Vincenzo Segreti racconto di Briganti e Brigantesse

segreti vincenzo Tra Storia, Mito e Cultura
Vincenzo Segreti racconta di Briganti e Brigantesse
Le tragiche vicende della brigantessa Maria Oliverio detta "Ciccilla"

Amantea - Vincenzo Segreti racconta  08-03-2012
Il brigantaggio postunitario nel Sud, che ebbe radici socioeconomiche e filoborboniche, annoverava autentici banditi, ma anche poveri contadini. Gli uni ormai professionisti del crimine, gli altri divenuti fuorilegge perché afflitti da un’immensa miseria e, per di più, delusi per la mancata assegnazione delle terre demaniali, promesse da Garibaldi, ed oppressi dal nuovo governo per le tasse e le gabelle nonché per la leva obbligatoria.

   Le bande colpivano soprattutto i ricchi liberali, imponendo tagli e riscatti, incendiavano gli uffici delle imposte e della leva. Il brigantaggio, alimentato dai Borbone nella speranza di riprendere il regno e dallo Stato Pontificio fu debellato solo nel 1865, quando, in base alla legge Pica, si ricorse in forma massiccia all’esercito sabaudo sotto il comando del generale Emilio Pallavicini. Allora divampò una sorta di guerra civile che portò allo sterminio di oltre 5mila briganti e fece numerose vittime anche fra le forze armate.
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   Sono passati alla storia le figure di audaci e feroci banditi come Carmine Crocco, Pietro Bianco, Domenico Scinardi (Ninco Nanco), Manico d’uncino, Luigi Alonzi (Chiavone), Domenico Straface, Filippo Pettinati, Pietro Mancuso. Meno note, ma a volte dotate di altrettanta audacia e di maggiore umanità, furono le donne che, afflitte dai torti subìti, seguirono volontariamente i loro uomini alla macchia o rapite finirono per adattarsi alla clandestinità e ad esser fedeli ai propri rapitori. In ogni caso, divennero esperte brigantesse, molto abili nell’uso delle armi, nascondendo, per apparire più forti, la loro femminilità con cappellacci e rustici abiti maschili.

   Fra queste femmine si distinse per originalità una brigantessa calabrese “sui generis”, la famosissima Maria Oliverio, di cui si traccia un succinto profilo sulla scorta di un importante e documentato volume di Peppino Curcio Ciccilla. La storia della brigantessa Maria Oliverio, del brigante Pietro Monaco e della sua comitiva, Pellegrini editore, Cosenza, 2011. Rispetto ad altri saggi, che trattano il medesimo argomento, la ricerca porta nuovi ed interessanti contributi alla conoscenza di questa pagina del brigantaggio calabrese, mette a fuoco le diverse personalità dei due protagonisti e ridimensiona gli aspetti romantici di quel banditismo, cari ad alcuni scrittori dell’epoca, fra i quali Vincenzo Padula e Nicola Misasi. Viene presentata realisticamente l’Oliverio come brigantessa fiera e combattiva, amante appassionata, a volte generosa, e Monaco come cinico e crudele capobanda, che attraverso il crimine e gli scambi di favori con le autorità costituite, mirava velleitariamente con la sua “comitiva” all’egemonia delle sue contrade silane, non aderendo di fatto al movimento in atto contro i Savoia.

   Maria Oliverio nacque nel 1843 a Casole Bruzio, un ridente paesino della Presila cosentina da un umile famiglia di agricoltori. Ebbe il soprannome di “Ciccilla” in onore di Francesco II che, i sudditi del regno di Napoli chiamavano affettuosamente appunto “Ciccillo”.La sua esistenza fu intimamente legata a quella di Pietro Monaco, nato a Macchia di Spezzano Piccolo nel 1836 di mestiere carbonaio, il quale però sapeva leggere e scrivere.

   A 17 anni Ciccilla, per la sua conturbante bellezza, affascinò Pietro che la sposò al ritorno dal suo servizio militare nell’esercito borbonico, durante il quale, nel 1857 nelle campagne di Sanza aveva assistito al massacro di Carlo Pisacane e dei trecento eroici compagni.

   Monaco non fu uno sposo fedele, perché contemporaneamente manteneva una relazione extraconiugale con Teresa Oliverio, sorella di Maria, una donna sensuale di facili costumi, non smentendo le sue doti d’impenitente donnaiolo. Intanto il suo spirito di avventura veniva attratto dalla spedizione dei Mille, alla quale partecipò valorosamente, ottenendo il grado di sottotenente.

   Il giovane subì una profonda delusione, quando il nuovo governo, non solo realizzò le promesse di Garibaldi, ma equiparò i braccianti agricoli ai briganti, iniziando la spietata e sanguinaria repressione con le sue milizie.

 Monaco, richiamato alle armi al posto di un possidente (forse della famiglia Gullo), per i suesposti motivi, disertò e divenne brigante contro i piemontesi, i proprietari terrieri e i ricchi borghesi, senza tuttavia legarsi al tentativo di restaurazione borbonica.

     Ciccilla, pur condividendo la scelta del marito, in un primo momento non fece parte della sua banda. Cambiò idea, allorchè il maresciallo Pietro Fumel, un militare spietato e senza scrupolo, inviato personalmente da Cavour a combattere i briganti di Serra Pedace, nel 1862 la imprigionò insieme alla sorella Teresa, al fine di costringere Monaco a costituirsi o quanto meno a uccidere il pericoloso capobanda Leonardo Bonaro, che più tardi venne eliminato con i suoi accoliti proprio dalla masnada di Monaco. Liberata nel maggio di quell’anno con la sorella, Maria raggiunse il marito che però l’accolse con una fucilata perché Teresa gli aveva riferito che aveva avuto rapporti sessuali con tutte le guardie carcerarie. Uscita indenne dall’attentato, la donna era furibonda per l’infamia ricevuta, che aveva offeso il suo onore (l’onta allora si lavava col sangue). Si recò a casa di Teresa e, sul far della notte, quando tutti dormivano, massacrò la congiunta a colpi di scure. Rivestì i tre figli, che erano a letto con la madre, e li portò da sua suocera, confessando l’orrendo crimine. Poi fuggì verso i boschi e, avendo disarcionato dal suo mulo l’esterrefatto proprietario, pervenne al covo del consorte che accettò le sue giustificazioni, non credendola più fedifraga. L’omicidio di Teresa è un episodio emblematico che ben s’inquadra nell’antropologia di quei tempi, che obbediva alla teoria hobbesiana del “homo homini lupus”.

   Con il suo arrivo la comitiva aumentò il numero dei banditi e compì una serie di eclatanti delitti per vendetta o per denaro, sempre rifiutando di schierarsi con i Borbone o con i Savoia, se non per ragioni utilitaristiche. Per scambi di favore, infatti, Monaco seppe abilmente gestire amicizie sotterranee sia in campo liberale che in quello legittimista.

   Soprattutto gli omicidi, i sequestri di persona, le estorsioni, i ricatti, i maltrattamenti e le percosse ai prigionieri, gli incendi dei campi e dei casolari, le stragi di mandrie colpirono le famiglie filo unitarie che erano particolarmente facoltose.

   Per ben quattro anni, inutilmente le milizie sabaude, le guardie nazionali, tentarono di catturare o di eliminare Monaco, Ciccilla e i loro seguaci, i quali imperversavano impunemente nelle contrade del Cosentino, del Catanzarese e del Crotonese. Fra i numerosi delitti perpetrati, seguendo l’ordine cronologico, si ricordano i più importanti.

   Uno dei casati benestanti più perseguitati fu quello della famiglia Gullo, latifondisti di Macchia. Il 12 agosto 1862, i coniugi Monaco esplosero alcuni colpi di fucile contro un balcone dell’abitazione di quei notabili. Era l’avvertimento di pagare una tangente o, secondo alcuni autori, una somma per avere Monaco sostituito un esponente di quel casato (?). La notte fra il 17 e il 18 ottobre incendiarono una loro “torre” colonica e una stalla. Successivamente rapirono la figlia di Alfonso Gullo, Virginia di appena un anno di età, la balia con il marito che furono liberati previo un presunto riscatto di 6mila ducati, sempre negato dai Gullo. Questa dolorosa vicissitudine, tramandata da generazione in generazione, secondo Curcio, colpì la sensibilità di Fausto Gullo (classe 1887), nipote della bambina rapita. L’illustre uomo politico e giureconsulto della Sinistra (fu prima socialista e poi comunista), perseguitato col confino dal Fascismo, nel 1944 era Ministro dell’Agricoltura del II Governo Badoglio. In questa veste emanò una serie di decreti-legge per la concessione delle terre incolte ai contadini e riordinò in favore dei braccianti e dei mezzadri i contratti agrari. Ben a ragione Curcio ritiene che su questi provvedimenti influì il ricordo di quei briganti come Monaco, diventati tali per la mancata concessione delle terre silane ai contadini.

   Nell’estate del 1863 moglie e marito guidarono la banda a sequestrare i cugini Mazzei e Antonio Parisio, estorcendo l’enorme somma di 20mila ducati per la liberazione.

   Ma l’azione più ardita fu compiuta nella popolosa Acri con la cattura di quattro notabili e di Angelo e Michele Falcone (padre e figlio), del vescovo di Tropea Filippo De Simone, che ivi era in vacanza, e di due sacerdoti, sorpresi durante una passeggiata. Questa impresa avveniva, nonostante la città fosse presidiata dai carabinieri, dai bersaglieri, dalla Guardia Nazionale e dalle squadre dei fratelli Falcone, con a capo Vincenzo, lo “sterminatore dei briganti”. Tale spettacolare sequestro ebbe risonanza in tutta Italia e durò quattro mesi, fra riscatti pagati, richieste ulteriori di danaro, i continui spostamenti della banda per sfuggire alla caccia delle forze dell’ordine, che fra l’altro si sentivano beffate dalla spericolata azione. Addirittura i banditi respinsero con le armi l’inseguimento di una compagnia di bersaglieri che costò l’espulsione del comandante dal corpo.

   I prigionieri furono malmenati e vessati senza pietà tanto che della loro sorte e del “raid” sulle colonne de L’Indipendente di Napoli ne scrisse lo scrittore giornalista Alexandre Dumas padre, che aveva seguìto come uomo d’arme e cronista Garibaldi nel corso della spedizione dei Mille, ricevendo, dopo la vittoria sui Borbone, alti riconoscimenti ed incarichi culturali. Il romanziere francese sul giornale, da lui diretto, pubblicò a puntate la breve memoria Pietro Monaco, sua moglie Oliverio ed i loro complici , recentemente riedito nel citato volume di Curcio che esclude l’intenzione di Monaco di diventare brigante politico o sociale, mettendo in rilievo la perplessità delle guardie nazionali di eliminare il bandito per il timore che le loro proprietà indifese fossero maggiormente esposte alle rappresaglie dei complici, che egli riusciva a moderare.

   Nel frattempo, benché la banda fosse braccata, per indurre i familiari degli ostaggi ad erogare altre somme, Monaco uccise Ferdinando Spezzano, cugino di Michele Falcone, suscitando la commozione dell’Oliverio, contraria al brutale assassinio. Allora fu posta un’imponente taglia sulla testa del capobrigante per averlo vivo o morto. Il compenso sul ricercato dalla giustizia convinse tre suoi uomini, Salvatore Celestino (Jurillu), Salvatore De Marco e Vincenzo Marrazzo, d’accordo con i Falcone, ad ucciderlo con i suoi fedelissimi tramite la somministrazione di stricnina in polvere; farmaco che, avuto da un compiacente farmacista, venne disciolto di nascosto nell’acqua da bere. L’attentato non riuscì per la scarsa quantità del veleno, ingerito dai banditi, che provocò solo leggeri disturbi intestinali. L’occasione propizia si presentò durante la notte di Natale, quando, sotto l’effetto di abbondanti bevute di vino, Pietro e Maria si addormentarono profondamente. Fu allora che De Marco e Celestino spararono sul capobanda fulminandolo all’istante. Subito dopo con Marrazzo fecero fuoco sugli altri briganti, fracassando l’avambraccio sinistro di Maria.

   Antonio Monaco e Raffaele Oliverio, usciti illesi dalla sparatoria, si portarono invano all’inseguimento degli attentatori in precipitosa fuga. Essi con Ciccilla in lacrime decisero di mozzare il capo a Pietro Monaco per impedire che, ritrovato dalle milizie, fosse mostrato dalle autorità come trionfale trofeo. Diedero fuoco alla casupola, dentro la quale bruciò il corpo del brigante, dileguandosi nella fitta boscaglia, dove alla base di un albero seppellirono la testa del capobanda.

   A parere di Curcio, Antonio Monaco la stessa sera dell’assalto violentò la moglie del cugino, una ipotesi del tutto condivisibile, perché per l’amore che Ciccilla nutriva verso il marito, è molto improbabile che fosse consenziente, anche se per ragioni di opportunità, lo diverrà in seguito.

   I due amanti assunsero il comando della “brigata”, ormai decimata. Dopo 37 giorni di latitanza, nel febbraio del 1864, furono accerchiati da un plotone della Guardia Nazionale in una grotta del territorio di Caccuri nel Crotonese. La brigantessa gettò il fucile e si arrese; mentre Monaco, che tentò una reazione, fu fucilato e decapitato. La sua testa fu consegnata alle autorità preposte.

   Gli uccisori di Pietro Monaco, acclamati dalla folla e ricompensati dai possidenti, dopo un sommario processo, scontarono pochi mesi di galera e vennero rimessi in libertà.

   Maria Oliverio fu incarcerata a Catanzaro “nell’infelice cella n.13”, immersa nell’oscurità e grondante acqua. In un secondo tempo, per le sue precarie condizioni di salute fu trasferita in una prigione più vivibile. Condannata a morte dal tribunale militare di Catanzaro, durante il processo, non tradì i complici ancora in libertà. Più tardi la pena venne commutata in lavori forzati a vita, che furono ridotti a 15 anni, nell’orribile carcere piemontese di Fenestrelle, angusta prigione, immersa nella neve durante l’inverno, dove finì i suoi giorni all’età di 34 anni senza alcun pentimento per i misfatti compiuti.

   Circa il recupero dell’ingente somma di denaro, accumulata dai banditi nel corso dei sequestri, stranamente da parte degli inquirenti non trapelò alcuna notizia.

   Gli atti processuali e la circostanziata ricerca di Peppino Curcio, condivisa e utilizzata da Giordano Bruno Guerri nel denso saggio Il sangue del sud , Mondadori, Milano, 2011, consegnano alla storia del brigantaggio meridionale postunitario, una donna coraggiosa e vendicativa, intollerante dei soprusi, che fu un’abile “guerrigliera” e molto decisa nel comandare la masnada.

   A nostro parere, amò il suo uomo appassionatamente condividendone non sempre le scelte, ma l’esistenza. Morto il marito, continuò nel brigantaggio, divenendo l’amante del suo stupratore, quasi certamente per vendicare la morte di Pietro. Il suo comportamento nei confronti dei sequestrati rivelò una doppia personalità: a volte donna di inaudita crudeltà, a volte umana e generosa, come risulta, dalle diverse testimonianze dei rapiti, rese nei tribunali.

   Per il resto le vicende dell’Oliverio, di Pietro Monaco e della loro banda, pur nascendo dalle tristi condizioni del mondo contadino, aggravatesi dopo l’Unità, rappresentarono, in buona sostanza, un tentativo estremo di un gruppo delinquenziale organizzato, per molti aspetti premafioso, a imporre la propria egemonia con l’uso della forza contro il “blocco sociale” al potere (sindaci, giudici, protagonisti del Risorgimento, ricchi ed esosi latifondisti e borghesi), in un territorio limitato alla Sila e alla Presila.

   Un triste esempio di antistato, in seguito imitato dalla ndrangheta calabrese, la piovra criminale che oggi, con la sua connivenza con i poteri forti, ormai esporta violenza e malaffare dalla Calabria in tutto il mondo, frenando soprattutto lo sviluppo socioeconomico della nostra infelice regione. D’altronde, estirpare il cancro delle varie mafie deve essere l’imperativo categorico di uno Stato autenticamente democratico, in cui uomini incorruttibili ed innovatori garantiscano finalmente sicurezza e progresso, risolvendo per sempre “l’eterna questione meridionale”.

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