Breve storia di atrocità nazi-fasciste

diana carlo Carlo Diana
25 Aprile: Messaggio ad un ragazzo

Sandro PertiniI libri di storia indicano il 25 Aprile come data dell’anniversario della liberazione dell’Italia dal regime nazi-fascista, convenzionalmente fissato in questo giorno in virtù della liberazione di Milano e Torino da parte del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia) avvenuta il 25 Aprile 1945.

Fu una legge dello Stato, n. 260, del 20 Maggio 1949, a designare ufficialmente questa data come festa nazionale.

Tuttavia è sempre più diffusa la convinzione che questo giorno, come tutte le ricorrenze nazionali fissate dalla nascita della Repubblica Italiana (2 Giugno – Festa della Repubblica; 1 Maggio – Festa dei Lavoratori), per molti non sia più capace di suscitare emozioni e sentimenti di fattiva identificazione, cancellati da una realtà quotidiana ormai da tempo capace soltanto di generare rassegnazione e smarrimento impedendo, specie per i più giovani, di vivere l’orgoglio di discendere da una generazione di uomini liberi che non rinunciarono mai all’idea di manifestare liberamente il proprio pensiero anche nei momenti più difficili. Quando questo poteva comportare pagarne il prezzo più alto: quello della vita.

Ogni ricostruzione storica di questo evento, pertanto, pur essendo sempre indispensabile per coadiuvare il “dovere della memoria” nel ricordo di chi si sacrificò per consegnarci un patrimonio di diritti da custodire gelosamente, fallirebbe dinanzi al tentativo di toccare le corde dell’anima di quanti stanno vivendo la realtà odierna ritenendo gli avvenimenti e le vicende della “liberazione nazionale” cristallizzate in un passato di cui allo stato attuale non si riesce in concreto nemmeno a percepirne un eco distante.

Una storia di luoghi e persone probabilmente può rendere più tangibile il legame che tiene stretto passato e presente.

stelePochi sanno che nella penisola è esistito uno dei principali Campi di Concentramento, integrato nel sistema concentrazionario nazista, deputato alla deportazione dall'Italia verso i Lager del Reich dei prigionieri politici e razziali. Trattasi del Campo di concentramento di Fossoli, a Carpi in Provincia di Modena.

Da quel luogo, in soli 8 mesi tra gennaio ed agosto 1944, 5.000 tra uomini, donne, vecchi e bambini ebbero come tragica destinazione i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Buchenwald, Bergen-Belsen, Mauthausen, Ravensbruck.

E’ del 1973 l’inaugurazione del Museo Monumento al Deportato Politico e Razziale di Carpi. Un luogo di Memoria per eccellenza costruito per volontà della Presidenza della Repubblica.

All’esterno il Cortile delle Stele. Sedici monoliti in cemento, alte sei metri, che recano incisi a grandi lettere i nomi di alcuni campi di concentramento nazisti. Sono centinaia e centinaia ma non sono tutti.

L’interno composto di 13 stanze con reperti, materiali fotografici e documentali custoditi in teche di vetro. Tra gli oggetti in sala 5, la divisa a righe di un prigioniero ebreo con addosso ancora i segni del fango, compagno immancabile degli internati nei campi di prigionia..

Sala dei NomiMa sono i muri che parlano direttamente al cuore del visitatore. Da una parte i graffiti di artisti come Picasso, Guttuso e Longoni, dall’altra piccoli brani delle lettere dei condannati a morte nella resistenza europea incisi in rosso scuro a simboleggiare il sangue versato come sacrificio estremo per la libertà. Erano per lo più ragazzi e ragazze tra i 18 ed i 25 anni.

E’ notte. Improvvisamente si sente la chiave che stride nella serratura. Ecco, viene adesso ciò che aspettavo da lungo tempo” (Henri, Belga).

Ti giuro che non ho mai avuto un momento di debolezza”, (Roger, Francia).

Sono morta per attestare che si può amare follemente la vita e insieme accettare una morte necessaria”. (Marguerite, Belgio).

Io a quei signori non farò vedere che mi hanno spezzato, anche se ho la morte davanti agli occhi” (Franzi, Austria).

Cara Mamma e tutti Voi, stanotte sono venuti per portarci alla fucilazione. Ne hanno chiamate 12, tra cui la nostra Srpce. Immaginavo che dopo di lei avrebbero chiamato anche me, così mi sono preparata. Invece quello ha smesso e ha detto alle chiamate di uscire. Quel momento per me è stato terribile. Lei si è vestita e ha detto “Salve”. Ci siamo baciate in fretta. E’ andata con aria fiera, la testa eretta, come fa sempre quando cammina, la mia sorellina”. (Jovanka, Jugoslavia).

Nell’ultima stanza – la tredicesima – la Sala dei Nomi. Uno spazio fisico spoglio di ogni ornamento ma con un unico segno distintivo su tutte pareti e tutte le volte. I nomi di 14.314 prigionieri politici e razziali di nazionalità italiana, scelti a caso tra gli oltre 60.000 che compongono le liste ufficiali dei deportati italiani.

Era l’anno 1980. Il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini si reca in visita al Museo. Tanti si susseguirono dopo di lui come rappresentanti istituzionali. Alcuni più partecipi e toccati dalla visione di immagini e parole. Altri grigi ed impettiti quasi a far voler far intendere che si trattasse di un dovere istituzionale e non di una reale partecipazione emotiva.

Ma è Pertini che lascerà una traccia indelebile nella Memoria di quel Luogo e di chi visse la visita di quell’Uomo, ex partigiano ed ex deportato politico.

La folla di autorità, semplici cittadini, fotografi e telecamere sempre copiosa.

Pertini entra nel Museo. Si sofferma immediatamente su ogni particolare. Ne chiede voracemente il significato simbolico. Domanda tutto ciò che fosse possibile chiedere sugli interni di quella realtà.

Trattiene a stento più volte la commozione.

Giunto sull’uscio della tredicesima stanza, la Sala dei Nomi, Pertini improvvisamente si arresta. Si blocca in mezzo agli astanti, con le telecamere, i fotografi e gli accompagnatori quasi rapiti da quella scena. Copiose lacrime gli rigano il volto. Solleva l’indice verso l’alto. In pochi secondi in quel dedalo inestricabile di nomi, aveva individuato Eugenio, deportato e morto nel campo di concentramento di Flossenburg. Era Eugenio Pertini, suo fratello.

Una fotografia di quel momento ne immortala per sempre il ricordo.

Migliaia furono le visite successive ma mai più nessuno, dicono a Carpi, è riuscito ad individuare il nome di Eugenio Pertini. Nemmeno il sottoscritto recatosi per 3 volte e per 3 volte soffermatosi per ore in quella Stanza.

A tutti quelli che leggono, rivolgo questo pensiero. Recatevi nei luoghi di Memoria e portate per mano quelli più giovani di voi. Fate ascoltare la storia di Pertini e la voce viva di quanti da quelle mura ancora stanno parlando. Raccontate la vicenda di uomini e donne che superato il tempo dell’orrore e della tragedia, in epoca repubblicana, ebbero subito a dire:

La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli ed educarli? Questo non è un uomo libero” (Sandro Pertini).

Voi eletti in questa Assemblea sovrana, dovete sentire l’immensa dignità della vostra missione. A voi tocca dare un volto alla Repubblica, un’anima alla Democrazia, una voce eloquente alla Liberta. Dietro a voi le sofferenze di milioni di persone. Dinanzi a voi le speranze di un’intera nazione. Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano. Nel grande moto che spinge le classi diseredate a reclamare un destino meno iniquo, voi non vedrete una minaccia ma la forza motrice del progresso. Sol che venga disciplinato dall’intelligenza dei legislatori e non venga ostacolato dall’egoismo dei ceti privilegiati”. (Giuseppe Saragat – Presidente dell’Assemblea Costituente).

Se andate là in quei luoghi con i più giovani avrete modo di cogliere direttamente un particolare fondamentale: La loro espressione.

Alcuni saranno semplicemente incuriositi. Altri del tutto impassibili. Ognuno reagisce a suo modo. Ma altri ancora li vedrete piangere, così come li ho visti io. Ragazze e ragazzi, di 14-15-16-17-18-20 e 30 anni.

In quelle lacrime, risiede la speranza ed il futuro di una Nazione. Nelle altre espressioni, probabilmente, il lavoro ancora da compiere.

Tuttavia tornerete nei luoghi abituali di lavoro e di vita con la consapevolezza di aver adempiuto ad un compito preciso, quello che dalla tomba, coloro i quali non ci sono più, ancora vi stanno invocando, sussurrandovi: Non traditeci!

Buon 25 Aprile a tutti, anche a quelli che pensano di non avere motivi per festeggiare stando dall’altra parte della barricata, ma con la certezza di poter dire che un “tempo antico”, vi furono coloro che preferirono morire per consentire a tutti – anche a chi la pensa diversamente - di poterne esplicitare liberamente le ragioni.

Carlo Diana 25 Aprile 2014

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Commenti  

 
#2 polemico 2014-04-26 12:24
“La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli ed educarli? Questo non è un uomo libero” (Sandro Pertini).
Chi ci governa si deve vergognare di avere tradito la patria e i padri costituenti.
Ti ringrazio Carlo per avere scritto quello che hai scritto.
Citazione
 
 
#1 candelaio 2014-04-25 19:30
E bravo Carletto...
Citazione
 

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