Vincenzo Segreti sulla Cultura Calabrese

PIU’ OMBRE CHE LUCI SUL PANORAMA DELLA CULTURA CALABRESE

                                                                         di Vincenzo Segreti

“Versato in lettere, filosofia / nell’arte magica, nell’armonia , / è un vero cumulo di saper vario: / “Viva il canario, viva il canario!/ Oltre alla lingua del suo paese,/ cinguetta l’italo ed il francese. / E’ un vero cumulo di saper vario: / “Viva il canario, viva il canario!”/ …   Sono versi di grande attualità, composti da un anonimo poeta dell’800, che irridono “ un saggio del villaggio”, altezzoso detentore di “un ‘enciclopedica cultura”, degna di un imbonitore di piazza.

   Oggi il gratuito sfoggio di erudizione nella nostra regione diventa spesso megalomanìa. Invade soprattutto i siti internet, le pagine di una certa stampa, le trasmissioni radiofoniche e televisive locali che i responsabili dovrebbero tutelare da tale negativa irruzione per il buon nome delle testate. Specie per l’apertura dei siti s’impone per legge un’opportuna normativa o quanto meno un decalogo deontologico per evitare che la libertà di espressione degeneri in arbitrio.

   Non è immune dal dilagante fenomeno l’editoria minore che, pur di trarre facile guadagno, pubblica illeggibili romanzi, inqualificabili volumi di poesie e presuntuosi saggi a spese degli autori, che compiacenti enti pubblici acquistano ed associazioni pseudoculturali diffondono con le presentazioni. Si tratta di grafomani (scrivono di tutto e di più), il cui numero supera abbondantemente quello dei lettori. E così emerge un universo di improvvisati letterati, poeti, scrittori, storici, politologi, commediografi, critici d’arte i quali, presi dal demone della scrittura, affrontano disinvoltamente un’impressionante gamma di argomenti senza una specifica competenza. Sono rimasticature (o addirittura plagi) di scritti già noti, fra l’altro, riproposte in assoluto dispregio delle leggi grammaticali e sintattiche e prive di citazioni bibliografiche. Ai rarissimi esempi di originalità fa riscontro, in particolare, il saccheggio di brani di celebri scrittori e di saggisti di chiara fama.
Si sfiora il ridicolo, quando gli “umanisti” di turno, digiuni di lingue classiche, riportano a sproposito frasi in greco e in latino, di cui non sono in grado di fornire le traduzioni. Neanche l’aurea massima pliniana “Sutor ne supra crepidam!” ( = “Calzolaio non giudichi oltre la scarpa!”) frena i più avvertiti che continuano imperterriti nella loro deleteria opera al fine di accreditarsi come i principali referenti culturali nei confronti della comunità e delle istituzioni traendone “gloria” e vantaggi personali. Nella migliore delle ipotesi, gli “storici” enfatizzano avvenimenti e personaggi, sovente ideologizzati, e mostrano all’incauto lettore il proprio paese come “ombelico del mondo”, ignorando i precetti della storiografia più avanzata.
La microstoria è poi un terreno fertile che si presta alla copiatura o quanto meno alla pedissequa ripetizione di argomenti abbondantemente trattati in precedenza. Ne sa qualcosa lo scrivente che più volte ha constatato che alcuni suoi articoli (ad esempio quello sulla “Fiera di Amantea” edito su “Calabria Letteraria” nell’ottobre 1994 e ripubblicato aggiornato successivamente) sono stati riproposti senza che l’autore fosse citato dagli estensori, i quali paradossalmente hanno ricevuto le lodi di disinformati cronisti, amministratori della cosa pubblica ed esponenti di sodalizi cittadini.
I narratori, “emuli” di Manzoni e di Eco, sommergono anche le bene articolate trame dei romanzi in un “guazzabuglio” di nozioni storico-dottrinali; più genuini sono i racconti di vita vissuta, esemplati sul realismo di rinomati narratori calabresi.
I “poeti” spengono gli evidenti echi della lirica contemporanea in versi che, appesantiti nella forma, non riescono a liberare emozioni e sentimenti. I “commediografi”, sulle orme di Pirandello e di Eduardo De Filippo, presentano per lo più lavori di stereotipata comicità, in cui le vicende ed il carattere dei personaggi non emergono compiutamente per i tempi teatrali lenti e per una serie di stucchevoli divagazioni socioantropologiche sull’ambiente, contenute nei dialoghi.
I “politologi”, quando sono piuttosto validi nel condurre documentate analisi delle realtà politiche e dei loro sviluppi, ripropongono, però, per le soluzioni progressiste di ancestrali problemi socioeconomici, modelli utopistici o adottati per situazioni diverse da quelle regionali.
I sedicenti critici d’arte e di letteratura fanno apparire le opere esaminate come assoluti capolavori con articoli elogiativi che non accennano minimamente ai difetti, riscuotendo in cambio la stima e la gratitudine degli autori.

A dare man forte a tale malcostume sono quei premi letterari, le cui compiacenti giurie, per lo più pilotate da referenti politici, scelgono i vincitori non per il valore delle opere, ma per le raccomandazioni ricevute.

   Ipercritici ed invidiosi verso le altrui iniziative, i tuttologi non solo pontificano nei vari settori della cultura, ma si ergono a moralizzatori della vita pubblica, quando il vento non spira in loro favore, pronti a rientrare nei ranghi, se i loro “progetti“ vengono accolti e foraggiati. Inoltre, “i santoni dello scibile“, convinti di avere la verità in tasca, con aria professorale non accettano critiche. Eppure ad essi va riconosciuto lo stato di “uomini pneumatici che restano sempre a galla” nella società della crisi e del malessere. E’ questa una caratteristica peculiare dei venditori di fumo e dei voltagabbana, secondo le convenienze.

Quel che è peggio che tale genìa è imitata da una pletora di “apprendisti stregoni” , ai quali non si nega il diritto di scrivere, ma si consiglia, se ne sono capaci, di evitare i cattivi esempi e di manifestare nei loro lavori originalità, consapevolezza dei propri limiti, rifiuto di ogni bassa strumentalizzazione e soprattutto di ampliare la loro cultura con lo studio della grammatica e dei classici. In tanta “fioritura” faticano ad imporsi scrittori, forniti di talento e rigore morale, che tentano altrove l’avventura letteraria, sperando in esiti più felici.

D’altronde, la scuola e l’università, già avvilite da discutibili riforme e dalle baronie dei cattedratici, per la crisi economica in atto e per gli indiscriminati tagli orizzontali della spesa pubblica del governo, non assolvono appieno la loro funzione formativa ed educatrice. Per gli stessi motivi la ricerca scientifica langue, cresce la fuga dei cervelli e l’esercito dei dottori disoccupati.

In provincia il teatro, pur annoverando qualche compagnia di eccellenza, ristagna in un dilettantismo di maniera, spesso supponente. I “teatranti” ostentano vistose lacune nella recitazione e nella messa in scena delle opere (un repertorio eterogeneo di dubbio gusto), difficilmente colmabile, da quando ha chiuso i battenti la prestigiosa Accademia d’Arte Drammatica di Palmi, fucina di ottimi attori e registi.

La situazione è migliore nel settore artistico, dove per la bontà delle scuole emergono valenti pittori e scultori che innovano le tematiche e affinano i vari stili con la genuinità dell’ispirazione e la felicità del segno.

   Note positive riguardano anche la musica, benché qualche “compositore”, carente di estro creativo e di nozioni teoriche, abbia la presunzione di paragonare le sue partiture a quelle dei grandi autori. In questo ambito è encomiabile l’opera dei conservatori nel formare specialmente promettenti direttori d’orchestra, maestri di banda e strumentisti (alcuni di essi fanno parte degli organici di famosi complessi nazionali). Le ultime leve di questi musicisti hanno dimostrato di recente la loro bravura nel megaconcerto di Reggio Calabria, diretto da Riccardo Muti, suscitando il plauso e l’incoraggiamento del celebre maestro nella prospettiva che l’Arte ha una finalità catartica per i popoli oppressi. Inoltre, l’etnomusicologia è ben rappresentata da organizzati gruppi di suonatori e cantanti folk che, attraverso l’attento studio e l’intensa ricerca di motivi e canti tradizionali, riescono a recuperare ed a valorizzare artisticamente una preziosa eredità identitaria, prossima alla scomparsa.

   Se così stanno le cose, è ora che gli autentici intellettuali levino la loro libera voce di protesta contro il dannoso culturame, che oscura le coscienze e spesso è al servizio dei poteri forti e delle lobby politico-affaristiche, sostenendo quelle benemerite attività che danno lustro alla regione.

   Occorre affermare i valori universali della Conoscenza e dell’Etica (sono facce della stessa medaglia), un patrimonio individuale, i cui possessori hanno il dovere di trasmettere alla collettività per contribuire a riscattarla dal sottosviluppo, dalla corruzione e dalla violenza che, alimentati dalla mala politica, impediscono il progresso civile della Calabria.

N.B. Il nostro articolo nasce da una lunga ed attenta analisi della realtà regionale, svolta attraverso l’esplorazione di numerosi siti web, l’osservazione di trasmissioni televisive, la lettura di saggi, romanzi, cronache e “terze pagine” di quotidiani regionali, la visione di mostre d’arte, di “pièce” teatrali e l’ascolto di concerti musicali. L’intento dell’autore è solo animato da un imperativo categorico: concorrere ad elevare il tono culturale nell’interesse superiore della comunità calabrese!

26-10-2012 (già pubblicato su altre fonti da alcune settimane)

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