e Madonne tra strade e sentieri del territorio. Da anni l’inseguire tale propensione mi porta in tutti paesi, frazioni e contrade della Calabria. Tante ne ho fatte di processioni e altre occorrerà farne per accrescere i livelli di osservazione, comparazione, riscontro.
Per motivi di vicinanza territoriale la quasi totalità di quelli partecipati riguarda riti della componente Cristiana Cattolica Romana trascurando i riti del territorio albanese Cristiani Ortodossi di rito Bizantino. Tale distonia richiede un recupero che in futuro sarà certamente colmato; opportuna occasione si presenta con la processione della Madonna di Costantinopoli di Macchia Albanese frazione di San Demetrio Corone. Siamo nel cuore dell’Arberia ove le radici arbereshe non più consistenti. continua dopo le foto


La festività ricorre il 21 novembre (che è anche il Giorno della Presentazione di Maria nel Tempio osservata sia nel rito latino che in quello greco-bizantino) che nel 2017 cade in un lunedì soleggiato. Mi documento un po’ prima di andare e scopro l’appellativo suggestivo di Madonna della mezza aratura dall’albanese Shën Mëria e Mexasporisë.
Per telefono mi dicono di ore un po diverse, tra le ore dieci e mezzogiorno, come sempre non rischio e parto presto. Alle ore 8 mi avvio, la SS18 fino a Paola, poi su per Cosenza, la A3 (ora A2) fino a Tarsia, varie strade interne, attraverso Santa Sofia D’Epiro, arrivo a San Demetrio Corone alle ore 9,30. Passo davanti alla mitica chiesa di Sant’Adriano che vedo aperta, vorrei fermarmi ma evito non conoscendo con esattezza l’orario del rito di Macchia. Continuo arrivando a Macchia alle ore 9,40. Lascio l’auto alle prime case, procedo a piedi rilevando un abitato da piccolo paese non da frazione rurale. Incrocio la banda musicale che scorre tra i vicoli nel solitario matinè senza altre presente. Da Balconi e finestre damaschi, ricami, immagini della Madonna. Incontro persone che a contarle basta una mano, passo davanti ad un bar e più in là davanti ad un negozio di alimentari e vari. Da ciò deduco una popolazione minimale che a seguire mi viene detto di circa 200 persone. In tempi passati si arrivò a superare 500 cittadini. Una urbanizzazione dignitosa, con il fondo stradale lastricato o pavimentato a modo (mi viene in mente il borgo di Amantea, ahimè). Le case tenute come se fossero tutte abitate, ma non è così, verde diffuso, non mancano le bottiglie antigatto sui davanzali.
Entro nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, non c’è nessuno, ne approfitto per scattare le dovute foto osservando un conteso ornamentale dignitoso ma contenuto rispetto a tante chiese ortodosse. E’ presto per il rito religioso, vado in giro fotografando il paesaggio. Rientro alle ore 10,30 e trovo avviata la liturgia. Chi è uso alle pratiche cattoliche deve entrare in una dimensione ed in ritualità decisamente diversa. Nel presbiterio separato dalla iconostasi un gruppo di officianti si alternano nelle orazioni e nelle letture, più volte chiudono la tenda rossa, altre volte escono a contatto con i fedeli nel naos (navata). Una particolarità è il continuo canto (soprattutto delle donne) a voce ampia che crea un effetto avvolgente percepito lontano dalla chiesa. Il tempo complessivo della liturgia è di circa due ore con una alternanza di lingua greca, albanese, italiana.
Percepisco che siamo sul finire al momento dell’eucarestia che avviene con la distribuzione di pezzetti di pane (antìdoro). Due religiosi comunicanti affiancati, uno porge il pane e l’altro posiziona sotto il mento del fedele un panno rosso.
Ho partecipato ad altro rito ortodosso di orientamento rumeno nel monastero di San
Giovanni in Theristis a Bivongi osservando un rito diverso da quello di oggi.
Alle ore 12,20 inizia la processione per le vie della frazione. In testa al corteo due uomini, uno porta un consistente asse in legno su cui è avvolta una bandiera con nel mezzo un simbolo che non si distingue, l’altro è il crocifero con un abito rituale che regge un lungo crocifisso con sottile manico in legno e croce metallica, credo ottone.
Segue la banda composta da circa venti elementi. A breve distanza due religiosi con a destra il sindaco e a sinistra un maresciallo dei Carabinieri. Lungo il percorso ho scambiato qualche parola con il sindaco che è della frazione di Macchia. Conoscendo le complicate relazioni esistenti ovunque tra capoluogo e frazioni immagino un vociare su un sindaco di una cosi piccola frazione.
Addossata alle autorità religiose, civili, militari la statua sorretta da quattro portatori con una frequentissima alternanza, solo maschi. A seguire tutte le donne con in testa al gruppo quattro che reggono un baldacchino. Oltre le donne un ulteriore gruppo di maschi. Non c’è una folla oceanica, ovviamente, ma sono tanti considerando i 200 abitanti esistenti di cui tutti gli anziani rimasti in casa con altre persone impossibilitate.
Il motivato cordone di fedeli percorre con afflato tutte le vie urbane ed un po di quelle ai margini. Le donne intonano una canzone dedicata alla Madonna in lingua italiana; chiedo all’officiante il perché la liturgia sia avvenuta nelle lingue della ortodossia e invece lo spazio della Pietà Popolare in italiano. Mi ha risposto che alcuni brani sono cantati in albanese e comunque vengono utilizzate canzoni di valenza comune.
Ma la cosa più straordinaria che si verifica durante la processione è l’attesa davanti alle porte di casa degli anziani e di chi non ha potuto partecipare alla processione.
In tanti, proprio tanti, in postura d’attesa, con in mano un vassoio colmo di confetti, di dolcini, di cioccolatini, di interi fiori, di petali, si avvicinano alla statua ,che i portatori accostano all’uscio, e riversano il contenuto del vassoio sul basamento coronato di fiori. Alcune persone intorno fanno propri tali doni raccogliendo anche quelli caduti per terra.
Segue un gesto di grande trasporto emotivo visibilmente leggibile nel volto dei donatori che ai dolci fanno seguire una banconota da 10 o 20 o 50 euro che viene spillata direttamente dal donatore sul nastro avvolto al collo della statua come una sciarpa. Un addetto porta una scatolina con le spille dandone una al donatore per fissare la banconota. Quel nastro spoglio alla partenza rientra in chiesa colmo di banconote che saranno molto utili alla quotidianità della parrocchia.
La processione si conclude alle ore 14 circa. Al rientro in chiesa la banda si dispone davanti alla iconostasi ed intona una marcia briosa. Segue il rito del bacio della statua con precedenza ai bandisti e quindi a tutti i fedeli presenti.
Alcuni addetti provvedono al distacco delle banconote raccogliendo in una scatolina gli spillini che saranno riutilizzati l'anno prossimo.
Mi avvio verso l’uscita, ripercorro quella che mi appare come centro cittadino, vado verso l’auto. Ritorno con il pensiero al rito e lo confronto con i tanti ai quali ho partecipato. Rifletto sulla diversità della liturgia tra cristiani cattolici e cristiani ortodossi, ma rifletto anche alla sostanziale corrispondenza della pietà popolare, a parte le banconote vietate da Roma e concesse da “Bisanzio”. La liturgia è un indirizzo del governo delle chiese, la pietà popolare è un’attitudine della gente che condivide l’appartenenza al territorio.

Ora mi tocca il solito panino-pranzo che decido di consumare a San Demetrio sperando di trovare la chiesa di Sant’Adriano aperta. Pochi minuti per percorrere i circa 4 km, la chiesa chiusa, mi siedo davanti alla porta per il mio personale rito del panino che è sempre lo stesso indipendentemente dalla motivazione dell’uscita, sia essa religione, ambiente, cultura, sport o altro.
Sono le ore 14,45, metto in moto, mi avvio verso Acri per poi svoltare per Santa Sofia D’Epiro. Più volte sono passato da questo luogo, mai mi sono fermato, decido di farlo ora. Parcheggio davanti alla chiesa di S.Atanasio il Grande, che strano nome. Siamo in Arberia, è una chiesa ortodossa, spero in una bella iconostasi.
Appena varco la porta e focalizzo i contenuti di tutto lo spazio interno mi prende una sensazione di disorientamento, di stordito stupore, come fu qualche anno fa a Roma entrando in Santa Maria Maggiore. Il fascino cosi diffuso di ogni elemento alle pareti, l’indefinibile bellezza dei due candelabri, restano impressi nella mente per gran parte del viaggio di ritorno. Mi ridesto varcando la Crocetta, di fronte al Tirreno solcato dai raggi del sole al tramonto, di fronte al Gigante Nero all’orizzonte che in questi giorni è giaciglio serale della nostra stella.
Antonio Cima 23-11-2017

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