Franco Pedatella - Borgo “Chjanura” di Amantea.

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Franco Pedatella in versi per il borgo antico

Borgo “Chjanura” di Amantea

Franco Pedatella: Borgo “Chjanura” di Amantea. (vedi serata recita)

Borgo “Chjanura” a nuova e intensa vita

stasera in te, Amantea, è ritornato,

la via degli abitanti antichi ha empita,

mestieri e professioni ha rinnovato.

 

Di panni popolani s’è vestito,

pregi e difetti antichi ha riportato

sul vecchio palcoscenico, ha vissuto

di vita popolana i dí passati.

 

C’era la via con gli archi ed i balconi,

le porte, i vicoletti ed il selciato

che fu per tanti lustri consumato,

nei secoli che il sol l’ha riscaldato,

 

da pescatori, donne ed artigiani,

da viaggiatori italici e d’oltralpe

che attratti dal tuo sole e dal tuo mare,

da secoli di storia e vita illustre

 

t’han visitato e il cuor tu hai lor rubato

perché nei lor Paesi t’han portato,

lustro nelle “Memorie” lor t’han dato,

dell’ospitalità t’han ripagato.

 

C’erano tutti al Borgo squattrinato:

sui tacchi ticchettava il calzolaio;

il pazzo c’era, che nel modo antico

lanciava i suoi liquami dal balcone;

 

c’era il sindacalista inascoltato

che, “l’Unità” del tempo sotto il braccio,

volea portare della CGIL

la voce ai popolani assai sfruttati,

 

ma quelli da altre beghe eran presi

e non sapean neppur di che parlasse

sí che la voce del sindacalista

sotto il vociar di donne era sommersa.

 

Qui scende d’alto loco don Luigi,

portando séco donna Serafina,

che sott’ampio cappèl con gli occhi ammicca

ad ogni popolan che le va intorno.

 

Questo con far s’inchina riverente

al sorridente sposo che a suo agio

sorrisi a buon mercato a ognun dispensa

con far di signorotto di provincia.

 

Perfin la “Cantinera”, Michelina,

gli usa rispetto quando gli rammenta

di pranzi e cene sconfinata lista

a credito che arriva fino a Roma.

 

Soltanto il calzolaio, screanzato,

sul tavolo del pranzo le aggiustate

scarpe gli posa e di essere pagato

con fare lesto chiede ed insistente.

 

Peccato, a disturbare il pranzo a sbafo,

da battibecchi in via intervallato,

vaso da notte arriva rovesciato

del liquido di Nicolino il Pazzo,

 

che or con fischietto, or con tromba o corno

appare dal balcone e annuncia un fatto,

disperazion di donna Carolina

e della figlia in cerca di marito!

 

Su altro balcone donna Carolina,

l’amabil sua figura nello specchio

sempre ammirando, mostra al vicinato

la sua bellezza e parla e vanta e loda

 

la riccioluta chioma che sul collo

a boccoli scendendo s’inanella

a incorniciarle il viso delicato.

E poi le qualità…oh, che gran lodi

 

delle sue doti di massaia e donna,

padrona di palazzo e cuoca fine,

di buongustaia e madre di famiglia!

Peccato aver per sposo Nicolino

 

il Pazzo, ‘u Ciüotu, pei vicini!

Ma questa è un’altra storia. È malasorte.

Intanto ai venti vanta:” Ho una figlia

bella da maritare e il mondo ha invidia”.

 

Che dolci motti, che lusinghe dolci

all’aria lancia al caldo canto d’Ilio,

che serenata intona in lievi note

portando l’armonia napoletana!

 

Infatti da una via che s’apre accanto

un canto e un suono giungon di chitarra,

struggente amor cantando ad una bella

che s’affacciar non vuole alla finestra.

 

Crea quest’incanto il professor De Luca:

richiama Carolina alla finestra,

che pronta coglie il senso della cosa

e volge a pro di sé e di figlia sposa.

 

A sé ed alla figlia attribuisce

il bel messaggio della serenata,

che allegra il cuore nella notte quieta

alla città e a tutto il vicinato.

 

Ma vita al tutto danno i pescatori,

che l’anima di te son, Amantea.

La fitta trama cucion delle reti

e intrecciano le mani alle parole

 

sí che nel mondo lor di marinai

s’intrecciano del mondo le vicende

e l’aspra vita d’uomini del mare

racchiude il bene e il male della storia.

 

Intorno a lor si muove Teresina,

che con don Ciccio battibecca in serie

perché quel che guadagna con le scarpe

lo porta a Michelina ‘a Cantinera.

 

Ma il pover’uom rincara: ”Non son ebbro!

Mi faccio a gocce solo un bicchierino”.

A testimoni chiama Michelina,

il falegname e chiunque è lí vicino.

 

Sbotta Natale, mastro falegname,

e se la prende con il mondo intero;

quindi agli attrézzi sparsi dà di piglio

e irato ai piè li scaraventa intorno.

 

Giura sulla virtú del calzolaio

Ricuzzo, il venditore, che ogni merce

offre ai passanti con il cuore in mano.

Vorrebbe gli comprasser pure i chiodi

 

cui sono appesi i manici dei cesti.

Quivi fan bella mostra pani e frutti

che attirano lo sguardo dei presenti:

mangiar con gli occhi par li voglian tutti.

 

Da un vicoletto sbucano ragazze

che con sorrisi, motti, atti e gesti

sui giovanotti, gusti e preferenze

scambiano senza freno confidenze.

 

Sui volti splende un raggio di speranza,

sul labbro è un risolino un po’ furbetto,

ma il tono e le parole son saggezza

nell’esplicar di vita un gran progetto.

 

Poi tutto intorno al tavolo si scioglie,

‘u don Luigi e donna Serafina

consumano la tavola imbandita

e tende ognun la mano e fa una presa.

 

Questo scenario e recita in costume

ti ha regalato Salvatore Sciandra,

il professore. Egli ha per costume

di far delle ricerche sul passato,

 

scavar tra le memorie, riportare

al dí presente quel ch’è già accaduto,

tradurre in verba quel che l’uomo è stato,

farne quadretti come fiori in cesto.

                                                 Franco Pedatella

Amantea, 29 agosto 2012

Blog: francopedatella.com

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