Gli aforismi di Giuseppe Cicero

Cicero Giuseppe Giuseppe Cicero, Opera prima:
Aforismi e poche parole

Una raccolta di 227 aforismi catalogate a tema

Giuseppe cicero-1

Nota biografica

Giuseppe Cicero nasce il 28 giugno 1966 a Montreal, provincia del Quebec nello Stato Canadese dell’America del Nord dove frequenta gli studi fino all’età di 14 anni.

Nel 1980, ancora minorenne, lascia il Canada per trasferirsi con i genitori in Italia nella località di Campora San Giovanni, Comune di Amantea situato lungo il litorale della costa tirrenica calabrese.

Dal 2005 opera nel settore dell’Agricoltura in qualità di Divulgatore Agricolo Poliva-lente presso l’Azienda Regionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura Calabrese (A.R.S.A.C.) ex Agenzia Regionale per lo Sviluppo e Servizi in Agricoltura (A.R.S.S.A.) e, nel mentre, continua gli studi laureandosi in Agraria presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria discutendo la tesi sperimentale su: “Evoluzione dei parametri qualitativi in frutti di pesco”.

Aforismi e poche parole è la sua prima pubblicazione.

**************

Tra i generi letterari mai passati di moda trova sicuramente posto l’aforisma, sia quello inserito alla fine di un lungo discorso che, come in questo caso, in forma a se stante. A conclusione di un lungo procedere di tesi e antitesi, viene solitamente utilizzato per semplificare. Quando viene proposto per conto proprio, invece, serve ad impressionare, sorprendere chi legge come uno scatto fotografico, con fulminante spontaneità. Perché l’aforisma, quello autentico, non può essere plasmato con l’artificio della costruzione narrativa, semmai con tutta la naturalezza possibile. L’aforisma, pur indicando uno specifico quanto singolare modo di comunicare un concetto, una sensazione, un’emozione o, più semplicemente, uno stato d’animo transitorio, si condensa generalmente nel reale che si raffina nel surreale, fino alla sofisticazione del verosimile.

Una breve massima, una specie di ossimoro vivente, che esprime una norma di vita, talvolta una sentenza filosofica, ma mai un severo ed ostentato precetto morale, che confligerebbe col suo carattere ridotto a poche parole, ad un abaco compositivo, richiamante una rappresentazione grafica di una funzione di più variabili. L’aforisma, perciò, costituisce un’idea ricca di significati che procura nel lettore una sorpresa estetica o gnoseologica, dal momento che invade il campo della conoscenza.

Del resto si può affermare come l’utilizzo dell’aforisma abbia consentito di rompere i legami del linguaggio convenzionale e di liberare nuove energie creative, senza sottovalutare l’effetto riflessivo che esercita sul lettore.

Ciò stante, questa raccolta di 227 aforismi, più che alle sue stesse conclusioni, vuole essere per il lettore uno stimolo alla riflessione. Dopo tutto “l’aforisma non coincide mai con la verità ossia o è una mezza verità o una verità e mezza per cui non deve necessariamente essere vero, ma deve superare la verità (Karl Krauss).

In definitiva, per l’autore “La mezza verità è in ciò che si dice e non si dice, e nella stessa varietà di interpretazioni”.

                                           Giuseppe Cicero

Una raccolta di 227 aforismi

catalogate a tema. 

L’amicizia, il pensiero, la politica, gli interessi, la felicità, la razionalità sono solo alcune delle tante altre prese in considerazione.

Più che alla morale si rivolgono all’ironia, se non proprio all’umorismo, giocano con le parole e con le parole all’assonanza, intercettano sentimenti diffusi e autentici, allontanano le conclusioni affrettate.

Inducono alla riflessione che appaga lo spirito, proiettando concettualmente e, soggettivamente ognuno in dimensione diverse, secondo le proprie conoscenze.

Per Aristotele e gli aristotelici, la riflessione si ottiene perché l’intelletto, non solo conosce, ma è consapevole, sa di conoscere.

In questo contesto, l’obiettivo dell’autore è quello di far emergere accanto ad ogni stimolo riflessivo come “La storia sia finita quasi sempre tra le righe di un libro, ma ciò che importa è che non rimanga lì impressa, bensì sia la nostra mente ad imprimerla nella quotidianità dei nostri racconti”.

 

Prefazione di Filippo Vairo

Giuseppe Cicero è una persona sincera e sensibile, di sani principi morali, affezionato ai valori della famiglia e del bene comune, dall’aspetto esile e dal carattere tenace, di poche e buone compagnie, appassionato del suo lavoro, oltre che cultore della civiltà della terra.

Da questa schematica descrizione si potrebbe pensare ad una persona immediatamente catalogabile in una precisa tipologia umana, del tutto priva di particolari asperità, quantunque ricolma di qualità e di civismo. Insomma, una persona perbene che non si lascia confondere dal frastuono circostante, che segue la diritta via, che sceglie sempre la via maestra per affrontare la vita e le sue grandi domande. In estrema sintesi, uno che sa per davvero quello che sa e non mostra nessun’altra intenzione. Cicero sembrerebbe perfettamente definito nella sua personalità anche per via di un’educazione di fondo che attribuisce alla sua vecchia e nuova famiglia, ma che sicuramente si è accresciuta negli anni, procurandogli un elevato grado di tolleranza e di rispetto per il prossimo. A ben guardare, però, nel suo modo di fare c’è qualcosa che sorprende più del previsto e del prevedibile. Non già nel senso che include la contraddizione tra il dire e il fare, sempre incombente, ma qualcosa di differente. Ovvero, quando pensi di averlo incasellato in un carattere, arriva la sorpresa che sbalestra. Puntuale come un orologio svizzero. Arriva un fulmine a ciel sereno che costringe a rivedere le precedenti considerazioni sul suo conto. Non per capovolgerle o modificarle, piuttosto per definirle con maggiore precisione di dettaglio alla luce delle nuove impressioni. Proprio come un lampo che illumina tutt’attorno.

Precisamente come i suoi aforismi, che richiedono almeno una seconda lettura per essere compresi nella loro essenza. A tutta prima, infatti, lasciano stupefatti, come se fosse un colpo rimasto in canna, allorquando si aprono a corolla nel successivo tentativo, svelandone il senso più profondo. Un supplemento di lettura che soddisfa la comprensione. Per dirla nuda e cruda, nel caso di Giuseppe Cicero e dei suoi Aforismi e poche parole c’è una perfetta aderenza tra ciò che appare e scompare, tra quel che sta sopra e sotto, davanti e dietro, e che non si svela mai completamente, né definitivamente, specie quando l’interpretazione aumenta i suoi effetti dirompenti. L’aforisma, dunque, sembra comodamente attagliarsi alla sua indole. Introversa quanto basta, estroversa per quanto necessario, assai somigliante al teorema del necessario, ma non sufficiente. Il bello è che i suoi aforismi sono un’attività libera, non nascono a tavolino, non sono rivestiti, né contengono l’ex post che amplifica a dismisura quel che vogliono significare. Nella loro forma diretta e implicita, sono spontanei, naturali come il respiro. Si formano quando meno te l’aspetti, nel mezzo di una discussione, di una polemica, di un dibattito che ha poco a che fare con l’aforisma stesso. Cicero ascolta, registra a memoria, si astrae, annota e divaga, si guarda intorno, prende su di sé le cose che sente e le fa proprie, si astrae ancora, piega le labbra e le contorce, si agita in preda ad uno stato di trance creativo, infine si ricompone, riordina le idee e si lascia andare allo scatenamento dell’immaginazione. E scrive d’un solo tratto. La sua straordinaria capacità di ascolto e l’abitudine alla riflessione solitaria si intrecciano in un groviglio inestricabile, ma solo all’apparenza, giacché non perde mai di vista il suo proposito, essenzialmente rivolto al bene e all’utile.

Non so perché, ma ho sempre pensato che l’aforisma fosse un genere ad esclusivo appannaggio dell’età avanzata. Forse a cagione dei precetti che include e del loro tono sentenzioso, dell’esperienza di vita che richiama una maggiore dose di autorevolezza e di disincanto insieme. Evidentemente mi sbagliavo. Cicero è la prova che si possono scrivere aforismi anche da giovane. Anche perché l’autore si è guardato bene dall’assumere quella saccenteria che avrebbe guastato tutto e che gli anziani si concedono, quando, non potendo fare peggio, consigliano il meglio.

Gli aforismi di questa raccolta, più che alla morale si rivolgono all’ironia, se non proprio all’umorismo, giocano con le parole e con le parole all’assonanza, intercettano sentimenti diffusi e autentici, allontanano le conclusioni affrettate, né si pongono intenti pedagogici. Inducono, piuttosto, alla riflessione che appaga lo spirito. Se questo era l’obiettivo dichiarato dall’autore, non si fa nessuna fatica a riconoscerlo. Proprio come le grandi domande che sovente non trovano risposta.  

                                                                 Filippo Vairo

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Commenti  

 
#2 Giovanna Buffone 2013-09-13 13:52
Mi parlavi della tua opera tempo fa e leggere questo articolo mi ha resa veramente felice per te. P.S. La copertina è splendida. Un abbraccio.
Citazione
 
 
#1 Sergio Ruggiero 2013-09-10 12:40
Complimenti Giuseppe, e in bocca al lupo per la tua bella e interessante opera
Citazione
 

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