Amantea, Fiera 2013

Amantea fiera Si avvicina la Fiera di Amantea 2013

Leggi Storia della Fiera di Vincenzo Segreti

Fiera di Amantea 2013 web p

STORIA DELLA FIERA DI AMANTEA
Ripubblichiamo articolo di Vincenzo Segreti, già apparso su Calabria Letteraria nell'ottobre 1994, per gentile concessione dell'autore.  17-10-2013

La fiera di Amantea di Vincenzo Segreti

Fra le fiere-mercato calabresi quella di Amantea assume una particolare importanza per la sua storia e per i molteplici aspetti socio-economici ed antropologici degni di essere salvaguardati e valorizzati. A partire dal XÌV secolo, negli stati italiani, con l’espansione delle produzioni manifatturiere, incominciarono la trasformazione dell’economia feudale che per il popolo era di sussistenza perché si basava sullo scambio delle merci, e il conseguente sviluppo del commercio su più larga scala. La fiera, che nel Medioevo era sorta come mercato stagionale proprio per agevolare lo scambio dei prodotti dell’ artigianato cittadino con quelli della campagna, diventava un insostituibile strumento di penetrazione commerciale in mano ad esperti mercanti. Quest’imponente mercato, che inizialmente si teneva sul sagrato delle chiese e poi fu trasferito fuori della città per permettere un maggiore afflusso di persone, forniva ai compratori una vasta gamma di merce e consentiva ai venditori di realizzare un imponente volume di affari. Mentre, fra il 1300 e 1500, le fiorenti città mercantili dell’Italia centrosettentrionale (Pavia, Ferrara, Parma, Merano, Trento, Mantova, Bologna, Firenze, Verona, Padova, Venezia, Sinigallia), favorite da una politica economica avanzata, ospitavano fiere permanenti, nel Mezzogiorno, proprio per il persistere del gretto ed arrogante strapotere baronale, spesso in contrasto con le decisioni del governo regio, e per l’arretratezza della popolazione, le fiere si svolgevano solo in un determinato periodo dell’anno, con diverse modalità e caratteristiche, presso quelle località che erano poli gravitazionali di tutto un vasto comprensorio. Tuttavia, erano note per la loro rilevanza economica le fiere di Napoli, Salerno, Lanciano e Messina, città, dove con assiduo impegno operavano grandi e piccoli mercanti che, una volta esaurite le vendite, si dirigevano verso i centri minori, dando vita, con l’approvazione e il consenso delle autorità cittadine, ad altri mercati. In particolare, gli ultimi angioini, gli aragonesi, gli spagnoli, i borboni s’interessarono al fenomeno fieristico con la concessione di numerose esenzioni fiscali e privilegi alle città mercantili tanto che le fiere divennero uno dei cardini dell’economia del regno di Napoli e una valida scelta politica per queste monarchie. I primi sintomi di decadenza delle fiere, così concepite, si manifestarono durante il secolo XIX con lo sviluppo impetuoso delle industrie manifatturiere e dei mezzi di comunicazione. Man mano, nel corso del Novecento, molte fiere generali scomparvero; all’antica fiera si andavano sostituendo le rassegne campionarie.

Nonostante manchino testimonianze d’epoca, si può legittimamente supporre che la fiera di Amantea s‘inserisca in questo contesto per le antiche tradizioni marinare e mercantili della città tirrenica che, forte di una comunità di ricchi mercanti ebrei, intrattenne rapporti e traffici soprattutto con Messina, Lipari, Amalfi, Salerno e Napoli, fin dal tempo degli Svevi. Successivamente il commercio amanteano fu riconosciuto da un privilegio, concesso il 17 agosto 1432 da Ludovico II d’Angiò. Il re autorizzava l’istituzione di un mercato domenicale “franco” nella contrada, fuori le mura, di S. Maria del Fossato, libero da tasse e gabelle, e ne affidava l’esecuzione ai Portulani e Regi Secreti e alle autorità cittadine che avevano il compito di riscuotere il denaro e di controllare il traffico delle merci. Per la prima volta, si tratta della fiera di Amantea in un privilegio di Filiberto Chalon, principe d’ Orange e viceré di Napoli, datato:L’ Aquila, 31 gennaio 1529. Con questo decreto il vicerè, in nome di Carlo V, dopo avere espresso alla cittadinanza la sua gratitudine per avere sostenuto:il sovrano nelle guerre franco-spagnole, impone “in perpetuo” al Mastrogiurato (un magistrato cittadino di nobili origini, tutore della legge) di condurre la gestione della fiera nella prima decade di ottobre, di mantenere l’ordine pubblico, di amministrare la giustizia e di sostituire il Giustiziere anche durante l’anno, in caso d’assenza. Questo riconoscimento è una prova indiretta della preesistenza della fiera che probabilmente venne istituita dagli angioini come “fiera franca” nella considerazione che Amantea non solo era un’inespugnabile  roccaforte, fedele ai suoi re, ma anche un opportuno scalo marittimo e un importante centro commerciale. D’altronde, in quell’epoca tutti i mercati avevano una disciplina interna, mirante a regolare le vendite in modo che non vi fossero depressioni di prezzo; mentre appositi e zelanti magistrati risolvevano le controversie insorte con speciali norme consuetudinarie che implicavano una procedura più rapida e l’immediata esecuzione delle sentenze. Ben presto la fiera di Amantea si sviluppò tanto da essere inserita nel sistema fieristico del regno di Napoli in collegamento con notevoli città commerciali del Tirreno come Napoli, Salerno e Messina.

Da un atto del notaio Saverio Ferraro di Amantea del 1729 si apprende che la fiera iniziava il 27 giugno e terminava il 6 luglio. Il rogito, che ricorda la concessione di Carlo V, descrive la singolare cerimonia d’apertura della fiera stessa, un avvenimento eccezionale sia sotto l’aspetto socioeconomico che sotto il profilo politico-amministrativo, perché riaffermava solennemente l’autonomia delle istituzioni municipali, consentendo ad esse di assolvere a compiti, demandati, per il resto dell’anno, ai funzionari regi.

Il momento centrale della manifestazione, come si desume dai documenti, era costituito dall’investitura del Mastrogiurato. Ad esso il governatore della città, alla presenza dei due sindaci dei Nobili e del Sindaco degli Onorati, consegnava il bastone, simbolo dei potere reale, e la bandiera della fiera che da un lato recava lo stemma di Carlo V e dall’altro l’emblema della città di Amantea. Quest’autorità, che, fra l’altro, era tenuta ad esigere dai mercanti parte dei proventi per le spese correnti, giurava sugli Evangeli di fare rispettare le norme, sancite dal decreto imperiale, e di restituire le insegne del comando allo scadere dei dieci giorni previsti. Ma, le prerogative, che affidavano al “mastro di fiera” il provvisorio governo della città, con il passar degli anni, vennero meno avendo il governatore e il giudice di nomina regia ripreso a svolgere le proprie funzioni, anche durante la fiera, con il tacito assenso della corte napoletana. E così, il potere del Mastrogiurato diventava soltanto simbolico a riprova che i tempi mutavano e con essi i privilegi della nobiltà venivano trascurati pure all’interno dello stesso sistema. Vane risultarono le proteste e le denunzie, che si manifestarono fra il 1776 e il 1777 per l’usurpazione di questo diritto. Nel 1755, come si evince da un altro atto del citato notaio, in armonia con le disposizioni borboniche, la fiera si svolgeva, sempre fuori dell’abitato, ma dal 1° ottobre e nei giorni successivi. Il sanguinoso assedio francese del 1806-1807, che lasciò Amantea distrutta e desolata, impedì per alcuni anni la realizzazione dell’imponente mercato stagionale.

Non si ha alcuna notizia sulla soppressione della fiera, durante il decennio napoleonico, anche se il “blocco continentale, le tariffe preferenziali, accordate ai prodotti francesi, i gravi dazi imposti alle manifatture napoletane”, i tumulti legittimisti della regione, l’insicurezza del mare, perlustrato dalle navi inglesi, avvilirono il commercio del Regno e, massimamente, della Calabria. Con il ritorno di Ferdinando I, venne emanato in data 28 novembre 1821 il decreto reale n. 148, con cui si stabiliva che “la fiera, che si celebra, ogni anno, nel Comune di Amantea in Calabria Citeriore nel locale detto Fossato continui a tenersi nel largo de’ Cappuccini”. Sull’importanza sempre ragguardevole della fiera, così scrive, precisando un ulteriore spostamento di data, in un articolato studio, l’economista Luigi Di Lauro: “Una grande fiera si celebra nel luogo piano detto ‘i Capuccini, che dura dalla metà alla fine di Ottobre. I mercanti di Nicastro, Cosenza, Paola, ed Amantea stessa, vi concorrono a vendere castori, seterie, e simili tessuti: ed essa è tale, che ben può dirsi non inferiore alle altre grandi fiere che si celebrano nelle diverse città del Regno”. Lo stesso autore accenna all’agricoltura, alla pesca, all’industria della seta e del pesce salato e all’artigianato, che a decorrere dal Medioevo rappresentavano le uniche realtà produttive degli amanteani, in mano all’aristocrazia e alla borghesia, in grado di fornire grandi profitti agli imprenditori e di alleviare la povertà dei ceti subalterni.

Nel periodo postunitario, la fiera trovò una definitiva sistemazione nel calendario delle rassegne merceologiche regionali, dal 27 ottobre al 2 novembre, acquistando la denominazione popolare di “Fiera dei Morti” o “di Ognissanti” (le altre fiere amanteane più recenti, prevalentemente agricole, sono dedicate a San Giuseppe e al Crocifisso). La nuova data fu favorevolmente accolta specie dai contadini che, in autunno inoltrato, avendo espletato in gran parte i lavori nelle campagne e realizzato i loro guadagni, potevano con maggiore disponibilità di tempo e di denaro dedicarsi alle compere.

Nei primi decenni del Novecento, nel vano tentativo di dare impulso all’agricoltura, anche la fiera di Amantea si arricchiva del settore agricolo e zootecnico, che apriva la rassegna. Più tardi, la politica cerealicola ed autarchica di Mussolini dava un buon incremento a questo tipo di mercato. La fiera, che fu sospesa durante il secondo conflitto mondiale, nel dopoguerra ripresentava il suo settore agricolo, prima che fosse ubicato nella contrada di Colongi, sulla spiaggia sia per ragioni di spazio, che per la vicinanza della stazione ferroviaria, punto di arrivo e di partenza dei capi di bestiame (oggi il trasporto avviene mediante gli automezzi). La cosiddetta “fiera degli animali” era molto redditizia, in particolar modo per i proprietari terrieri e gli esosi fattori che imponevano ai lavoratori dei campi iniqui e vessatori patti agrari, sanciti dalle leggi liberali e poi fasciste, che erano attivi ancora nei primi anni del 1950, nonostante i decreti Gullo e le lotte contadine. Attualmente questo mercato si è esaurito per la crisi degli allevamenti locali nonché per la mancanza di un attrezzato foro boario, nè si prevedono, nell’ immediato, provvedimenti atti a rilanciarlo. Anche la vendita degli altri generi di consumo ha subito radicali cambiamenti con il progredire della “civiltà” dei consumi che ha sconvolto la vita, la cultura delle popolazioni e l’eredità della tradizione. Sono scomparsi gli oggetti di rame, costruiti dagli operosi «calderai» calabresi, che venivano impiegati come utensili di cucina, non si comprano più i corredi nuziali, né le stoffe per confezionare indumenti e vestiti, scarseggiano i prodotti dell’ artigianato locale.

Nata come fiera di approvvigionamento annuale e di baratto delle merci (resta nella memoria storia collettiva il ricordo dei pescatori, che offrivano il pesce salato per ricevere dai contadini le castagne e i fichi secchi, alimenti indispensabili e preziosi durante la stagione invernale), la fiera si è trasformata, per le mutate esigenze di vita e di compravendita, in un grande mercato, ridotto ormai a poco più di tre giorni, dove si espongono a prezzo competitivo e in concorrenza con i negozi, in prevalenza, confezioni, scarpe, chincaglierie e oggetti in serie di uso domestico. Nel suo ambito, si rinvengono ancora recipienti di vimini e di paglia, ceramiche, lavori in ferro battuto, che sono utilizzati come elementi ornamentali e decorativi e non più come arnesi di lavoro. Soltanto le deliziose confetture di fichi, le alici e la mustica in salamoia dal sapore piccante, il tipico «mostacciolo», il dolce calabrese per eccellenza, confezionato con miele e farina, le saporite porzioni di spezzatino di carne e di baccalà fritto, che caratteristici ristoratori» ammanniscono ai visitatori della fiera, riescono ad evocare gusti ed atmosfere del passato.

Se, sotto l’aspetto strettamente economico, la fiera, nel complesso, comporta ancora un apprezzabile giro di affari, sotto il profilo socioantropologico ha perduto molti valori. Si è smarrito il senso dell’umana solidarietà nei confronti dei mendicanti e degli zingari, assidui frequentatori della fiera; non esiste più il legame di profonda amicizia e di ospitalità fra la popolazione e i «ferari», che, una volta, raramente finivano nelle locande e negli alberghi perché venivano accolti nelle case o ospitati in decorose baracche, appositamente costruite lungo il percorso della fiera, di notte rischiarato da fanali a petrolio. Resta vivo lo spirito di festa popolare che rompe con la monotonia della quotidianità, stabilisce fra i cittadini rapporti più spontanei e sinceri attraverso l’antica ed affettuosa usanza dello scambio dei doni. Per l’occasione si rivedono vecchi amici, si fanno nuove conoscenze, ritornano molti emigranti, attratti dall’evento. In una parola, si ritrova l’armonia comunitaria, troppo spesso sacrificata sull’altare dell’egoismo, la città ritrova la sua identità smarrita Inoltre, sono proprio residui i giochi popolari della “roulette”, delle “tre carte”, delle “buste a premio”, gestiti da abili ciarlatani e manipolatori, gli improvvisati parchi di divertimento, che apportano soprattutto fra i giovani momenti di socialità, di gioco, di creatività e di emulazione.

Ora anche la fiera di Amantea deve adeguarsi ai tempi, pur non rinunziando alla sua storia e alle sue più genuine peculiarità. Sono aspetti culturali che nel ripristinare la cerimonia d’apertura devono essere ben rappresentati sulla base di un attenta e documentata ricostruzione dell’ antica fiera per evitare grossolani errori ed invenzioni folkloristiche.

È indispensabile che le autorità preposte (Comune, Provincia e Regione) operino una decisa scelta in favore dell’artigianato e della gastronomia calabresi, contenendo la quantità della merce importata, del resto reperibile nei negozi e nel mercato domenicale, che viene esposta disordinatamente al di fuori dell’alveo naturale della fiera. In questa direzione, l’amministrazione comunale ha operato un primo tentativo che consente a un esiguo numero di operatori regionali di presentare i loro prodotti in aree cittadine delimitate, spostando i settori merceologici più invasivi sul lungomare e rendendo così meno caotico e pericoloso il traffico. Non basta, occorre predispone, anche per rendere ancora più spedita la viabilità, un’area extraurbana, munita di opportuni stands e delle infrastrutture necessarie (parcheggi, impianti, destinati al ristoro, agli incontri commerciali, ai dibattiti culturali, ai divertimenti e agli spettacoli, etc...). Questo salto di qualità, finalizzato alla trasformazione dell’attuale fiera-mercato in rassegna campionaria ed espositiva, s’impone, se si vuole che la fiera di Amantea diventi con sue attività collaterali una concreta iniziativa in favore delle realtà produttive locali e un efficace strumento di emancipazione e di aggregazione sociale, tanto utile per la crescita civile ed economica di Amantea e del suo hinterland.


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