Un fiabesco notturno con serenata

fiumefreddo serenata immacolata 2015
fiumefreddo serenata immacolata 2015b
La Serenata all'Immacolata l'8 dicembre
nel borgo di Fiumefreddo Bruzio
sotto le case delle donne di nome Concetta
dalle due di notte alle sei del mattino
con la canzone Aver Vorrei  per strumenti e coro
esclusivamente per maschi d'ogni età

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Parafrasando le prime due strofe della canzone (*) mi adopero e scrivo: “Aver vorrei dei saggi, l’acume ed il saper”.
La canzone in questione è quella cantata nella lunga notte di Serenata all’Immacolata il cui titolo è “Aver vorrei”.
Non ritenendo d’esser io saggio mi affiderò, comunque e inevitabilmente, a me stesso per ciò che verrà nella narrazione a seguire.
Si tratta di un evento d’altre dimensioni rispetto all’usuale, d’altre dimensioni rispetto allo straordinario.
Se di ciò fosse data menzione in quei circuiti definiti “colti e del sapere”, e di tali circuiti facesse parte, considerazione assai rilevante constateremmo.
E invece resta uno spaccato di piccolo paese, Fiumefreddo Bruzio, per quanto annoverato tra i borghi più belli d’Italia.
La Serenata di Fiumefreddo è certamente un unicum nelle specifico anche se si colloca nell’ampio periodo natalizio che vede manifestazioni analoghe come i canti della novena in varie località regionali e le famose strine silane tra i borghi delle montagne cosentine.
Le altre Serenate all'Immacolata delle regioni meridionali sono canti collettivi in chiesa, per una volta, o suonate per zampogna che iniziano fuori dalla chiesa finendo nelle navate.
Come vedremo ben altra cosa è nel borgo bruzio.
continua dopo le foto


Ci avviamo due amici da Amantea, poco prima dell’una di notte, all’annuale Serenata all’Immacolata che dalle ore due alle sei del mattino, l’8 dicembre giorno dell’Immacolata appunto, porta per le vie del borgo un consistente numero di maschi d’ogni età a manifestare la vicinanza alla divinità correlandola alle fattezze umane delle Concette del Paese. La partecipazione è consentita solo ai maschi.
Un’idea originata a metà del secolo scorso, che comprende un testo e una melodia, che da quel giorno è diventata appuntamento imperdibile per tanti fiumefreddesi.
Allora, come ancora oggi, il gruppo di cantori si posiziona davanti alla porta di casa di una donna di nome Concetta e canta l’appassionante serenata che dura circa quattro minuti.
Ben cinque strumenti intonano il motivo: fisarmonica, clarinetto, flauto, mandolino, chitarra.
A fine canto i motivati vocalisti e strumentisti, ed eventuali accompagnatori, sono accolti in casa di quella famiglia davanti ad un tavolo colmo d’ogni prelibatezza dolciaria del luogo e del periodo. Per ovvi motivi di tempo il convivio e brevissimo per quanto intenso, e viene percepito orgogliosamente dalla famiglia come gesto di considerazione.
continua dopo il video


Si percorre un breve tratto di strada per posizionarsi a ridosso della prossima casa. Si ripete il canto e l’accoglienza, e così via fino alle ore sei.
Ben tredici dediche sono state eseguite secondo un programma ormai stabilizzato. In realtà le fermate avvengono in case che fanno parte della consuetudine a prescindere dalla presenza di una Concetta (nome quasi inesistente ormai). Addirittura in case non più abitate ove in passato dimorava una Concetta; persino in spazi ove non v’è più una casa.

La partecipazione non dà segni di cedimenti in nessun momento della nottata, neppure nei pochi bambini e anziani. Questa edizione è stata favorita da condizioni di tempo molto favorevoli che hanno fatto ulteriormente apprezzare le bellezze architettoniche e paesaggistiche avendole attraversate interamente tra le mura e all’ingresso del borgo.
Tutte le accoglienze sono state esaltate dai dolci, tranne l’ultima. Poco prima delle ore sei in una casa fuori dal perimetro medievale ad attendere i “menestrelli” un folto gruppo parentale davanti alla porta ha ascoltato con quasi religiosa partecipazione. Al cessare dell’incanto vocale e sonoro tutti in casa in una ampia sala, al centro un tavolo con un cesto colmo di panini con capicollo del luogo incartati con tovaglioli. Accanto bottiglie di vino delle locali colline che non è incauto definire nettare di Venere. In alcuni recipienti cullurielli e altre pietanze diverse dai dolci. E’ questa la tappa per rifocillarsi, più che assaggiare dolci.
La Serenata davanti alle case è terminata, sulle colline incalza l’aurora spinta dall’impaziente alba. 
Il tratto di strada che separa dalla chiesa Madre, guardando ad est, offre la vista del crinale che porta a Monte Cocuzzo, salendo repentinamente ai 1541 metri del monte più alto della Calabria.

La chiusura della Serenata, dal grande trasporto, avviene nella chiesa matrice del XIV secolo ove fedeli occupano i banchi del lato sinistro avendo da poco terminato le preghiere della novena.
Tutti i cantori e i musicisti si dispongono davanti alla porta della chiesa, alle spalle il seguito; istintivamente sistemano la postura e gli abiti come attori dietro le quinte in apertura, avviano musica e canto ed entrano in chiesa.
Camminano incolonnati nella corridoio centrale e, continuando a suonare e cantare, si dispongono in piedi davanti ai banchi del lato destro. La melodia dura più di dieci minuti intonando tutte le varianti di testo e arrangiamento.
Le donne accanto mimano il canto senza voce, il parroco in piedi, rigido, ai margini del presbiterio con alle spalle il crocifisso in legno del IX sec. Al cessare del canto l’applauso dei presenti e la conclusione del parroco che, arrivato da poco in questa parrocchia e alla prima serenata, evidenzia il maggior taglio canoro dei maschi rispetto alle donne che la serenata, comunque, l’hanno cantata durante la novena.

E’ luce ormai conclamata; sulle colline risaltano vallate, alberi e rocce. Ognuno prende il verso di casa propria, salutiamo i nuovi amici e anche noi ci avviamo per il rientro pensando alle frasi del prologo del 7° canto dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto:
Chi va lontan da la sua patria, vede
cose, da quel che già credea, lontane;
che narrandole poi, non se gli crede,
e stimato bugiardo ne rimane:
che 'l sciocco vulgo non gli vuol dar fede,
se non le vede e tocca chiare e piane.
Per questo io so che l'inesperienza
farà al mio canto dar poca credenza.

Antonio Cima 11-12-2015
 
(*)
fiumefreddo serenata immacolata 2015-7940

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