Rino Muoio intervista il Magistrato Antonio Ingroia

Intervista di Rino Muoio per il Quotidiano della Calabria
al Procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia
durante la recente visita del magistrato ad Amantea - 19-10-2012

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Amantea – E’ pronto ad abbracciare una nuova importante esperienza professionale Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo. Dopo vent’anni da pubblico ministero alla procura del capoluogo siciliano, è stato chiamato, dalle Nazioni Unite, a dirigere, in Guatemala, un'unità di investigazione di livello internazionale per la lotta al narcotraffico. Il 26 luglio scorso il CSM ha dato il via libera al suo collocamento fuori ruolo: per un anno il dottor Ingroia smetterà di indossare le vesti di pubblico ministero. Lo abbiamo raggiunto ad Amantea,subito dopo l’ennesimo incontro con gli studenti italiani, ai quali prova a trasferire i valori di giustizia e di legalità e senso dello stato, trasferitigli, fin dai primi anni della sua carriera di magistrato, da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quando lo abbiamo accompagnato nell’aula della dirigente scolastica, per porgli alcune domande, aveva da qualche minuto salutato i tanti giovani che lo avevano ascoltato con attenzione, lasciando loro intendere che proprio sulla stagione delle stragi non tutto ancora è stato detto. “Quando andrò in Guatemala – aveva appena dichiarato -non avendo più certi vincoli che, inevitabilmente, mi pongono la funzione di pubblico ministero che si occupa di queste indagini, dirò, probabilmente in un libro, qualcos’altro che oggi non posso dire apertamente”.

In tanti anni di lavoro ha affrontato alcune delle inchieste più scottanti che riguardavano e riguardano i rapporti perversi tra Stato, politica e criminalità organizzata. Un’attività intensa dalla quale, oltre alle risultanze investigative che hanno anche portato a condanne importanti, sembra venir fuori l’idea di un uomo proteso a confermare un concetto quasi banale e cioè che ogni cittadino deve essere uguale di fronte alla legge. Ma perché, nei fatti non è stato e non è ancora così?

Potremmo dire che storicamente non è stato mai così nel nostro Paese, anche per responsabilità della stessa magistratura che, per secoli, è stata parte integrante di un blocco di potere che garantiva l’applicazione diseguale della legge penale, nel senso che i privilegi e le impunità per i potenti è stata spesso assicurata proprio dalla magistratura. Questa cosa credo che sia venuta in evidenza in modo più chiaro lì dove il blocco di potere criminale era più forte, cioè in Sicilia, che ha la storia più antica di un sistema criminale che non è stato una vicenda delle classi popolari ma di quelle più agiate. Un fenomeno che ha garantito questa sorta di impunità di fatto nei confronti delle classi dirigenti. Tutto questo ha poi determinato il ruolo storico che ha avuto la magistratura siciliana dalla fine degli anni settanta in poi, con i primi magistrati, diciamo da cesare Terranova in poi, passando per il procuratore Costa, che hanno cominciato ad applicare la legge in modo eguale nei confronti di tutti. Una serie di magistrati isolati che, purtroppo, sono stati ad uno ad uno uccisi. Poi finalmente è arrivata la stagione del pool, con Falcone, Chinnici, Caponnetto e Borsellino. Questa cosa ha fatto si che si creasse un gruppo che ha fatto crescere un modo diverso di essere della magistratura ed è quello che si è andato sempre di più sviluppando negli anni successivi. Va detto, tuttavia,che Falcone e Borsellino facevano parte essenzialmente di gruppi anch’essi isolati, dentro la magistratura di Palermo, nell’ormai famoso “palazzo dei veleni”, ma anche nella magistratura nazionale;se vogliamo lo dimostrano le tante sentenze della cassazione e le bocciature di Falcone al CSM. Dagli anni novanta in poi sul modello Falcone-Borsellino si è realizzato il contagiarsi e il diffondersi, anche fuori del circuito palermitano, il fenomeno di una magistratura che applicava in modo equo ed eguale la giustizia, che poi è quello che ha determinato il famoso scontro politico-giustizia.

Le reazioni più forti alle sue inchieste sono arrivate da alcuni ambienti della vita politica italiana, quasi come se lei avesse invaso un terreno ritenuto inviolabile. L’arma usata non sembra essere più la legittima confutazione delle tesi dell’accusa in dibattimento, ma la delegittimazione del magistrato. Lei ad esempio è stato attaccato piuttosto duramente a seguito del suo intervento ai lavori di un partito italiano avvenuto l’anno passato. Come la spiega questa cosa?

La spiego con quella insofferenza nei confronti del controllo di legalità in base al principio di uguaglianza di cui parlavamo prima. Per cui si individuano alcuni obiettivi, tipo alcuni uffici giudiziari, e alcuni magistrati in particolare che interpretano un po’ anche simbolicamente questa nuova stagione e si colpisce in modo strumentale, cercando di approfittare di ogni occasione. Così, quando, com’è capitato, si dicono cose ovvie e banali, tipo “per sconfiggere la mafia bisogna riformare la classe dirigente” o “bisogna stare dalla parte della costituzione” dichiarandomi, nel mio caso, “partigiano della costituzione”, si determina quella reazione inconsulta.

Ma questo cozza con i suoi importanti risultati e riconoscimenti anche internazionali, come quello del suo prossimo e prestigioso incarico alle nazioni Unite, quale responsabile di una importante struttura investigativa in Guatemala. Insomma lo stesso magistrato in Italia viene attaccato, da alcuni settori, per il suo, diciamo così, movimentismo politico, in qualche modo screditandolo anche professionalmente, mentre, a livello internazionale, viene riconosciuto per la sua altissima professionalità. La contraddizione non dovrebbe creare qualche imbarazzo ?

Ovviamente si. Ed è questa la ragione per la quale appena si è avuta notizia di questa proposta d’incarico che mi aveva fatto l’Onu è partita la mistificazione, l’opera di disinformazione, tanto che si è detto non che l’Onu mi ha chiesto di rivestire questo incarico ma che io ho chiesto di andare via perché mi sentirei uno sconfitto e un vinto che fugge in esilio. Purtroppo quando non ci si vuole confrontare sugli argomenti si usa non solo la macchina del fango ma anche quella della disinformazione.

Il fatto di essere siciliano ha in qualche modo influito nella sua determinazione ad andare fino in fondo alle cose ?

Sicuramente si. Mi ha aiutato innanzitutto a decifrare il fenomeno mafioso, avendo vissuto in Sicilia per tutta la mia vita, e poi anche perché si sono intrecciate la passione professionale con l’impegno civile di chi vuole rendere migliore la terra dove vive e dove è nato. Infatti nel mio libro non colgo soluzione di continuità tra il mio impegno di cittadino palermitano studente al mio impegno di cittadino palermitano magistrato. In verità le due cose sono connesse fra loro.

Anche in Calabria vengono fuori con una certa continuità rapporti di contiguità allarmanti tra le istituzioni pubbliche e la mafia, che turbano l’opinione pubblica. Volevo chiederle se conosce il lavoro dei suoi colleghi calabresi, se esiste una collaborazione investigativa tra le procure siciliane e calabresi e quale idea si è fatta della situazione della nostra regione sul rapporto perverso mafia-politica – istituzioni.

 

Ovviamente avendo sempre lavorato in Sicilia conosco discretamente la mafia siciliana e poco la ‘ndrangheta calabrese. Quello però che ho percepito dalle mie investigazioni, dai miei studi, anche dal confronto con i colleghi e studiosi che hanno approfondito il fenomeno della criminalità organizzata calabrese, è che siamo in presenza di una situazione pesante e in una fase di ascesa. La ‘ndrangheta vive un processo di salto di qualità sia sul piano imprenditoriale che su quello politico, che è simile al salto di qualità della mafia siciliana degli anni ottanta, quando i grossi introiti provenienti dalla stagione d’oro del traffico dell’eroina esercitato da “cosa nostra” determinò un forte potere contrattuale, una forte capacità finanziaria e politica della stessa organizzazione. Mentre, però, la mafia siciliana ha tentato il salto di qualità nello scontro militare e corpo a corpo con lo Stato, perdendolo, la ‘ndrangheta”, più silenziosamente, ha preso spazio e potere, conquistando le posizioni che andava abbandonando la mafia siciliana, tanto che ora quella calabrese è la mafia italiana più potente e più diffusa sul territorio nazionale e internazionale, la più dinamica sul piano delle strategie finanziarie, la più aggressiva sul piano delle relazioni politiche. Questo determina, e purtroppo, probabilmente, di questo non c’è sufficiente consapevolezza a livello nazionale, un pericolo da allarme rosso. Sono certo che appena affronterò questo nuovo incarico in Guatemala mi capiterà più spesso di avere a che fare con mafia calabrese che con quella siciliana.

Noi abbiamo conosciuto, soprattutto per il lavoro di Falcone e Borsellino, l’esistenza della “cupola”, di un coordinamento tra i mandamenti presenti sul territorio siciliano. Almeno per convenzioni in Italia esistono quattro mafie, cosa nostra, ndrangheta, camorra e sacra corona unita. Dalla sua esperienza investigativa ha mai trovato indizi circa la possibile esistenza di una sorta di coordinamento che sovraintende alle stesse, diciamo una sorta di “supercupola”, che in qualche modo divida anche per settore l’azione delle mafie italiane?

Che ci sia una “supercupola” non ci ho mai creduto, mi è sempre apparsa un’idea letteraria. Ma che ci siano stati dei momenti di coordinamento superiore nei quali, non congiuntamente ma separatamente, i rappresentanti delle organizzazioni si sono incontrati, o hanno comunicato tra loro attraverso ambasciatori criminali, scambiandosi idee per coordinare le rispettive strategie militari e finanziarie, ne sono convinto. Ci sono stati certamentescambi di favori in passato e oggi gestiscono traffici insieme. E poi non è mai scoppiata una guerra tra una mafia e l’altra e questa è la migliore dimostrazione che un coordinamento c’è.

La pensa ancora come Giovanni Falcone sul fatto che la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani prima o dopo finirà.

Al contrario del vostro corregionale Gratteri, assolutamente si.

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