Borgo Motta di Domanico

domanico borgo motta Me ne andavo al mattino a spigolare...
La Motta di Domanico borgo d'altri tempi
Un meraviglioso contesto architettonico e bucolico

Se dovessi valutare quante volte sono passato da Domanico non saprei enucleare alcuna stima, genericamente posso dire che sono state millanta e più.
Sali da Amantea per andare a Cosenza, percorri la montana sp257 che a Domanico si restringe richiedendo soverchia accortezza per non investire le cassette del fruttivendolo esposte accanto alla porta del negozio, guardi con genericità il contesto che non mostra particolarità.
Ma arrivati ai confini est del paese, a ben guardare verso sud oltre la verde vallata, si nota un agglomerato urbano che mostra una consistenza architettonica significativa. Pensare a qualche paese non visitato della provincia mi diventa veramente difficile, invece mi accorgo di non essere mai stato a Domanico, con l’intenzione di girarla e apprezzarla, pur passandoci infinite volte.

Ci avviamo, mia moglie ed io, poco prima delle ore 17 di venerdì 13 maggio 2016, per le colline del Catocastro (più su Licetto) senza definita meta. Il cielo pareggia nuvole e sereno, saliamo. Arriviamo a Lago, sul fronte sud un misto tra cumuli cirrosi e nebbia, procediamo fino a Potame. Arrivati sull’altopiano il sole sopravanza le nuvole, andiamo avanti per Domanico. continua dopo le foto


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Chi visita con continuità le cose di Webiamo avrà certamente osservato una citazione che più volte ho pronunciato su Domanico. Per la precisione su quella targa della segnaletica nella frazione Storticati che mostra la chiesa di San Giovanni con su scritto “Benvenuti a Domanico”. Da amanteano ormai rassegnato ogni volta che passo mi vergogno un po a dover ammettere l’inconsistenza del mio comune (turistico tra l’altro) che ancora oggi non fissa agli ingressi del paese una targa di “Benvenuti ad Amantea” con una bella foto degli innumerevoli squarci del territorio.

Arriviamo a Domanico che sono passate da un po’ le 17,30, stimo difficile poterla visitare tutta. Ad ovest del paese si elevano l'altopiano di Potame e l'imponente massiccio di monte Cocuzzo che oscurano il sole anzitempo. Lasciamo l’auto a inizio paese e seguendo le indicazione della toponomastica (anche questa asseconda i bisogni di decoro che dichiarano i costumi civici di un luogo) ci dirigiamo verso quell’agglomerato architettonico che oggi apprendo chiamarsi Borgo Motta.

In un ristretto spazio apprezziamo due aree verdi attrezzate con giochi e panchine. Si intuisce un uso relativo, d’altra parte il paese ha poco più di 900 residenti iscritti ma certamente vi dimorano abitualmente un numero inferiore.
Procediamo verso est dove si amplia l’orizzonte con la spianata verde delimitata dalla vallata in cui nasce il Busento che scorre fino a confluire a Cosenza nel Crati.
Avanzando ad est vediamo il sole sollevarsi valutando ancora un’ora di luce viva, basterà.
I luoghi di montagna, che si esaltano con il sole, immediatamente si oscurano allo scomparire della sfera fiammante.
Dopo alcuni minuti di cammino ci troviamo su un leggero pendio a nord del quale si mostra il borgo Motta irradiato dal rossore ovattato che precede il tramonto. Lo ammiriamo negli spazi tra gli alberi incorniciato dal reticolo di rami che numeri avvolgono i pini.
E’ uno spettacolo che irrigidisce il fiato più che mozzarlo. Ad Est la magnifica struttura architettonica di Motta, che si mostra come un castello fiabesco, ricamata dal sole; a nord una spianata di un verde intenso che corre verso Carolei e Cosenza; ad est un avvallamento boscoso in mezzo al quale si eleva la chiesa di Santa Maria del Carmine del XV secolo; sopra il bosco si distende l’abitato del paese lungo la strada, che da questo punto di osservazione mostra un insospettabile fascino.
Procediamo affascinati dal paesaggio; in me l’appagamento del vedere è turbato dal senso di colpa sull’avere ignorato per tanti anni una consistenza paesaggistica e architettonica di tale portata.
Arriviamo alla scalinata del complesso che si mostra organicamente integro, sicuramente frutto di lavori con finanziamenti europei.
Ogni elemento è strutturalmente apprezzabile nelle fattezze, ben diverso da come generalmente si vede ovunque nei lavori di recupero e restauro di beni architettonici.
Pavimentazione con lastricati o sanpietrini perfettamente allineati, muretti in pietra sagomate e proporzionate, ringhiere ben modellate e fissate, mura, arcate e pavimentazione di ottima manifattura completano un quadro integralmente apprezzabile.
Appare evidente che trattasi d’intervento avvenuto un po di anni fa, ma a giudicare da vari elementi è probabile che il sito non sia particolarmente frequentato.

Abbiamo di fronte a noi una parete con una arcata che dovettero essere l’ingresso di un castello, saliamo dal lastricato, oltre il muro un’ampia grotta naturale con evidenti segni di antropizzazione che mostrano una preistorica frequentazione del luogo.
Tutta la roccia racconta la presenza dell’uomo: gradoni, canalette scavate nella roccia per convogliare l’acqua piovana, cavità per la raccolta delle acque, muretti di perimetrazione.
Sulla parte alta del borgo Motta una spianata che accoglie la chiesa di Santa Maria delle Grazie del XVII secolo. Un ampio sagrato piastrellato con sanpietrini, al centro una vasca.
La chiesa è stata colpita da un fulmine qualche anno fa e non è praticabile.
Da tale sommità un paesaggio apprezzabile a 360° offre vedute di un ambiente naturalistico di prima grandezza. Ai margini est del piazzale un muretto di roccia scavato a mo di un lungo banco per sedersi. Sotto il muretto sprofonda una impervia vallata da cui arriva il fragore del Busento che da li a qualche km confluirà nel Crati.
Una parte del borgo è abitata e mantenuta in condizioni di assoluto civismo e decoro; dai panni stesi, dai balconi vivi, dagli elementi del domestico che emergono stimo una presenza umana di qualche decina di persone.
Lasciamo il borgo e ci dirigiamo versa la chiesa nella vallata accerchiata da grandi alberi di varie specie. A poca distanza dalla chiesa, sotto gli alberi, una struttura votiva con una piccola statua della madonna. La forma ad emiciclo con un diametro di circa cinque metri, costruita con blocchi grezzi di calcestruzzo, è una cosa non in sintonia con la bellezza del luogo, con imbarazzo non posso evitare di dire che è decisamente brutta.
La chiesa di Santa Maria del Carmine del XV secolo, con campanile a cupola, costruita in pietre, mostra un fascino antico pur nelle condizioni di non perfetta integrità. Appare non frequentata nella quotidianità, forse solo per eventi straordinari.
Lasciamo in contesto bucolico e prendiamo a salire verso l’abitato; le fattezze strutturali e il decoro di tutto ciò che osserviamo lascia presumere una storia amministrativa e un senso civico garbati.
In tutto primeggia la natura, generosa e salvaguardata; passiamo davanti alla chiesa di San Giovanni, a quella di San Francesco, facciamo un po di strada provinciale osservando anche la casa comunale (per la quale -a suo tempo- potevano fare uno sforzo in pù), alcuni palazzi di passata “nobiltà”, altri spazi verdi attrezzati, il parcheggio con l’auto.
Ci son voluti tanti anni, è stato riempito un vuoto, resteranno le buone cose qui ammirate, ci saranno certamente altre occasioni.
Antonio Cima 17-05-2016

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