Auser alle forze politiche: sostenete il volontariato

AUSER Auser: Appello alle forze politiche
un sostegno al volontariato

In questo inverno del 2013, che contempla tanti motivi di scontento, ci rivolgiamo alle forze politiche impegnate nell’attuale campagna elettorale. Lo facciamo affinché ascoltino, anche, la voce del volontariato. E affinché le questioni legate alla condizione anziana – che tutti i giorni Auser cerca di affrontare – siano messe a tema nel modo serio e comprensivo che pretendono.

Crisi, crescita, modello sociale

Qualcosa, per sostenere i valori che ci stanno a cuore, dobbiamo dire circa il quadro generale in cui si affrontano i problemi.

Spesso, nel dibattito corrente, si sente affermare che bisogna ‘tornare a crescere’,e per questo, purtroppo, bisogna ‘fare sacrifici’.Invero, nel senso comune, la credibilità del messaggio è piuttosto scarsa, se non altro perché l’inizio della ‘ripresa’ si sposta in avanti ogni trimestre. Ma questo, per tanta parte, è il tono del discorso pubblico.

Indubbiamente, dobbiamo tornare a crescere, possibilmente in modo ragionevole, senza ritenere che qualsiasi contributo all’aumento del Pil sia cosa buona e giusta. E indubbiamente, per tornare a crescere, in modo ragionevole, vale la pena di fare sacrifici. Ma se questo significa che nel presente, per consentire la ripresa, dobbiamo scontare condizioni di precarietà, insicurezza e diseguaglianza, sulle quali si potrà intervenire dopo, quando il meccanismo della crescita avrà ripreso a funzionare, i conti non tornano, nemmeno un po’. Come si può dimostrare, la crisi è frutto di un modello sociale che ha sparso precarietà e insicurezza a piene mani e ha accentuato le diseguaglianze in una misura che offende il senso comune ancora prima che qualsiasi principio di giustizia. All’equità non si tratta di guardare come a un impegno di domani, bensì di oggi – anche perché soltanto così è possibile immaginare una prospettiva di crescita che abbia basi sufficientemente solide.

In questo senso, quello a cui facciamo appello è un modo di pensare più libero, finalmente sganciato dagli idoli che hanno prodotto la crisi che ci affligge. A costo di una certa semplificazione, diremo così: un aumento del Pil dello 0,5% che incorpori obiettivi di equità è meglio di un aumento del 2% che li ignori, anche perché il primo, ripetiamo, forse si può ottenere, mentre il secondo non è credibile. Il punto essenziale, insomma, è la critica del ‘modello sociale’ che nella crisi ha manifestato tutti i propri difetti, in vista uno diverso, più giusto, nel quale la lotta alla povertà (nelle sue tante forme) sia un fatto sistematico. Soltanto così può essere recuperato alla crescita il senso umano e civile che aveva già perduto prima di arrestarsi.

Naturalmente esiste, ed è centralissima, la questione del lavoro, della quale i ‘giovani’ fanno l’esperienza più dolorosa, ma altri, pure, sopportano gli effetti, se pensiamo alle tante persone mature che sono espulse dai processi produttivi e, come i giovani, avvertono la sensazione, terribile, di essere superflue. Anche la questione del lavoro, però, ad affrontarla in modo serio, partecipa di quello che si è detto. Innanzi tutto perché non può trarre alcun giovamento da una prospettiva di crescita che non sia plausibile. In secondo luogo perché è legata, moltissimo, alla composizione del Pil – all’obiettivo di imprimere al suo aumento un corso ragionevole. Infine, perché anche il lavoro (l’occupazione) può essere oggetto di ‘distribuzione’, secondo principi di equità sociale.

Le persone avanti negli anni: bisogni e capacità

Ormai si è perfino imbarazzati a dirlo: il fatto che nella nostra società siano presenti tante persone anziane e molto anziane è una delle più spettacolari conquiste del ventesimo secolo. Quella che è mancata, abbastanza clamorosamente, è stata la capacità di incorporare il cambiamento nell’ordine sociale (con l’unica giustificazione che esso è stato sia ‘epocale’ sia rapidissimo). Almeno due argomenti, comunque, sono tanto maturi che è insensato, ormai, non metterli in agenda.

Il primo va sotto il titolo ‘non autosufficienza’. Non è il caso, qui, di appesantire il discorso con dati che sono noti a tutti: nessuno vorrà negare che si tratta di una delle ‘grandi’ emergenze sociali che il nostro Paese deve trovare il modo di affrontare. Il punto sul quale richiamiamo l’attenzione, invece, è che la questione non è matura soltanto sul piano delle cose, ma anche su quello delle idee. Vogliamo dire che ormai è disponibile un patrimonio di riflessioni e di ricerche in base al quale uno ‘schema’ (comprensivo di un ‘fondo’) destinato a sostenere gli anziani e le anziane non autosufficienti può essere definito in modo equo, efficiente e sostenibile. Insomma, sappiamo ‘come si fa’, o meglio, come si può fare: anche per questo ogni rinvio sembra inaccettabile.

Il secondo va sotto il titolo ‘impegno civile’, e le considerazioni che lo riguardano sono molto simili a quelle che precedono.

Da un lato, siamo in presenza di una realtà cospicua. Il volontariato degli anziani e delle anziane – nell’aiuto alla persona e nella cura dei beni comuni, per riassumere così un insieme di attività che innanzi tutto colpisce per quanto è vario, ricco, articolato – costituisce un fatto ben visibile, anche perché su di esso, in tanti casi, riposa la possibilità di affrontare problemi che altrimenti sarebbero del tutto disattesi. In verità contribuisce in modo decisivo alla tenuta dei ‘tessuti sociali’,da molto tempo, ben prima della crisi, esposti a gravi processi di logoramento, se non proprio di lacerazione.

Ma questa realtà, finora, non ha trovato forme adeguate di riconoscimento. Di qui, appunto, l’appello al varo di un ‘quadro di sostegno’ che riguardi l’impe-gno civile delle persone anziane. Diciamo così, evitando l’espressione ‘servizio civile’, più consueta, per sottolineare come non si tratti di creare una ‘massa di manovra’, bensì di valorizzare tutto quanto di autonomo e creativo si manifesta nella società civile formata dalle persone anziane. Anche in questo caso la riflessione è a uno stadio piuttosto avanzato. Anzi, ci permettiamo di osservare che l’intera questione dell’‘invecchiamento attivo’ ha trovato nel nostro Paese uno svolgimento più avvertito e convincente rispetto agli standard europei. Di nuovo, appunto, un dato di maturità, che pretende di trovare riscontro nel nostro ordinamento.

Il volontariato: risorse e rappresentanza

Volontariato significa gratuità. Ma questo non toglie che servano risorse. Dunque facciamo appello alle forze politiche affinché il ‘5 per 1000’ sia stabilizzato in via definitiva e reso più efficiente per quanto riguarda le procedure di accertamento, liquidazione, ecc. Interventi di semplificazione, del resto, si raccomandano in merito all’intera disciplina delle forme di rendicontazione (e il ‘quadro di sostegno’ del quale abbiamo parlato potrebbe aprire la strada in questo senso). Volontariato, ripetiamo, significa gratuità, ma certamente non è il caso di ostacolarlo con troppi adempimenti burocratici – a maggior ragione se deve essere un’opportunità per tutti, senza richiedere disponibilità diverse da quelle che riguardano il proprio tempo, le proprie energie.

Infine,si tratta di riconoscere che il volontariato è oggi una realtà diversa da quella dell’epoca in cui fu approvata la legge 266: una realtà più consistente, in gran parte più strutturata. Ne deriva un problema di adeguamento normativo, soprattutto con riguardo al riconoscimento delle ‘reti’,e di sviluppo delle forme di rappresentanza. Per quest’ultimo aspetto, i ‘corpi intermedi’ rivendicano il contributo che possono fornire all’obiettivo, essenziale, di rivitalizzare il processo democratico. In parte, la questione va affrontata sul piano delle regole, del quadro istituzionale. Ma anche, e forse soprattutto, su quello degli assetti organizzativi e dei comportamenti. In particolare, facciamo appello alle forze politiche affinché diventino più propense a riconoscere e valorizzare il ruolo del volontariato nella formazione delle scelte collettive, definizione delle politiche pubbliche,nel disegno delle strategie di welfare non meno che nella realizzazione degli interventi nei quali si concretano.

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