La Pita e la festa di S.Alessandro

alessandria pita Patrimonio antropologico regionale
Alessandria del Carretto

Festa di Sant'Alessandro e tradizioni della Pita
alzata, incanto, scalata, caduta, asta

Esistono cose e luoghi, in Calabria, che se fossero altrove diverrebbero riferimento nazionale del bello, del colto, della saggezza di un popolo.
Una di queste cose è la Pita di Alessandria del Carretto che pur in odore di “Patrimonio Unesco” è pressoché sconosciuta in Calabria e frequentata da amatori forestieri di nicchia.
Si tratta di una manifestazione che coinvolge una intera comunità per lungo tempo, che richiede spirito di partecipazione e di sacrificio, competenze tante, passione, altruismo.
Ufficialmente appare nelle due date: dell’ultima domenica di aprile (per il trascinamento dalla montagna in paese) e del 3 maggio per la festa patronale di S.Alessandro.
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alessandria pita alzata L'alzata della Pita
alessandria pita s-alessandro La processione per il borgo
alessandria pita incanto L'incanto dei prodotti offerti al Santo
alessandria pita scalata La scalata della Pita
alessandria pita caduta La caduta della Pita
alessandria pita luogo Il paese
alessandria pita murales I murales

In realtà è una lunga marcia che inizia nei primi giorni di aprile e termina a maggio inoltrato.
S’inizia con l’individuazione dell’albero sui monti del Pollino, poi il taglio, lo sfoltimento del tronco, il giorno del trascinamento in paese, l’adattamento del fusto, l’alzata in piazza, la processione, la vendita con libero incanto dei doni, la scalata, la caduta, l’asta del tronco.
Tutto ciò con il coinvolgimento di moltissime persone, da anziani ancora disponibili a dare e giovani vogliosi d’imparare e fare massa utile per mantenere l’antica tradizione cittadina.

Questo evento fu raccontato nel 1959 dal regista antropologo Vittorio De Seta con il film “I dimenticati” correlandolo alle impossibili condizioni ambientali.
Arrivare oggi ad Alessandria del Carretto riporta drammaticamente a quel film per via di una strada pressoché impraticabile ormai a rischio isolamento.

Nonostante tali condizioni la comunità alessandrina riesce ad esprime un altissimo livello organizzativo che dà vita a giorni di esaltazione delle umane capacità di creare suggestioni e spazi di superiori fattezze.

Ho assistito nel 2011 alla festa della pita con il trascinamento a braccia dell’abete dalla montagna in paese. Fu un’esperienza di quelle che ricordi per tutta la vita. Solo quest’anno sono riuscito a vivere la seconda parte cittadina della Pita che risulta essere parimenti esaltante.
Provo a raccontare per sintesi le varie fasi che dalle prime ore del mattino ti trascinano fino all’ora che scruta la polare, senza contezza del tempo.

Siamo partiti da Amantea tre amici alle ore 6,30 arrivando alle ore 9; troviamo un sole quasi estivo ai circa 1000 metri d’altezza da quello Jonio che da alcuni squarci si lascia vedere tra Trebisacce e Amendolara.
Un viaggio lungo: la SS18 fino a Paola, su fino a Rende, la A3 fino a Firmo, giù verso la SS106 per risalire fino a Trebisacce, poi in su 27 km infiniti discretamente percorribili fino ad Albidona, il resto in apprensione.
Lasciamo l’auto ai limiti del paese e in pochi minuti arriviamo nello spiazzo dell’alzata.

L’alzata della Pita.
A qualche centinaia di metri dalla centrale chiesa madre, in cui si svolgerà il rito religioso di S.Alessandro, c’è un spiazzo adibito alla fase conclusiva della Pita. Il lungo tronco ben levigato disteso per tutta la lunghezza del rettangolo urbano; all’estremità sud una sorta di pozzo profondo un paio di metri che accoglierà in verticale l’estremità dell’abete. A ridosso della parete di ciò che appare uno storico edificio in pietre una moltitudine di attrezzi in legno e ferro e tanto cordame di vario spessore. Scale, cavalletti fissi e snodabili, puntelli in metallo, leve appuntite, ganci, trapani, mazze e accessori specifici non definibili. Non meno di 50 persone, da giovanissimi a ultra ottantenni, in un caos armonico con movimenti lenti e sincronizzati, centimetro dopo centimetro, dalle ore 7 del mattino fino ad oltre le ore 13, per verticalizzare il maestoso tronco. All’estremità superiore viene fissata la parte sommitale lasciata intatta nella fase di abbattimento dell’albero; sui ramoscelli vengono fissati vari oggetti che costituiscono il premio a disposizione del vincitore.
Durante l’intera mattinata scorre in abbondanza la birra, non di meno il vino, accompagnati da grandi quantità di fave che connotano la produzione agricola di questa parte della Calabria (varie sagre di fave e piselli nel comprensorio).
Ad armonizzare ulteriormente l’aere incantata s’incrociano le note di due gruppi di suonatori che danno fiato e vibrazione a zampogne, tamburi e fisarmoniche. Ad essi si aggiunge la banda musicale di Oriolo a debita distanza per non sovrapporre spartiti e tarantelle.
A star li tante ore finisci con il diventare uno di loro e non puoi rifiutare la birra o il vino che ti offrono, bevuti a rotazione nello stesso bicchiere.
L’esaltazione finale ad albero totalmente alzato, poi fissato con robuste corde, con la conclusiva copertura del pozzo.
A questo punto si appresta la processione del santo nella vicina chiesa madre.

La processione di S.Alessandro.
Arriviamo in chiesa mentre l’officiante si dilunga con una forbita predica. E’ graziosa la chiesa baroccheggiante, con tre navate e con quelle laterali colme di altarini e con varie statue adagiate per terra. Sul lato destro della navata centrale la statua di S.Alessandro di fattezze non propriamente esaltanti. Intuisco che l’acculturato religioso andrà per le lunghe, esco dalla chiesa per un giro nei dintorni. Il paese è piccolo, con grande senso del decoro, una piccola arteria lungo la chiesa, una parallela più in alto che regala suggestive panoramiche con i tetti, un’altra strada più in giù della chiesa. Una particolarità dei paesi montani sono i comignoli, da essi puoi determinare la consistenza economica del luogo. La maggior di camini di questa dignitosa comunità è di latta o di argilla, segno che le agiatezze stanno altrove.
Rientro in chiesa giusto in tempo per assistere all’uscita del santo. Viene posto su un baldacchino a mò di carro; non portatori a spalla ma scorrimento su ruote sul selciato lastricato. Il giro dura meno di un’ora scorrendo nelle due strade che mostrano tante pareti decorate da murales con esclusive motivazioni montane, contadine, religiose.
Il circuito rituale offre spaccati che fondono umanità e fede partecipati da tutti con assoluto trasporto. Lungo la strada, davanti a tante porte, anziane signore in attesa del passaggio del santo stringono nel pugno una banconota. I portatori fermano il santo davanti a tutte le donne che con movenze incerte si avvicinano alla statua, spingono la banconota nella fessura del cassetto, accarezzano il santo più volte, lo baciano e si ritraggono sull’uscio.
Questa scena e data vedere decine di volte prima di rientrare in chiesa ove si arriva che non sono ancora le ore 3 del pomeriggio.

L’incanto, vendita all’asta dei doni per il santo
Il santo posizionato a lato della porta principale della chiesa volto alla piazza affollata nonostante l’ora isolita. La porta recintata con tubi metallici a formare lo spazio per il banditore e l’aiutante.
I doni portati al santo sono in chiesa: cesti di fave, bottiglie di vino, salame; tutti prodotti che riconducono alla terra.
Quasi tutti gli elementi banditi partono dal prezzo iniziale di 10 euro per essere accaparrati intorno a 100.
Una incredibile vitalità avviluppa tutti gli astanti tra cui tante ragazze.
L’asta va avanti per oltre un’ora procurando significative risorse all’organizzazione, credo alla chiesa. Alla fine la piazza-sagrato si spopolata, c’è tempo ancora per la scalata.

La scalata della Pita
Alle ore 17 arrivano i primi visitatori; gradualmente la piazza si riempie; a quelle del mattino si aggiungono tante facce nuove, gente arrivata dal comprensorio: Trebisacce, Amendolara, Roseto, Oriolo, Nocara, ecc.
Chiunque può osare l’arrampicata alla sommità della pita, tempo è stato dato fino alle ore 19,30.
Intorno alle 18,30 un primo ragazzo ci prova; lo cintura un addetto che dalla divisa e dal fare sembra un professionista addetto, immagino per obblighi di legge.
Il giovane è teso, arrossito e tremante, con lo sguardo senza orizzonte. Sale la scaletta sostenuto dall’addetto, abbraccia l’ampia base del tronco e prova a spingersi verso l’alto. Un anziano signore al mio fianco esclama :”farà due metri”. Tanti ne ha fatti il ragazzo prima di arrendersi.
Dopo dieci minuti si fa avanti un secondo ragazzo di qualche anno più grande, dalla corporatura più promettente del primo.
Lo stesso iter e inizia il tentativo. Il solito signore, guardando in faccia un suo coetaneo che mostra il palmo aperto ad indicare il numero 5, esclama: “no quattro”. Tanti ne ha fatto il secondo ragazzo.
L’anziano uomo del cinque ha guardato quello del quattro chinando ripetutamente il capo per confermare l’indovinata intuizione.
Passa ancora qualche minuto e si presenta nella postazione un giovane da sembrare un bronzo di Riace normotipo. Un boato della folla induce a ritenere che il ragazzo sarà l’eroe della giornata.
I particolari dell’abbigliamento confermano l’attitudine del giovane che si avvinghia al tronco con fare abituale, avvolge le gambe come un polipo fa al braccio del pescatore che lo toglie dalla rete, inizia la scalata; occorrono pochi minuti all’atletica figura per arrivare alla sommità.
Il ragazzo comincia a staccare doni di stoffa o carta lanciandoli sulla folla; stacca anche tante fave lasciandole cadere alla base del tronco lontano dalla folla. Sgancia ciò che gradisce e lascia sui rami gli altri doni. La discesa è rapida sottolineata dall’acclamazione dei presenti.
Nel mettere i piedi a terra l’eroe della pita viene abbracciato da tanti poi da una ragazza che lo tiene avvinghiato a se.
Il sole ha smesso di schiarire il crinale che sovrasta il paese formando una sagoma scura crestata da alberi fluttuanti. Le zampogne, le fisarmoniche, i tamburi suonano dalle prime ore della mattinata e il tono non lascia trasparire decadimenti.
Pensavo che qui fosse finita, e invece qui non era ancora finita.

La caduta della Pita
Uno dei miei amici si è posto l’interrogativo su come toglieranno l’alto tronco svettante sulla piazza. Ho provato a dire che forse lo taglieranno a pezzi fino alla base, e invece…

Ha inizio un tramestio in piazza, la gente comincia ad addossarsi alle estremità dello spazio. Qualcuno stacca le due sagole penzolanti dalla sommità e fissate ad una parete. Per tutto il giorno mi sono interrogato sul perché di quelle due corde penzolanti. I due cavi vengono allungati sul lato opposto al tronco e divaricati a mò d’angolo acuto. Alle due estremità delle funi due persone le avvolgono con due giri tra palmo e dorso della mano.
Alcuni dell’organizzazione delimitano l’area confinando la gente fuori dalla piazza.
La base della pita viene completamente liberata da ogni vincolo e resta in verticale per una impercettibile inclinazione all’indietro.
Un uomo alla base del tronco alza la mano, i due alle corde tesano l’imbando; l’uomo si guarda in giro, abbassa il braccio e urla verso i due ai cavi. Costoro danno un leggero strappo alle funi e si allontanano immediatamente.
A questo punto la pita s’inclina e comincia una “regale” caduta sul selciato con un tonfo ovattato per il contatto dei ramoscelli con il lastricato, le facce degli astanti ansiose, quasi in attesa, per ciò che ho motivato subito dopo.
Succede qui qualcosa che non sospettavo e che mi ha lasciato stupito. Appena l’albero si adagia sul suolo tanti si avventano sui ramoscelli sommitali con uno scatto simultaneo: vecchi, giovani, bambini, uomini, donne, tutti in caccia di uno dei doni lasciati dal vincitore della scalata. In un attimo un groviglio umano si condensa in uno spazio ristretto in una contesa che lascia i più a mani vuote. Chi non riesce a procurarsi un oggetto stacca un ramoscello tra i migliori a disposizione.
In realtà si tratta di oggetti che non hanno alcun valore sostanziale, simboleggiano l’essenza dell’evento che ciascun partecipante vuol far propria a ricordo di questo accadimento che qui conclude la parte arborea in uno spazio a lungo condiviso.

Ma la giornata non è ancora finita. Restiamo ancora un po’ a commentare con quelli che, dopo una intera giornata di coesistenza, sono diventati amici. Ci dicono che nei prossimi giorni l’albero sarà venduto all’asta tra i cittadini. Prima di salutarci un nuovo giro di vino nell’unico bicchiere di plastica mentre quella scura sagoma sul crinale di ovest è completamente buia, il rumore della piazza si è attenuato, restano gli stessi del mattino, i residenti.
Ci avviamo verso l’auto passando davanti al palco sul quale più tardi si esibirà un gruppo musicale. Nei pressi dell’auto alcuni uomini intenti in un convivio improvvisato, sul muretto vino, birra e tante fave. Ci cooptano per qualche minuto; uno di loro, che non sembrava astemio, si lasciò sfuggire:”noi siamo di Amendolara e siamo calabresi di sinistra”. Ho risposto io :”questa volta v’è andata bene perché anche noi siamo calabresi e siamo di sinistra”. Ci hanno inviatati per il mese di agosto alla sagra che si terrà ad Amendolara.
Antonio Cima 08-05-2015

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