Ma dove vanno i Marinai? Di Ottaviano Di Puglia

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“Ma dove vanno i marinai?”
di Ottaviano Di Puglia 26-02-2012

     Ebbene, li vedo lì, al tramonto o all’alba, cercarsi e fare crocchio per mantenere ancora acceso l’orgoglio dell’appartenenza. Sono gli ultimi pescatori o i figli di pescatori che non accettano di essere totalmente esclusi dal consorzio umano che quasi quasi stenta a riconoscerne le radici, la storia, e, perché no?, l’epopea.

<<Ci sentiamo – mi confessava un vecchio pescatore, come i Pellerossa d’America. Sradicati dalla loro terra e dalla loro libertà, per essere incapsulati in riserve che decretarono la fine della loro civiltà, in nome di un progresso consentito soltanto non ai pionieri che volevano lavorare la terra, ma a pochi affaristi che si arricchirono sulle pelle di intere tribù sterminate dalla barbarie dell’uomo bianco.

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Noi – continua il mio interlocutore – avevamo sulla spiaggia, all’inizio del lungomare, lato nord, una sorte di tapèe fatta di legno e coperta con foglie di palma. Lì, proprio in quella parte della spiaggia, dove un tempo erano ormeggiate le nostre barche, passavamo il tempo incontrando gli amici e specialmente quei giovani che avevano voglia di conoscere il mondo dei pescatori e della pesca in particolare. Un giorno, la Capitaneria di porto di Vibo V., con una ruspa, la distrusse, in nome di non sò quale principio di difesa di urbanizzazione, con l’unico pretesto che era stata occupata una zona appartenente al demanio marittimo, senza alcuna autorizzazione.

     È stato come se ci avessero nascosto il sole, come se ci avessero prosciugato il mare, come se ci avessero voluto sradicare da quel luogo come si fa con le erbacce che infestano i giardini.

 

     Ciò ci dispiacque e non poco!>>.

 

    A questo pescatore, gli occhi azzurri e profondi, come l’abisso del suo mare, gli si erano riempiti di lagrime, trattenute solo per pudore e per rabbia repressa. In nessun caso avrebbe voluto – ricordava ancora e si giurava sulla testa dei suoi figli – frenare l’eventuale progresso socio-economico-culturale che potevano portare impianti balneari confortevoli e moderni; né, tanto meno, si lamentava della quantità di Lidi presenti tra Santa Maria e Cristaudo che avevano, praticamente, privata la cittadinanza di una spiaggia libera. No! No! Ripeteva, con voce strozzata, ci mancherebbe altro! Avevano, lui e i suoi amici, solo il desiderio di potersi sentire depositari delle tradizioni della marineria di Amantea e, legati a quel mondo, non volevano, in nessun modo, far morire quell’unica possibilità che avevano, per trasferire le loro conoscenze nelle nuove generazioni.

 

     Forse a tanta gente, ai politici in primo luogo, l’amarezza di questa gente, di questa categoria che, come ho detto in altra occasione, tanto ha contribuito all’evoluzione ed al riscatto del tessuto socio-economico della città, non importi proprio nulla.

 

     Io mi permetto di consigliare a tutti costoro di farsi togliere le cataratte che offuscano loro la vista e di ascoltare le loro voci che non sono quelle delle mitologiche sirene, ma quelle di uomini che conoscono ancora il dolore che possono provocare i calli che i remi agli scalmi hanno sempre distribuito sulle palme delle mani.

 

     Aiutiamoli a ritrovare, in quell’angolo di spiaggia, un posto attrezzato per raccogliere ancora, a crocchio, gente che sa di salsedine, che ama il mare e lo rispetta, che conosce quale forza economica può rappresentare, che non ha paura né vergogna di dire di essere un pescatore o un figlio di pescatore.

 

   Lasciamo che i loro sguardi, all’alba o al tramonto, inseguano i voli di gabbiani e che i loro sogni possano ancora seguire le correnti chepermettano loro viaggi che diventano miti.

 

     Ridiamo loro un posticino dove, di tanto in tanto, anche noi, distratti e gelosi della nostra pseudo modernità, si possa sedere per il rito antico dell’ospitalità e consumare, magari solo con la fantasia, alici sviscerati, sciacquati con acqua salmastra ed arrostiti col fuoco degli “orfanielli” raccolti sulla spiaggia con la preghiera del ringraziamento.

 

     È solo nostalgia? Mi auguro di no!

Ottaviano Di Puglia

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