Sonia Angelisi sul referendum trivelle

angelisi sonia Sonia Angelisi
SENZA QUORUM E SENZA ENERGIA
Emerge un popolo italiano non coeso che non crede l’opinione popolare conti qualcosa.

L’ho detto e lo ribadisco: siamo un popolo senza “quorum” e, aggiungo, senza energia.
Il non raggiungimento del 50%+1 al referendum abrogativo in merito alle trivellazioni in Italia ha lasciato l’amaro in bocca. La ragione è presto detta: l’astensione immotivata e incivile di coloro che, non manifestando il loro diritto al voto, hanno messo un bavaglio alla volontà popolare. Una rinnegazione di anni di lotte, un calpestamento del dovere e del diritto alla libertà di espressione attraverso lo strumento referendario, un disinteresse palese in relazione al futuro energetico del nostro Paese, una disaffezione alle questioni ambientali. Diciamolo, anche una cattiva informazione da parte dei comitati pro-sì che hanno scioccamente cavalcato il referendum per battere la via ambientalista generando ulteriore confusione.
Gli italiani, un popolo senza quorum perché ha perso la sensibilità della partecipazione civile; un popolo senza energia perché non trova la forza di reagire nemmeno quando è chiamato in causa.
Eppure, contro ogni pessimismo cosmico che si è espresso in questi giorni sulla validità effettiva della volontà popolare, mi preme sottolineare come sia un dovere sacrosanto pretendere di essere parte attiva nelle decisioni che riguardano l’utilizzo di ciò che è nostro, che è bene comune, come il nostro mare.
Naomi Klein, una delle più affermate e autorevoli pensatrici dei movimenti ambientalisti, sottolinea come le spinte dal basso dei movimenti locali abbiano portato alla vittoria di alcune battaglie: a New York, per esempio, il governatore Andrew Cuomo voleva autorizzare l’estrazione di gas e petrolio con la tecnologia del fracking, ma i movimenti contrari lo hanno costretto a mettere al bando quella tecnica pericolosa Anche il movimento antinucleare in Germania, all’indomani del disastro di Fukushima, ha costretto il governo Merkel ad adottare una politica energetica indirizzata alle rinnovabili, che ha raggiungo oggi ad una fornitura del 30% del fabbisogno tedesco. Piccole gocce, è vero, ma che moltiplicandosi e affinando le strategie, possono diventare un mare.
Se non siamo capaci di rispondere ad un referendum, come potremo mai pensare di dialogare con la politica, con le istituzioni, tra di noi, con le imprese, con tutti quei campi che, volenti o nolenti, si intersecano con le nostre esistenze quotidiane, per la definizione di un progetto comune alternativo? Da sempre il problema precipuo delle emergenze ambientali è stato quello di affrontare quest’ultime senza offrire una visione di insieme. Ambiente, economia e politica sono dimensioni strettamente legate tra loro, che necessitano di un approccio olistico e di risposte ad ampio respiro.
Il tema delle rinnovabili, d’altro canto, è alquanto spinoso perché richiede grandi abilità nel cercare e mantenere un dialogo sia con i profeti dell’imminente esaurimento delle risorse, sia con coloro che sono inguaribili ottimisti nel progresso tecnologico. Una delle tesi più accreditate oggi è che le sole fonti rinnovabili non possono soddisfare il fabbisogno energetico mondiale, per cui, una volta che saranno esauriti i combustibili  fossili, si dovrà non solo ricorrere al rinnovabile, ma pensare a come “sintetizzare” nuova energia fossile. A questo proposito, il fisico premio Nobel Robert Laughlin sostiene che sarà l’agricoltura a salvarci ancora una volta: coltivare oceani e deserti usando gli alberi come incubatori di nuova energia fossile.

Accanto alle questioni puramene tecniche, è importante concentrarsi anche sullo spirito che accompagna la transizione energetica. Tornando in patria, penso che l’Italia e, in particolare, gli italiani, debbano recuperare il gusto ad essere felici, abbandonando la mestizia e la rassegnazione che da quasi dieci anni accompagnano le nostre vite. Parlare di felicità non è un’utopia né una metafora. Accanto ai vecchi modi di misurare il benessere di una nazione attraverso il Pil, oltre l’Indice di Sviluppo Umano indicatore di sviluppo macroeconomico elaborato nel 1990, esiste un Report della Felicità Mondiale (World Happiness Report) che si è ormai guadagnato il rispetto di studiosi e organizzazioni internazionali. Cos’è l’Indice della Felicità? E’ una valutazione del benessere che tiene conto: del reddito pro capite, della speranza di vita, del sostegno sociale, della fiducia, della libertà percepita e della generosità; in particolare, le variabili rilevanti sono il sostegno sociale, il reddito e la speranza di vita.
Di fronte ad una crisi economica, i Paesi reagiscono in maniera differente: alcuni rilevano un’opportunità nella crisi ( come l’Islanda e l’Irlanda), altri vi affondano inesorabilmente (come l’Italia e la Grecia). La divergenza delle esperienze nazionali si spiega con l’Indice della Felicità: i Paesi che diventano più infelici sono quelli in cui è deteriorata la credibilità dei governi e delle istituzioni, in cui clientelismo e abusi sono all’ordine del giorno e il capitale sociale (ovvero l’insieme delle relazioni sociali) è pericolosamente ridotto. In Italia, la percezione della solitudine, della rarefazione dei legami sociali, il senso di abbandono da parte delle istituzioni, gettano il Paese nello sconforto impedendo di reggere gli shock economici. Un Paese con un solido capitale sociale, invece, scorgono nella tragedia la possibilità di rafforzare la solidarietà collettiva.

Il popolo italiano, lo si è visto anche da questo referendum, non è coeso e non crede. Non è coeso nell’azione e non crede l’opinione popolare conti qualcosa. Non cerca il confronto con le istituzioni e lascia che queste chiudano ogni spiraglio di dialogo.
L’appello, tornando a bomba, vorrebbe essere quello di ritrovare il cuore e l’energia per rialzarsi e tornare ad essere un popolo felice.

Sonia Angelisi 18-04-2016

Fonti:
Rampini F. “L’Età del Caos”
Sen A. “Etica ed economia”

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