recensione di Vincenzo Segreti al libro di F.Vairo "Amantea Srl famiflie & famiglie"

 

F.Vairo, Amantea Srl famiglie & famiglie, edizioni Comunic@re, Amantea , 2012 , pag. 172 Euro 18,00
di Vincenzo Segreti 04-07-2012


L’amanteano Filippo Vairo è un acuto e poliedrico scrittore di varia umanità. I suoi romanzi, i saggi politici e socio-antropologici hanno ottenuto un lusinghiero successo di pubblico e di critica, che ne hanno apprezzato la tensione morale e democratica, l’amore per il “natìo loco”, lo stile ora solenne, ora affabulatorio, l’originalità delle tematiche e della narrazione.

 

   Esce in libreria il suo volume dall’emblematico titolo Amantea Srl, famiglie&famiglie nel processo elettorale (Edizioni Comunic@re, Amantea, 2013), che reca nella prima di copertina una altrettanto significativa illustrazione, opera di Giuseppe Maria, figlio dell’autore.

 

   Sostanziata da dati, grafici e tabelle statistico-storiche, la ricerca, le cui indagini e metodologie scientifiche possono essere utilizzate per altre località calabresi, offrono una nuova chiave interpretativa sull’orientamento dei flussi elettorali e sull’influenza dei “poteri forti” nelle scelte degli amministratori locali.

 

   Nello studiare il caso di Amantea, l’autore presenta una “città dalla doppia identità”. Agli occhi del visitatore la località si presenta vivibile, animata da una vitalità commerciale e, destate dal turismo di massa, ma nasconde “una società civile debole”, che offre alla politica il consenso elettorale, non utilizzato purtroppo nella gestione della cosa pubblica ai fini dello sviluppo socio-economico e culturale della comunità.

 

   Bene a ragione, nella lucida presentazione del volume, il prof. Roberto De Luca dell’Università della Calabria, attento studioso dei fenomeni elettorali della regione, definisce il volume “un lungo editoriale” per addetti ai lavori e una utile guida ai cittadini per conoscere i misteri delle dinamiche elettorali e i successivi sviluppi. Egli riconosce nel libro quelle categorie, appartenenti alla prima e seconda Repubblica, che hanno sostituito all’impegno civile e democratico, volto al bene comune, una concezione utilitaristica della politica, pur annotando che esistono persone che la praticano come un servizio vantaggioso per la collettività.

 

   D’altronde, come dimostra la storia delle votazioni, bene evidenziata dall’autore, dopo il disfacimento dei partiti tradizionali, nella città tirrenica come altrove dominano incontrastate “lobby politiche e affaristiche”, trasversali alla Destra e alla Sinistra, spesso fautrici di liste civiche di candidati da presentare alle elezioni comunali. Tali consorterie continuano ad attrarre i voti delle famiglie numerose, specie se bisognose, alimentando aspettative spesso fallaci.

 

   Con tale collaudato e iniquo sistema il successo arride ai candidati di questi potentati che, una volta eletti, danno una copertura politica ai loro affari nel terziario (commercio, libere professioni, edilizia pubblica e privata, ecc…), trasmettendosi il potere di generazione in generazione.

 

   In un rapporto di organicità le famiglie sostengono il vero “potere costituito”, i cui esponenti sono individuabili negli elenchi dei consiglieri, dei sindaci e delle giunte, posti in appendice al testo, a datare dalle elezioni del secondo dopoguerra.

 

Così si determina il deleterio fenomeno di un doppio familismo “sui generis” che si colora di una concezione, secondo la quale la solidarietà fra le famiglie in questione deve prevalere sui legami sociali più generali. Si dà vita di fatto “ad una società a responsabilità limitata” con soci di maggioranza e minoranza, intenta a curare principalmente i propri interessi attraverso la gestione dell’ente comunale.

 

   Vairo individua filosoficamente la sostanziale differenza fra “familismo amorale” e “familismo immorale” che contraddistingue le due categorie di famiglia. Il primo non ha alcun rapporto con l’etica, è indifferente o meglio cinico di fronte alla distinzione fra bene e male, ha una visione individualistica della politica; il secondo è contrario a qualsiasi norma morale, proprio perché la famiglia diventa strumento di potere fine a se stesso, che4 consente al “legame biologico di straripare e di invadere la vita pubblica” nei suoi multiformi aspetti. In ogni caso ne discende che non è la società a dettare i comportamenti della civile convivenza e della giusta amministrazione della cosa pubblica. Al suo posto sono le famiglie ad arrogarsi il diritto di imporre alla comunità le loro scelte politiche e amministrative “ad usum Delphini”. “L’ethos familiare” – scrive a proposito Gianni Speranza, sindaco di Lamezia Terme, - “che contamina l’ethos comunitario, premia la selezione avversa, mortifica il merito, calpesta la dignità e annulla il senso di responsabilità”. Come appare evidente questo comportamento diventa “una patologia pericolosa per la democrazia”.

 

   In particolare, il Nostro sottolinea che la città tirrenica come tutta la Calabria, stretta nell’asfissiante morsa fra politica, economia e famiglie, è destinata a una profonda decadenza perché priva di avanzata progettualità. Oltre a produrre civiche amministrazioni al limite dell’illecito e dimentiche del bene generale, “famiglie&famiglie” possono indurre il voto di scambio, che viene adoperato dalla criminalità organizzata per affari sempre più illeciti con gravi turbative della vita democratica, dell’ordine e della sicurezza pubblica.  

 

   Come ammonisce l’autore, già si avvertono i prodromi di questo clima perverso che impedisce, in un periodo di grave congiuntura e di dilagante corruzione del sistema Italia, anche ad amministratori innovatori e onesti dei piccoli centri il mantenimento della legalità e la crescita socio-economica.

 

   A sostegno delle sue tesi l’autore descrive Amantea del terzo millennio come una città di oltre 15mila abitanti (per oscuri motivi ufficialmente finora non raggiunge questa cifra importante, che si spera venga confermata dai dati anagrafici del recente censimento) senza un piano di sviluppo organico nei vari settori produttivi, con un territorio degradato da una devastante cementificazione, con un imponente patrimonio storico-paesaggistico né tutelato, né valorizzato, con carenti servizi civici. E per di più sulla città incombe la minaccia mafiosa, nonostante gli arresti, le inchieste giudiziarie e i processi in corso.

 

   Questi condizionamenti non hanno risparmiato amministrazioni come quella attuale, che solo per alcuni provvedimenti di pubblica utilità ed infrastrutturali possono essere considerate eccezioni che però non scalfiscono la regola ineludibile, ormai metabolizzata dalla politica nostrana.

 

   Vairo auspica una nuova primavera che abolisca “la familiarizzazione della politica e il tarlo del clientelismo” (come ha anche sostenuto Pino Iacino), “spostando lo scontro dalle persone alle idee, dagli interessi dei singoli alla collettività”, con il contributo di “quel prezioso patrimonio civile che vive nelle pieghe della società”.

 

   Nel libro, al pessimismo per i destini di Amantea alla fine subentra il messaggio salvifico della speranza, lanciato in particolare ai lettori e agli intellettuali attivi e a quelli dormienti o, addirittura, sostenitori della deleteria tendenza politica. Essendo “la democrazia uno stile di vita” soprattutto i cittadini hanno l’obbligo morale di partecipare attivamente all’edificazione di una società a misura d’uomo, respingendo ogni tentativo di strumentalizzazione politica delle “caste”.

 

   Del resto i padri nobili della Nazione, che scrissero la carta costituzionale e ricostruirono l’Italia dalle rovine della seconda guerra mondiale, non solo furono i promotori di una buona politica, ma istillarono negli italiani i principi dell’etica e della responsabilità nella scelta dei governanti, salvando il Paese dal baratro. Poi ebbe inizio un lento e continuo degrado delle formazioni politiche. Oggi si avverte l’esigenza di un ricambio generazionale a tutti i livelli che estirpi il marcio che da anni cresce all’interno dei partiti, capace di avviare una inversione di tendenza che li riporti a strumenti insostituibili di democrazia, veri antidoti dell’antipolitica. Inoltre è augurabile che sorga al più presto “una rivoluzione di uomini nuovi”, pensosi delle sorti dell’Italia. Esse non migliorano con la protesta di piazza, né con il populismo e le lusinghe degli “incantatori di serpenti” o con le subdole politiche paternalistiche dei “grandi elettori”, ma con programmi di rigenerazione dei costumi, di crescita socio-economica in favore delle classi subalterne al limite della sopravvivenza per l’asfissiante pressione fiscale dello Stato, volta a ridurre il debito pubblico.

   Ritornando sull’argomento, dopo un simile “excursus”, Filippo Vairo si congeda dai suoi lettori con questo poetico e appassionato appello: “Occorre cospargere di sale i semi del disonore e fertilizzare i germogli della speranza. Piantare semi di civismo in una realtà dominata dal cinismo”.

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