Parere di Vincenzo F. sulle dichiarazioni di venditti sulla Calabria

Il parere di Vincenzo F. sulle dichiarazioni di Venditti 10-10-2009

Perché indignarsi per le dichiarazioni di Antonello Venditti? Cosa avrebbe detto di sbagliato il cantautore romano?

Quello di qualcuno, anzi dei più a giudicare dalle molteplici e cruente reazioni, a mio parere è solo un continuare a piangersi addosso e, da buon meridionale, a mantenere una parvenza di onorabilità mista ad un ancestrale orgoglio. Io sono convinto, invece, che le parole dell’artista fotografino il reale stato di una Regione che, depredata da chicchessìa, è divenuta inutile sotto ogni aspetto, fungendo addirittura da ostacolo al normale vivere altrui.

Soffermandoci sull’inutilità, vi chiedo: a che serve una porzione di territorio italico in cui alberga, nel modo di vivere dei propri cittadini, una mentalità mafiosa che condiziona il vivere quotidiano? A che serve un territorio paesaggisticamente bellissimo in cui tutto si fa fuorché valorizzare ciò che invece potrebbe essere una reale risorsa? A che serve un territorio il cui sviluppo è affidato a personaggi in capo ai quali pendono procedimenti penali per i più svariati reati (associazione per delinquere, malversazione, peculato, appropriazione indebita e quant’altro), personaggi che nonostante tutto ostentano tracotante arroganza? A che serve un territorio in cui fin’anche nel mondo della scuola si va avanti solo se si è figli di qualcuno, e da noi per qualcuno s’intendono medici, avvocati, ingegneri, impiegati alle ASL o ai Comuni. Un territorio in cui, ai cittadini che pagano regolarmente le tasse, e siamo in tanti, viene negato fin’anche il diritto di sapere se l’acqua che fuoriesce dai rubinetti sia potabile o no, o se in fondo al mare vi siano bidoni contenenti rifiuti tossici o materiale innocuo. Potrei continuare all’infinito ma per il momento mi fermo qui.

Dicevo anche che il nostro è un territorio divenuto nel tempo anche un ostacolo alla circolazione di coloro che abitano oltre, con chiaro riferimento ai siciliani. Mettiamoci nei panni di un siculo che, magari da Roma, deve rientrare a casa. Il povero cristo si vede costretto ad attraversare una Regione che detiene il record del cantiere più longevo di tutta la storia delle infrastrutture: quello della Salerno-Reggio Calabria. Il resto? Il mega porto di Gioia Tauro servito da una fatiscente rete viaria sia veicolare che ferroviaria; una Statale 106 jonica che concorre al citato record di longevità, eccetera.

Se analizziamo tutto ciò, ci rendiamo conto che le parole di Antonello Venditti, per quanto crude ed amare possano essere state, trovano fondamento nella realtà dei fatti.

Ieri, 8 ottobre 2009, su Ten ho assistito all’intervento a tutto campo del leader dei Diritti Civili Franco Corbelli, il quale, nelle frasi del cantautore romano ha invece rilevato una sorta di provocazione, successivamente avallata dallo stesso cantante. Corbelli, da persona intelligente quale è, non si è affatto indignato, anzi, prendendo la palla al balzo ha evidenziato come proprio la popolarità di Antonello Venditti possa fungere da potente cassa di risonanza per denunciare il nostro malessere, magari con una sua presenza in Calabria, e su quello stesso porto di Cetraro più volte citato. Un eventuale concerto di A.V. nel nostro territorio focalizzerebbe l’attenzione dei media e del Governo Centrale sulle nostre problematiche, non ultima quella delle navi affondate nel nostro mare. Questa è una iniziativa che io comunque considero complementare, e che deve far parte di un progetto ben più ampio basato sulla movimentazione popolare. Aiutati che Dio ti aiuta, si suole dire. E allora io dico che qui si tratta di abbandonare atteggiamenti refrattari e speranzistici; speranza è un sostantivo femminile che deve scomparire dal nostro vocabolario; chi di speranza vive disperato muore, ricordiamocelo, e noi non vogliamo certo morire senza aver prima combattuto. Le nostre armi devono essere necessariamente la caparbietà; la marcatura a uomo; il martellamento quotidiano della nostra voce che ogni giorno che passa dovrà assumere toni sempre più assordanti; la nostra presenza fisica laddove si decide la vita, o la morte come nel nostro caso, del Paese. Le Associazioni e i Comitati sorti nel tempo, al di là di ogni schieramento o ideologia politica, devono coagularsi e coinvolgere altre Associazioni, altri Comitati, uscendo da una sfera localistica che in quanto tale risulta sterile e fragile. L’unione fa la forza, anche perché il problema del dissesto geologico; dei rifiuti tossici; dell’incompetenza dei nostri politici, non può interessare solo una parte di cittadini, bensì tutta la popolazione calabrese. Ebbene, allora io propongo di muoverci, incominciando a fare una colletta per acquistare pagine di giornali e spazi televisivi ove gridare il nostro dolore e la nostra profonda amarezza. Rendiamo noto a tutti, anche a livello mondiale interessando le nostre Comunità all’estero pregandole di fare altrettanto, la situazione che stiamo vivendo, una condizione che avrà sicuri riflessi negativi sul futuro dei nostri figli. Ma ciò che sarà scritto e detto, dovrà essere farina del nostro sacco e non un surrogato di belle frasi, magari ad effetto, partorite nelle redazioni dei giornali. Non dimentichiamo che noi siamo i discendenti di Cassiodoro da Squillace, di Mattia Preti, di Corrado Alvaro e di Gioacchino da Fiore, tanto per citare alcuni nomi illustri, menzionati anche nell’ultimo libro dell’architetto e scrittore di Amantea Sergio Ruggero. Ad Amantea e nella Calabria tutta, vi sono persone capaci che non devono assolutamente abbandonare il campo di battaglia, specialmente in questo delicato momento della nostra esistenza. Vedete, cari concittadini, ho detto “campo di battaglia” perché qualora non si fosse ancora percepito, siamo in piena guerra, ed in guerra bisogna combattere per restare vivi. Per motivi di lavoro ho vissuto per ben 11 mesi in Bosnia-Erzegovina, un Paese che ha resistito all’esercito di Milosevic inventandosi strategie, fabbricando armi con i tubi delle condutture idriche, scavando un tunnel lungo 800 metri con il solo utilizzo di badili e picconi, il tutto sotto il continuo bombardamento dei Serbi. Aspettando l’intervento risolutivo della NATO, i cittadini Sarajevesi non sono rimasti con le mani in mano, e a distanza di circa 17 anni dall’aggressione Serba, seppur con l’animo ancora ferito, sia per i 200.000 morti accertati, sia per tutti coloro che mancano all’appello poiché sepolti nelle fossi comuni, argomento troppo delicato da tirar fuori, quella gente va verso un futuro meno preoccupante, un risultato strettamente connesso alle conseguenze del loro modo di agire nel corso del conflitto.

Per quanto ci riguarda, i nostri nemici sono da identificare nelle persone che ostentano atteggiamenti mafiosi; i nostri nemici sono coloro che non ci hanno mai puntato contro la canna di un fucile, poiché ciò avrebbe richiesto una buona dose di coraggio e di tale dote loro ne sono sprovvisti, e che quindi ci hanno avvelenato giorno dopo giorno infettando il nostro bel territorio ed il nostro incantevole mare, un’azione subdola portata a termine con la sicura connivenza di personaggi locali evidentemente senza scrupoli. Imitiamo i Sarajevesi e tutti coloro che nel mondo sono stati o sono tuttora oppressi, rubando loro la ferrea volontà a resistere, contrastando una situazione allucinante non imbracciando un fucile, è ovvio, ma cavalcando la forza di denunciare a tamburo battente una situazione che, se non affrontata nell’immediatezza, ci vedrà soccombere definitivamente.

Chiudo questo mio intervento con una poesia, convinto (non sperando) che un giorno il tenore e gli argomenti dei miei scritti saranno altri. Per il momento…

Vinto dall’amarezza non riesco a respingere il desiderio di scrivere,
così la mia mano l’inchiostro nero cosparge su un foglio immacolato, dalle mie parole sporcato.
Il tutto nato come un presagio lievita in certezza, convinzione di aver raggiunto un punto,
il limite nefasto di un brutto giorno… quello del non ritorno.
Avrei voluto scrivere storie di draghi, folletti, di strane fiere,
o del coraggio indefesso di giovani guerrieri.
Ma… ahimè, mi ritrovo al capezzale di un qualcosa che pur se nata bella,
la crudeltà dell’uomo ha reso un mostro… scrivo della mia terra.
 

Vincenzo F. 10-10-2009

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