La fiera degli animali di Vincenzo Pellegrino

MARTINO ALLA FIERA
Un racconto di Vincenzo Pellegrino con ricordi sulla Fiera degli animali di Amantea

Martino si sentì la prima volta grande quando suo padre, la vigilia della Fiera dei Morti, gli disse con tono grave: “Domani verrai con me alla Fiera. Io condurrò la jenca e tu, dietro, porterai l’asino e, se sarà necessario, mi darai una mano…”.

“Ma che mano pensi ti possa dare il ragazzo?”, lo interruppe la moglie con voce infastidita e scettica.

E aggiunse “Sarà già tanto se riuscirà a governare l’asino, visto che fino ad ora lo ha condotto soltanto nei carruoli di campagna”. Fece per allontanarsi, ma ritornò sui suoi passi e aggiunse: “Un conto è camminare da soli in una via sterrata, altro lungo una strada con macchine e altri animali che potrebbero fare imbizzarrire l’asino!”.,

“Ciccio è calmo” , tagliò corto il Tata. “E poi, Martino ha ormai tredici anni. Il figlio di Mezzacapa,alla sua età, ne portava tre insieme, da solo, al lavoro, e pure alla Fiera…”.

“Il figlio di Mezzacapa è nato in una famiglia di zingari – replicò lei - e da quando ha visto la luce ha avuto a che fare più con le bestie che con gli uomini”. “Se lo volevi così tuo figlio – concluse piccata - perché lo stai mandando a scuola?”.

“Evvìa-vì, non farla tragica, adesso!” riprese il Tata. “In fondo gli ho chiesto solo di condurre l’asino, perché alla jenca penso di poterci badare da solo. E poi, sulla strada pubblica dovremo percorrere solo tre-quattrocento metri, perché gran parte del cammino, all’inizio, lo faremo sulla spiaggia e poi, alla fine, risaliremo il corso del torrente Colongi”.

Martino ascoltava in silenzio e in cuor suo non sapeva se parteggiare per la madre o per il padre.

Lo inorgogliva il fatto che il genitore, per la prima volta, gli affidava una responsabilità che attendeva da tempo, ma non la pensava come lui sulla presunta mitezza di Ciccio.

Con la mente era riandato subito a due anni prima. Era il tempo della vendemmia ed anche in quella occasione aveva avuto l’incarico di condurre Ciccio, con i fiscini grondanti d’uva e di mosto, dalla scippa al palmento. Un percorso di circa un chilometro e mezzo che si faceva col carico in salita e con i fiscini vuoti in discesa.

Al terzo viaggio Martino, contravvenendo alle raccomandazioni della madre, aveva avuto la bella idea di montare in groppa, ma giunti in prossimità della Silica, dove la strada descriveva un’ampia curva su un profondo burrone, Ciccio era scattato al galoppo e, forse incoraggiato dalla discesa, sembrava avviarsi a scavezzacollo verso la curva sul burrone. Martino, a quel punto, non aveva trovato di meglio che saltar giù dalla groppa rovinando sul selciato e sbucciandosi un ginocchio. Ciccio, invece, appena liberatosi del peso, si era subito arrestato, si era girato verso di lui e lo stava a guardare agitando la coda e muovendo alternativamente le orecchie.

Di quell’incidente Martino non aveva osato mai far parola con alcuno, ma con Ciccio sembrava esserci una questione aperta, mai del tutto dimenticata. Quel giorno, durante i successivi viaggi carichi, Martino aveva rifilato all’asino, che camminava davanti, qualche vettata più pesante del necessario, più per vendetta che per sprone, su quella groppa che aveva dovuto abbandonare precipitosamente. Per contro, in discesa, dove Ciccio camminava dietro, condotto per la cavezza, come per ricambiare la premura della salita, o più verosimilmente per far dispetto, stava col fiato sul collo del padroncino, sbruffando e sbavandolo tutto.

Da quel giorno, sulla groppa di Ciccio Martino c’era risalito solo per volere del padre e davanti a lui e, forse anche per questo, Ciccio lo aveva portato con rispetto anche in qualche altra occasione. Ma Martino non aveva dimenticato l’incidente di quella vendemmia ed era sicuro che anche Ciccio serbasse rancore. Per questo ci aveva pensato subito quando la madre aveva mosso le sue riserve sulla decisione del Tata.

Intanto la discussione tra marito e moglie proseguiva.

“Ma perché, per farti aiutare, non hai chiamato Trimmazze come hai fatto l’anno scorso?”, insisteva la donna.

“Perché Trimmazze deve portare alla fiera anche il vitello che ha allevato lui”. “E comunque – aggiunse spazientito il marito – con Trimmazze ci vedremo al ponte e faremo un pezzo di strada assieme”.

La puntualizzazione sembrò tranquillizzare la moglie e indirettamente anche Martino.

Il mattino dopo, la striscia di spiaggia sotto la ferrovia era più affollata della strada. Capre e pecore erano tenute a bada e controllate con richiami, fischi e gorgheggi dai rispettivi padroni; c’era chi conduceva vacche e buoi, chi scrofe bianche e nere con cucciolate al seguito, muli e asini, alcuni con carico, altri per cercar nuovo padrone. Le persone si scambiavano saluti e commenti sulle rispettive bestie e si confidavano aspettative sull’andamento della Fiera.

A un certo punto, sulla spiaggia, Argi, la jenca, cominciò a fare un po’ di bizze. Martino, che teneva Ciccio con la briglia corta, domandò se ci fosse bisogno d’aiuto, ma suo padre guardava la vitella con tenerezza e le dava corda. Non aveva voluto metterle la morsa come aveva suggerito la moglie prima che si avviassero e adesso Martino si domandava se fosse stata una scelta giusta. Dopo un po’, però, Argi si calmò. Allora Tata accorciò la corda e le accarezzò le narici con le dita. “Dovresti ringraziarmi per averti risparmiato quella sofferenza!”. La bestia lo guardò mansueta come se avesse intuito il significato di quelle parole.

Arrivarono al ponte e raggiunsero Trimmazze che li stava aspettando col vitello. Trimmazze era il soprannome di Michele Galletta, un bracciante agricolo che aiutava spesso il Tata. E il Tata gli aveva acquistato il vitello che lui aveva ingrassato con l’intesa di restituire alla vendita il capitale e spartire il guadagno. Quel soprannome, “Trimmazze”, glielo avevano appioppato alla cantina di Cenzino, dopo che sul volto, già somigliante ad un teschio, Michele Galletta si era lasciati crescere due baffi tesi che il fumo, e verosimilmente anche la sporcizia, avevano contribuito ad ingiallire e irrigidire, accentuando straordinariamente la somiglianza con l’omonima carta da gioco.

Trimmazze e il Tata si salutarono, si fecero reciproche congratulazioni sull’ingrasso delle rispettive bestie, ma ben presto ebbero il loro da fare perché il vitello di Trimmazze dimostrava di voler approfondire la conoscenza con Argie. Ristabilita la calma ripresero il viaggio. Man mano che si avvicinavano alla foce del torrente Colongi, che già da allora era in secca per la maggior parte dei mesi dell’anno, incontrarono altre persone, molte delle quali conosciute dal Tata.

A un certo punto Trimmazze incoraggiò Martino a salire in groppa all’asino.

“Ma no, è carico” si schermì lui.

“Carico Ciccio con due fiscini di paglia e due sacchetti di fave?!” si scandalizzò Trimmazze.

Lo incoraggiò anche il Tata, ma si era sulla strada asfaltata e a Martino giravano ancora in testa le parole della madre.

Arrivarono nel cuore della fiera e si andarono a sistemare nella zona degli animali vaccini. Ciccio non era in vendita, ma ricevette anch’esso manifestazioni d’interesse.

Nella tarda mattinata Martino ebbe il permesso di andare un po’ in giro, ed anche un incarico dal Tata. “Se trovo il prezzo giusto stamattina venderemo Argi – gli disse con tono complice e coinvolgente - e dopo compreremo due rivuoti per l’anno prossimo. Fatti un giro, guarda e ascolta, e vediamo se sai gettare bene l’occhio!”.

Frattanto le operazioni di mercato erano diventate un brulichìo di trattative e attività e, man mano che Martino si spostava di qualche metro, gli giungevano voci diverse, rumori diversi, odori diversi, spesso contrastanti tra loro. La Fiera era infatti un crogiuolo di esperienze ed attività commerciali, ma anche un’occasione di scambi sociali, per informarsi sulle novità nei diversi paesi, per fare riparazioni ai basti da soma, per ferrare asini e muli, per stagnare utensili di rame, per prenotare maestranze e approvvigionamenti futuri, fissare appuntamenti, riscuotere denari che s’erano dati in prestito e, se se ne presentava l’occasione, fare dei buoni investimenti. Nell’attesa di vendere qualcosa i canestrai lavoravano a memoria a qualche paniere e intanto con gli occhi si guardavano in giro; gl’impagliatori di sedie e damigiane, invitavano all’acquisto dei loro fasci di juta e salici, mentre lavoravano a pieno ritmo. C’era la fila anche da Mastro Pietro per tagliare i capelli e lui, per non far andar via i clienti, li intratteneva abilmente con aneddoti e fatti curiosi.

Il norcino sembrava essere una delle persone più conosciute e stimate. Tutti lo salutavano. Lui ricambiava le strette di mano e le pacche sulle spalle e si accaparrava il lavoro che sarebbe poi andato a fare a domicilio, per castrare i maiali.

Mastro Peppino il bottaio, consapevole del fatto che per la vendemmia non era stata un’annata buona, salutava tutti i conoscenti con un largo sorriso, sperando d’incontrare chi gli commissionasse la riparazione di qualche carracchia rimasta vuota. Sembrava molto in confidenza con i venditori di barili che erano scesi da Domanico, ma anche con i venditori di cordami venuti da Monteleone.

Martino ascoltava e osservava in silenzio.

Sulla via del ritorno verso il padre, si fermò per acquistare delle caldarroste che lo avevano attirato con il loro intenso profumo, ma c’erano altre cose che gli facevano venire l’acquolina in bocca: i lupini, le fave abbrustolite e le alici salate disposte a raggiera nei tinelli di legno delle mogli dei pescatori.

Ritornato al punto di partenza, Martino si accorse che c’era animazione dove aveva lasciato il padre e Trimmazze. In effetti, come ebbe modo di constatare poi più volte, certe trattative spaziavano dal raggiro alla prevaricazione, a volte con la complicità degli intermediari.

Lo zio Ventura, che durante la settimana faceva il massaro, non si perdeva una fiera che fosse una. Andava anche fuori provincia. Era conosciuto da tutti ed era molto abile nel far concludere gli affari. Non era raro il caso che sia il venditore che l’acquirente gli dessero carta bianca dopo qualche breve conciliabolo a quattr’occhi. C’era anche lui nel crocchio che si agitava attorno ad Argi e c’era il Tata che cercava energicamente d’impedire che il chjanchiere apponesse il suo marchio sulla groppa della jenca.

A un certo punto il Massaro intervenne risoluto e tutti gli altri stettero zitti. Si avvicinò con l’orecchio alla bocca di Tata e fece poi lo stesso dal chjanchiere. Si stabilì nel gruppo che s’era radunato un silenzio innaturale rispetto al resto della fiera. Poi lo zio Ventura guardò venditore e acquirente con gli occhi furbi sul volto rubizzo.

“L’affare si può fare”, sentenziò alla fine. “Però dovete stare a quello che decido io!”. Raccolto il consenso delle due parti, il massaro andò oltre. “Ma mi dovete promettere che non volterete parola. Anzi, dopo che fisserò il prezzo, andremo da Luigino a mangiare e bere come buoni amici, e io sarò il primo a levare dal portafogli la mia parte!”. Incassato l’ulteriore consenso, il Massaro si fece dare la caparra dal macellaio, la mise nelle mani di Tata e disse il prezzo. I due contraenti accennarono una smorfia rassegnata d’insoddisfazione, ma faceva parte del gioco. Il Chjanchiere appose il marchio senza ostacoli e via verso la tenda bisunta di Luigino, dove c’era sempre un tavolo riservato per lo zio Ventura. Nell’occasione il massaro, che già aveva fatto pressione perché Martino facesse parte del gruppetto, insistette con autorevolezza perché potesse accompagnare gli adulti con un mezzo bicchiere di vino. “Ormai, benadica, è fattu grannu!”.

Martino conservò a lungo il sapore di quella fetta di pane caldo con un pezzo di baccalà fritto e un paio di frijarelli sopra, che si abbinavano splendidamente.

Il rituale del “battesimo” in fiera di Martino proseguì poi con l’acquisto dei “rivuoti”, maialetti da allevare fino al Natale dell’anno successivo. Per l’occasione il ragazzo ricevette dal padre parte dei soldi della caparra che gli aveva dato il chjanchiere, con la raccomandazione di custodirli bene, mentre, per qualche consiglio, non avrebbe potuto contare su specialisti migliori dei suoi accompagnatori, che erano il massaro e il norcino.

Strada facendo, i due lo istruirono sui requisiti degli esemplari migliori: “Scarta quelli “corti”, che diventano poi palle di grasso: devono essere sfilati, ma presentarsi bene sia di spalle che di prosciutti. I piedi grandi sono un altro buon segnale. Se hanno queste caratteristiche, puoi puntare anche su un esemplare di secondo piano. All’interno di una cucciolata c’è sempre chi prevale sugli altri e la bocca buona è un buon indizio. Però i capi migliori sono anche i più cari e su di essi puntano i venditori per tenere alto il prezzo. Ad ogni modo ricordati che, se sono di qualità buona e avranno da mangiare, impiegheranno poco, poi, per recuperare”.

Ultimate le raccomandazioni, il norcino si fermò con alcuni conoscenti e lo zio Ventura mise a punto e illustrò la strategia al nipote. “Prima faremo un giro di ricognizione per scegliere le cucciolate; tieni presente che quelli con un segno sul dorso sono già venduti. Fissa bene quelli che ti piacciono che poi ci ritorniamo. Tu fai parlare prima me, che metterò anche un prezzo. Considera che se ti piacciono potrai pure far lievitare la mia offerta, ma non più del dieci per cento, d’accordo?”.

Martino annuì e controllò che nella tasca il denaro fosse al suo posto. Più tardi, lungo il giro si separarono dal norcino. Ogni tanto il ragazzo strattonava lo zio per fare i suoi apprezzamenti su qualche bestia e il massaro verificava con soddisfazione che il nipote aveva imparato la lezione. Presso qualcuno ben conosciuto lo zio Ventura chiese il prezzo di alcuni animali venduti e concluse che, in quella fiera, i maiali si sarebbero comprati a buon prezzo. Alla fine scelsero la cucciolata di una scrofa bianca e sfilata. “La madre di solito è una buona garanzia su come verranno i figli” sentenziò lo zio Ventura “e ricordati che è così anche per i cristiani!”.

Il capo migliore era stato venduto, ma ce n’erano altri sette e su tre avevano convenuto entrambi che, tra i restanti, erano i migliori: erano due maschi e una femmina.

“Compare Mario, questo mio nipote ha ricevuto dal padre l’incarico di acquistare i rivuoti per l’anno prossimo e l’ho portato per primo qua da voi. Cercate di accontentarmelo…”.

“Eccome no? Siamo qui per vendere, Massaro, e comunque, grazie per la stima!”. Quindi rivolto a Martino “Forza, scegli! Quali ti piacciono?”.

Martino indicò i due maschi. “Ha l’occhio buono il ragazzo!...”.

“E’ la prima volta che viene alla Fiera”, disse lo zio, “ma promette bene!...”.

Compare Mario li guardò a lungo prima di parlare. “Sono i migliori tra quelli rimasti… Ci vogliono due carte e mezza!...”

Lo zio Ventura si ritrasse scandalizzato, secondo un rituale che il ragazzo aveva notato già in altre contrattazioni. Infatti, anche se apparentemente distratto dai rumori e dagli odori della fiera, Martino aveva osservato i comportamenti di compratori e venditori, fatti di estenuanti tira e molla, avvicinamenti, strette di spalle, allontanamenti e richiami, ulteriori avvicinamenti del prezzo fino alla conclusione dell’affare.

“E quanto vorresti spendere?” chiese Mario. Martino non lo fece attendere: “Una carta e mezza!”, rispose risoluto. I due adulti lo guardarono increduli, poi lo zio Ventura approvò con una pacca sulle spalle.

“Bravo, Martinì. M’hai levato il prezzo di bocca!”. “Volete scherzare, compare Ventura! – obiettò Mario con decisione - E’ quanto mi hanno dato per uno solo!”. E gli tese la mano, come per garantire sulla sua buona fede. “E li vale!” aggiunse Martino, costringendo i due adulti a prenderlo nuovamente in considerazione. “Perché se li mettiamo sulla statila quello pesa quanto gli altri due, o quasi!”.

“Hai ragione, figliolo – convenne Mario – ma tieni presente che tu compri otto zampe!”

“Sì - ribatté Martino con sfrontatezza - ma il maiale si alleva per la carne, non per la gnelatina!”.

Il massaro seguiva la discussione accompagnando le battute del nipote con risate di gusto che terminavano in una tosse asmatica con mancamento d’aria, che tuttavia non gli faceva perdere il buonumore, e Martino sembrava ricavarne spavalderia. Compare Mario, però, era saggio e smaliziato.

“Eh, figliolo, tu sei ancora giovane, ma gnelatina o carne, ricordati che del maiale non si butta nulla. Dice un proverbio: “ ’E na ruvazza fazzu cientu piezzi, e di nu puorcu unn’haiu chi ti dari!”.

“E allora vi faccio un’altra proposta”, incalzò Martino. “Prendo un maschio e una femmina, ma il prezzo resta quello!”. La sicurezza del ragazzo irretiva Compare Mario. “E se ti dicessi di sì, ma non te l’ho ancora detto – tenne a sottolineare - quale sceglieresti?”. Martino fece finta di cercare con lo sguardo nel branco e alla fine indicò con sicurezza: “Quella!”. I due adulti si guardarono con compiacimento. “Bravo, Martino. Sai scegliere, ma non posso accontentarti!...”.

“E va bene, non fa nulla, signor Mario – disse con determinata rassegnazione Martino - A voi i vostri animali e a me i miei soldi…”, poi rivolto al massaro “Venite zio, torniamo da quegli altri…” e si allontanò di qualche passo. Attese due minuti, poi si allontanò ancora un po’ senza voltarsi, fino a quando udì la voce del massaro. “Martinì vieni qui!”. Il ragazzo si avvicinò ostentando disinteresse. “Mi sei piaciuto, Martinì. E sei piaciuto pure a compare Mario. Ed entrambi vorremmo che questo tuo primo negozio andasse in porto. Ma ti devi mettere anche nei panni del venditore, non solo in quelli del compratore. E allora ascolta: voglio farti un regalo io, e un altro te lo farà compare Mario”. Prese il portafogli, estrasse una banconota e cercò di metterla nelle mani del venditore che, dopo aver sbirciato e non ritenendola sufficiente, mise le mani dietro la schiena.

A quel punto Martino intervenne risoluto. “Zio vi ringrazio per la mediazione, ma i regali sono un’altra cosa e Vussurìa, se mi volete fare un regalo, me lo farete in un’altra occasione. Comunque se il vostro Compare accetta il prezzo che avete tagliato voi, per rispetto vostro, lo accetterò anch’io”. Seguì un lungo sguardo tra i due adulti, quasi immobili in una sorta di abbraccio, dopodiché Mario si divincolò, prese con rassegnazione la banconota, alla quale Martino unì le altre che custodiva in tasca, restituendo nel contempo quella anticipata dal massaro. “Il resto ve li daremo quando passeremo a prendere gli animali!”.

“E va bene! – approvò Mario – Prendi questo carbone e vatteli a segnare tu stesso!”. Sperava forse che nella confusione li avesse persi di vista, ma Martino non ebbe un attimo di esitazione.

Tornarono al reparto dei vaccini, dove c’era ad aspettarli Trimmazze, che aveva venduto il vitello ed era soddisfatto.

“Tuo padre ha lasciato il basto per far ripristinare l’imbottitura ed è andato a ferrare Ciccio. Fra poco sarà di ritorno”. Martino però era euforico per l’acquisto avviato e raggiunse il Tata dal maniscalco, che armeggiava sull’ultima zampa da ferrare di Ciccio. Con destrezza, mastro Gigino rimosse l’unghia consumata con una cazzuola tagliente, adattandola, quindi riscaldò il ferro per farlo aderire meglio alla superficie ripulita. Si udì nell’aria uno sfrigolìo assieme alla puzza dell’unghia bruciata, mentre il maniscalco inchiodava il ferro rivoltandone le punte sull’unghia con abilità e velocità impressionanti.

“Scarpe nuove e basto imbottito! Non ti puoi lamentare della tua Fiera, Ciccio!” disse il Tata accarezzando la criniera dell’asino, che camminava con prudenza sui ciottoli del fiume, provocando uno scalpiccio che non gli era familiare.

Salutato lo zio Ventura passarono poi a prendere i rivuoti, che sistemarono nei fiscini sul basto.

Martino, allora, ricevette anche le congratulazioni del Tata per l’acquisto che aveva fatto e che il massaro aveva illustrato con dovizia di particolari. Nell’occasione il ragazzo si sentì coccolato dallo sguardo carico di orgoglio e soddisfazione del genitore. Quella emozione di intesa col padre rimarrà a lungo indelebile nel cuore di Martino.

“Tieni – disse infine il Tata allungandogli una banconota – questa te la sei meritata. Spenditela come vuoi domani alle bancarelle della Fiera, ma ti raccomando: stai lontano dai giochi d’azzardo!”
Amantea Ottobre 2016



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