Aspettiamo - di Eduardo Perri

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Aspettiamo  (di Eduardo PERRI)

Oggi, come ogni giorno, passo davanti al bar dell’angolo osservando senza troppa cura le persone già sedute ai tavolini: ognuno è accomodato allo stesso posto di sempre con l’aria di chi è già lì da parecchio e parecchio dovrà restarci. Poche macchine in giro, il carretto del pesce langue senza proprietario, qualcuno nella piazzetta discute quasi all’orecchio, Nerina passa indisturbata l’incrocio con la coda dritta perché ha puntato un gatto che non vedo. L’uomo appoggiato al muro, che con il suo leggero gilet sbottonato sembra non sentire il freddo umido della prima mattina, rompe il silenzio: “ma quannu ‘a fannu ancuna cosa pe’ sa Calabria?”. L’anziano signore dallo sguardo torvo, i capelli bianchi e lunghi agitati dal vento, si sposta sulla sedia. Un altro dei presenti posa a terra la busta della spesa dalla quale cade una piccola confezione: chinandosi a raccoglierla, dopo un’imprecazione, il tale ancora sulle ginocchia, a mezza voce: “ni dannu i sordi e li politici si l’arrobbanu..”. Il signor G. che passa a grandi falcate coglie la palla al balzo per un: “jamuninne, ca simu ancora a tiempu..” – “ tu si guagliune”, è la risposta di quello della piccola confezione, che nel frattempo si è rialzato tenendosi un fianco, “e lu po fari..iu addù minni vaju?” e dopo una pausa tattica, guardando ad uno ad uno tutti negli occhi, parla quello dallo sguardo torvo: “menumale ca culla penzione almenu campamu..tiegnu vint’anni i contributi e crisciu dua famiglie” – “se, ma nun avimu spitali, i guagliuni nun faticanu, allu comunu sinni fricanu, i politici si guardanu sulu i fatti loro”. E la conversazione si perde nel vuoto quando esce dal bar un giovane con una birra in mano chiedendo: “ aieri c’ha fatto ‘a Juventus?” e da qui ovviamente ne esce il solito battibecco con l’interista depresso del gruppo.

Premetto che le mie sono solo considerazioni e la mia intenzione è quella di cercare confronti senza sollevare inutili polemiche. Questa breve conversazione che ho ascoltato per caso, mi ha spinto a delle dure riflessioni: possibile che l’incrinarsi dell’egemonia economica americana, lo strapotere dei mercati asiatici a discapito dei nostri, il fallimento delle politiche di sviluppo europee, ancora non abbiano creato una nuova coscienza collettiva? Come mai non è chiaro a tutti che non val più la pena aspettare il miracolo dall’alto e che per i prossimi vent’anni non pioverà altra manna dal cielo? Ancora si vorrebbero sussidi per il mezzogiorno? risorse per il Sud? Sono 60 anni che succhiamo soldi all'Italia che cresce: tutti i calabresi residenti siamo meno di due milioni di persone e viviamo sparsi su un territorio circondato da 800 km di coste, praticamente tutte balneabili e da oltre 250 mila ettari di parchi montani..e con queste risorse non riusciamo ad ingranare. Allora 30 anni fa si è passati alle fabbriche oggi fallite o in dissesto. Rinascita dell’agricoltura, un fallimento. Abbiamo o meglio avevamo ospedali ogni diecimila abitanti, diventati sul nascere macchine brucia soldi. Opere pubbliche, cattedrali nel deserto. Uno dei porti più grandi e strategici del Mediterraneo, sottosfruttato. Vantiamo una criminalità organizzata tra le più potenti del mondo. Pur essendo un territorio improduttivo, comunque, abbiamo importanti infrastrutture viarie che, caso unico, passano in mezzo alle montagne per servire territori in via di sviluppo e quando c'è stata necessità di ammodernarle, lo Stato, nonostante i cronici ritardi, è intervenuto. C'è in cantiere un ponte sullo Stretto addirittura osteggiato da più parti sociali e politiche. Riceviamo fondi di sviluppo che non sappiamo sfruttare e alcune di queste provvigioni sono tornate indietro a mamma Europa perchè non utilizzate. Poi, ci lamentiamo dei troppi extracomunitari in giro per i campi perché ci rubano un lavoro che non facciamo da decenni. Scusate lo sfogo, ma la regressione economica che stiamo vivendo, oltre ad essere un problema di proporzioni mondiali, è anche colpa nostra. Allora su le maniche e anziché attendere assistenza, eradichiamo questa subcultura clientelare di cui siamo schiavi, smettiamo di essere biecamente politicizzati e ideologizzati: basta con i retaggi e diamoci da fare perché, da che mondo è mondo, noi calabresi siamo gente tosta e caparbia.

Possiamo e dobbiamo farcela!

Eduardo Perri,  23-02-2012
(visto che ci sono almeno altri 2 Eduardo Perri in giro, io sono quello che lavora alla Mufasa Viaggi!:-)

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