Sergio Chiatto - Vico Cannone...perchè?

"Vico Cannone"...perchè?  (di Sergio Chiatto)

VEDI LE ATTIVITA' AMANTEANE DEL DOTT. SERGIO CHIATTO

 

Coloro i quali di Amantea non sono, o che non hanno avuto la ventura di addentrarsi nel suo suggestivo centro storico, probabilmente nemmeno conoscono l’insolita targa viaria di seguito ritratta, ignorando, di conseguenza anche ciò che lo stesso manufatto rappresenta nella toponomastica della città tirrenica.
Ad Amantea (da me praticata invero sin dagli anni Cinquanta del secolo scorso), ho ininterrottamente abitato per un decennio,  per ragioni di lavoro. Qui ho ricevuto i miei “natali” rotariani attraverso il locale Club e, grazie a quello,  ma non solo (penso alla Pro Loco,  all’Associazione “Prospettive” dell’amico Dott. Aldo Andreani, alla Sezione della F.I.D.A.P.A. o all’Arciconfraternita dell’Immacolata,  a  mò di esempio), ho avuto modo di partecipare alla realtà  cittadina e ai suoi momenti salienti con particolare intensità, rimanendone piacevolmente coinvolto. Uno di quei frangenti, fra i più significativi per me, è stato senza dubbio l’allestimento delle celebrazioni del bicentenario dell’assedio napoleonico della città, al quale, da rotariano  ma non solo, come dicevo, ho avuto il privilegio di dare il mio modesto contributo.  Sennonché, proprio grazie a tale esperienza, della quale mi premeva fare preventiva menzione, posso dire della targa in questione. Davvero  insolita per dimensioni e cromia, essa è stata sostituita, o meglio sovrapposta a quella  standard, nel 2007, a duecento anni di distanza dalla resa della città alle truppe d’oltralpe. Indica, come vi si legge chiaramente, il  “Vico Cannone”, nel ricordo del vicino spalto  (o “baloardo”,  secondo la definizione del Pacichelli nel suo famoso disegno del 1703) della cinta urbica e del “pezzo” d’artiglieria ivi sistemato.  Il suo autore è il noto artista amanteano, Pietro Bonavita, comunemente conosciuto come “Pedrito”,  che, secondo quanto personalmente riferitomi, ha ritenuto di dovere commemorare la vicenda dei  caduti del 1806 -1807, dell’uno e dell’altro fronte, come esclusiva, pressoché del tutto,  ai “poteri forti”. I  soli, secondo costui, capaci di decidere delle sorti della battaglia e perciò del destino degli attori “non protagonisti” di quei tragici eventi. Non a caso, l’opera in discorso, sempre secondo le intenzioni palesatemi dal  suo artefice, si presenta sotto la forma, indubbiamente singolare per un cartello stradale, dell’insegna araldica (ove è chiaro il riferimento alla nobiltà cittadina ed al suo ruolo un tempo decisivo per le sorti della vita pubblica), sormontata da trentatre teste, ad alludere a personaggi “illuminati” e quindi “lungimiranti” per definizione e,  per traslato, all’ineluttabilità dell’esito finale dello scontro. “Fatalità” che il Bonavita ha guardato con la rassegnazione di chi nulla può dinanzi alla inevitabilità degli accadimenti, ma pure con un’alta dose di compiacimento, a mio avviso. Perché da quel momento in avanti, da quando cioè le possenti mura della città furono violate dalla mina fatta brillare dagli occupanti proprio nei pressi di “Vico Cannone” e della porta di ponente, detta “di Paraporto” (correva, lo ricordo,  il 5 febbraio 1807),  la “sua” Amantea rinacque. Molto lentamente, ma rinacque; e crebbe, anche fisicamente, espandendosi verso quel lembo di litorale che fenomeni alluvionali e tellurici negli ultimi tempi le avevano messo a disposizione, o in direzione delle ubertose valli del suo territorio. Probabilmente, il Bonavita è giunto a tali convincimenti rimanendo influenzato, io penso,  da quelli emersi  dalla pubblicistica apparsa sull’argomento (anche quella che, vasta,  ha visto la luce  in coincidenza della narrata ricorrenza del “bicentenario”), o dai dibattiti affiorati nei frequenti convegni organizzati nell’Amantea del 2006-2007. Un “momento” davvero effervescente della sua “vita”, ove, tanto  le solerti Associazioni del posto (ivi inclusa quella “Consulta degli Storici” della quale ho avuto il privilegio di far parte),   quanto i non pochi studiosi che ne hanno facilitato l’azione, hanno innegabilmente recitato un ruolo primario.

Sergio Chiatto

03/04/2012

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