Scuola pubblica e religione


L'annosa questione della religione nella scuola pubblica
Il ministro Profumo riapre la questione della religione nella scuola italiana auspicando un adeguamento alle mutate condizioni di una società multietnica e multireligiosa.
-Nel 2009 un cittadino italiano di religione diversa dalla cattolica si rivolge alla Corte Europea denunciando il condizionamento del crocifisso nelle scuole pubbliche;
-il 3 novembre 2009 la Corte dichiara
l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche contraria alla Carta imponendo la rimozione – L’Italia ricorre;
-18 marzo 2011 la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo assolve l'Italia sulla esposizione del simbolo sacro nelle scuole pubbliche.
Il Ministro Profumo, nel settembre 2012, pone la questione dell'ora di religione che negli aspetti generali è molto simile a quella del crocifisso.
Segue articolo di Antonio Cima del dicembre 2009 dopo la sentenza che vietava la croce nei luoghi pubblici. Nel testo è evidenziata la parte che riguarda la scuola.

Premessa
Con la disquisizione che segue non è mia intenzione esprimere approvazione o disapprovazione sulla presenza del crocifisso nei luoghi pubblici, ma è solo una riflessione sullo stato delle cose, una valutazione sui principi in materia espressi dalla nostra Costituzione e su quanto la nostra società sia in sintonia con essi. Personalmente credo che le religioni siano montagne con boschi, vallate, neve e ghiacciai, che tanti liberamente cercano di raggiungere; a me, altrettanto liberamente, affascina il mare.


Da quando la Corte europea si è pronunciata sul crocifisso in Italia, tanti si sono espressi con pareri molto discordanti, non cristiani e laici da una parte, cristiani praticanti e non dall'altra. La questione di per se complessa, finisce col diventare vuota se affrontata rigidamente dal proprio punto di vista senza apertura all'altrui pensare. 
I punti cardini del dibattere sono: a) la laicità dello Stato, b) il rispetto delle tradizioni e delle esigenze religiose.
La laicità dello Stato, sancita dalla Costituzione, significa che le istituzioni pubbliche sono tenute a non interferire sulle questioni di fede religiosa.
Volendo esser chiaro, usando termini poco appropriati e di modesto lignaggio culturale, dirò che la religione è come un soprabito da lasciare in auto quando si entra in un edificio pubblico per svolgere attività, lavorative o elettive, identificabili come servizio alla collettività in riferimento a obblighi istituzionali.
Su questo tono vado oltre e aggiungo che le religioni sono come squadre di calcio e che lo Stato non è "tifoso" di nessuna squadra.
Per quanto riguarda le tradizioni di un popolo vanno considerate valutazioni che portano a riflessioni articolate.
Un popolo è un insieme di persone, generalmente ampio ed omogeneo, che stabilmente e da tempo vive in un determinato luogo ove si condividono lingua madre, aspetti sociali, etici, morali, alimentari e prevalenza religiosa.
Una popolazione, invece, è un insieme eterogeneo di persone che, stabilmente o temporaneamente, vive in un luogo condividendo usi e costumi del luogo, organizzata per accogliere altre etnie regolari consentendo loro di praticare usi e costumi d'origine che non siano in contrasto con le leggi di quel luogo.
Con la globalizzazione imperante, con l'emigrazione planetaria, con la delocalizzazione delle produzioni, con l'abbattimento di muri e ideologie, si può ancora parlare solo di popoli (o razze se vi pare) o si deve, più equilibratamente, guardare alla nuova realtà in termini di popolazioni, ovvero di più etnie che convivono in uno stato, in un territorio?
In tale contesto lasciare o togliere il crocifisso diventa un aspetto strettamente vincolato alla necessità di stabilire la parità di diritti di tutta la popolazione.
Se per la maggior parte di chi vive in Italia la presenza del crocifisso negli edifici pubblici risulta essere un bisogno primario, si può ritenere ragionevole lasciarlo.
Poi domandiamoci: gli stessi bisogni primari di quelli che non si riconoscono nel crocifisso, ma in altri simboli, che fine fanno?
E' o non è l'Italia uno stato basato su una Costituzione che sancisce la parità di diritti, di opportunità e di dignità?
E' rispettato il principio costituzionale che lo Stato non "tifa" per nessuna religione?
Riconoscere i diritti della parte di popolazione cristiana e disconoscere gli stessi diritti della popolazione di altra o di nessuna religione può essere percepito come un atteggiamento anticostituzionale, discriminatorio, di prevaricazione e di "monopolizzazione" della fede.
Questa enunciazione di principio, però, deve, assennatamente, calarsi in una realtà che affonda in duemila anni vissuti nel segno della civiltà cristiana, ulteriormente rafforzata dalla presenza del Papa nel cuore dell'Italia. Sarebbe un errore grossolano ignorare questo lungo percorso che ha forgiato il credo religioso e che ha generato una società totalmente immersa nella cristianità e ad essa legata da innumerevoli eventi quotidiani.
A questo punto domandiamoci se la questione può essere racchiusa sulla sola presenza del crocifisso o se invece va oltre. 
E va ben oltre, a parer mio, se proviamo ad osservare quanti riferimenti cristiani incontriamo, giorno dopo giorno, in uno stato "laicamente cristiano" come l'Italia.
Sono tanti e tali, e così diffusi in tutto il territorio nazionale, che si può facilmente affermare che il crocifisso è una parte quasi irrilevante del quadro generale dei simboli cristiani presenti. Toglierli tutti comporterebbe uno sconvolgimento sociale apocalittico che non mi cimento assolutamente a ipotizzare.
Andiamo avanti e vediamo gli elementi della cristianità.
Il Crocifisso, foto e quadri sono presenti in tutti gli edifici pubblici.
Negli ospedali sono presenti, in quasi tutte le corsie, altarini, nicchie votive, statue della madonna o di santi.
In ogni dove vi sia una grotta c'è una statua di madonna.
Lungo le strade e nelle piazze esistono ovunque altarini, statue, calvari, stazioni della via crucis.
Una infinità di piazze, strade, località, scuole, ospedali, palazzi, riferimenti geografici, portano nomi afferenti la cristianità.
I calendari guidano il nostro tempo con i riferimenti alla cristianità.
Le feste patronali, le processioni, gli onomastici parlano la sola lingua dei cristiani.
Le feste nazionali religiose, le feste e vacanze scolastiche, fanno riferimento prevalente alle festività cristiane.
La televisione di stato dedica uno spazio quotidiano a qualunque attività del Vaticano e delle istituzioni ecclesiastiche minori.
A questi riferimenti si sovrappongono le attività nella scuola, specie materne ed elementari (attualmente chiamate infanzia e primaria), che più di ogni altro contesto civico condizionano la formazione della coscienza religiosa. Non voglio dilungarmi sulla religione nelle scuole, ma non posso esimermi da alcune considerazioni.
E' vero che esiste l'esonero dalla religione, ma lo ritengo un inutile palliativo che lascia aperta tutta la problematica.
Nei due ordini di scuola citati quasi tutte le attività di aggregazione e partecipazione si basano su riferimenti religiosi cristiani.
Il periodo natalizio è interamente, ed esclusivamente, dedicato alla natività: presepi, disegni, recite, canti, ecc.
Il periodo pasquale, in misura minore rispetto al Natale, è comunque orientato alla crocifissione e alla resurrezione.
Pare vi siano insegnanti che comincino la giornata con il segno della croce e, a volte, con una preghiera.
In una scuola così organizzata come si colloca un bambino di altra religione?
Come fa ad estraniarsi dalle intense e prolungate attività con riferimenti alla cristianità?
Di quante recite, canti e coinvolgimenti deve privarsi?
Consente questa complicata convivenza l'inserimento, la socializzazione e l'integrazione del bambino?

A tutto ciò consegue una ovvia domanda: basta togliere il solo crocifisso per stabilire la completa parità di diritto di tutte le fedi religiose?
La risposta, altrettanto ovvia, è: sembra proprio di no! Sarebbe come consigliare ad uno studente maggiorenne, fuori dall'obbligo scolastico, che non va mai a scuola, che non studia, che non si fa interrogare, di andare a scuola almeno nei giorni dei compiti in classe; ovviamente ciò non avrebbe alcun effetto e non salverebbe lo studente dalla bocciatura.

Nel frattempo si è introdotta la Lega che, dopo anni di rozzo vilipendio alla bandiera nazionale, propone d'inserire la croce sul tricolore; sorvolo su quest'ultimo aspetto, che non merita alcuna considerazione, e consiglio ai leghisti di valicare le Alpi e di chiedere la cittadinanza svizzera cosi potranno essere appagati nel duplice desiderio della croce sulla bandiera e dell'ostracismo verso l'Islam.
Ma la realtà resta spinosa come lo è da quando il genere umano ha avvertito il bisogno rassicurante della divinità.
Resta da decidere se la Costituzione e i provvedimenti che ne derivano vanno osservati rigidamente o, per alcuni diritti, si può derogare.
Personalmente ritengo che siamo in un periodo di transizione nel quale si afferma una sorta di diritto imperfetto e incompiuto a beneficio delle maggioranze indigene che gestiscono tutte le forme di potere.
Credo che si andrà avanti così per altri decenni e che gradualmente gli "altri" si organizzeranno, costituiranno partiti, fondazioni, associazioni, occuperanno ruoli decisionali nelle future generazioni e arriverà tempo che questo diritto imperfetto dovrà perfezionarsi.
Chi avrebbe pensato qualche decennio fa che sarebbe arrivato il tempo il cui le chiavi della porta della Casa Bianca sarebbero finite nelle mani di un uomo con padre africano?

Nel frattempo ognuno pregherà il suo dio guardando a Roma, ad oriente, o in altri luoghi e in altre direzioni, per come la Costituzione sancisce, ma il costume del luogo impedisce.
Antonio Cima 04-12-2009

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