Aldo Bruno nel ricordo di Vincenzo Segreti

segreti vincenzo Vincenzo Segreti ricorda Aldo Bruno, valente pittore ed eccellente amanteano
Amantea domenica 02-06-2013 

In memoria del pittore amanteano Aldo Bruno

di Vincenzo Segreti

Celebrare la memoria di un valente pittore e di un galantuomo come Aldo Bruno, che la crudele morte ha strappato prematuramente all’affetto della famiglia, è per me un atto doveroso nei confronti dei suoi cari, degli amici e dell’intera comunità amanteana.

   In un periodo di grave crisi degli autentici valori umani e culturali è importante riscoprire le qualità artistiche e morali di un personaggio che nella sua modestia rappresenta un luminoso esempio da seguire per un’inversione di tendenza.

   Superati i momenti di dolore e di smarrimento, per la perdita dell’ indimenticabile amico, interpretando anche il pensiero dei familiari, di alcuni artisti, fra i quali Orfeo Reda, un intimo sodale di Aldo, traccerò un compendioso profilo della sua produzione che ben si sposava con le sue doti di generosità, di altruismo, di marito e padre esemplare.

   Il sottoscritto, che si è interessato costantemente della sua attività pittorica, illustrandola in un catalogo e in numerosi articoli, nel commemorarlo dovrà dominare una forte emozione perché ha perduto un sicuro punto di riferimento nella vita di tutti i giorni, denso di solidarietà, di reciproca fiducia e stima.

***

Autodidatta e appassionato cultore dell’arte figurativa, Aldo Bruno, sin da adolescente, evidenziò il suo talento naturale.

   Già le prime tele ad olio e ad acquerello, pur nella semplicità del segno e delle scelte coloristiche, affrontano problematiche sociali, motivi autobiografici e descrizioni di paesaggi.

   In prevalenza si tratta di vedute a forti tinte, nelle quali la solitudine, il silenzio, la desolazione delle campagne riarse ed avare di prodotti, la lunga fatica non remunerata del suo mondo contadino mostravano il volto sofferente di una Calabria amara e disperata.

   Con la maturazione dell’esperienza artistica egli ha scoperto un nuovo linguaggio, più congeniale alla propria personalità, sfumando ed addolcendo il crudo realismo del passato.

   Attenuando il contrasto dei colori con una tecnica più raffinata e sicura, Bruno indulge man mano ad una riflessione appassionata e meditata della realtà, che fuori da ogni schema ideologico, sembra suggerire uno sbocco della congiuntura socio- economica, auspicando nuovi orizzonti di progresso civile.

   Il pessimismo delle origini si scioglie in un’accorata nostalgia del passato, quando l’amicizia, la solidarietà e l’armonia comunitaria attenuavano le pene di un’esistenza grama e gli uomini confidavano nella Provvidenza per un avvenire migliore.

   Alle scene agresti e desolate subentrano le marine assolate, allietate dai volti scarni, ma sorridenti dei pescatori, i quali, uniti nella dura fatica del mestiere, gioiscono per l’abbondante pescato, intonando antichi e suggestivi canti dialettali.

   Anche la natura riemerge nella fantasia dell’Amanteano dallo squallore, prefigurando il trionfo del verde sulla cementificazione, e il ritorno dei prati in fiore. In tale prospettiva emergono le caratteristiche figure dei vecchi, simbolo di saggezza e di parsimonia.

   Inoltre, l’arte sacra del Nostro con la processione delle “Varette” del Venerdì Santo, dense di religiosità popolare, si propone di contribuire a redimere l’uomo e ad aprire i cuori alla speranza.

   Finanche le nature morte non sono più tali perché risentono di questo clima nostalgico e rasserenante. Sono proprio i frutti e i fiori dei campi, contenuti in rustici canestri di vimini, che emanano buoni auspici nella loro limpida semplicità.

   Su questa scia si pongono gli atteggiamenti pensosi e casti delle donne senza veli, simboli di innocenza, che respingono l’erotismo di maniera e la pornografia.

   Il pennello dell’autore era guidato dall’ottimismo della volontà, che rifiutava il pessimismo della ragione, dovuto alla triste realtà attuale. Quella di Bruno era una filantropica utopia che considerava la pittura e l’etica facce della stessa medaglia in funzione della rinascita dell’umanità, avvolta nelle spire della violenza e del sottosviluppo.

   Negli ultimi tempi della sua vita, Aldo si documentò ampiamente sulle biografie e l’arte dei pittori dei secoli d’oro (1500-1600), quali Caravaggio e Tintoretto, per apprendere la loro tecnica compositiva e padroneggiare i segreti del chiaroscuro e della tavolozza cromatica. Solo allora nella bottega di via Baldacchini, trasformata in un pulsante e creativo laboratorio d’arte e in mostra permanente dei suoi quadri, egli si accinse al complesso lavoro di riproduzione di alcuni capolavori dei citati autori, evitando il vuoto accademismo e la sciatta imitazione.

   I dipinti, presenti in collezioni private e in possesso degli eredi,   segnalano le opere del Caravaggio: Giuditta e Oloferne, Il Sacrificio di Isacco, La Deposizione di Cristo, Il ragazzo morso da un serpente e alcune nature morte. Caravaggio era il suo pittore preferito per il drammatico e potente verismo nonché per l’innovativa tecnica coloristica e le tematiche religiose ed esistenziali, riconducibili entrambe all’ambiente tenebroso e controriformistico del primo decennio del Seicento.

   Un altro artista oggetto di studi era il Tintoretto dell’Ultima Cena e della Visione di Ezechiele, di cui Bruno valorizzò i contrastanti effetti cromatici, la concitazione del movimento, la grandiosità della scenografia.

   Gli interventi del pittore su tali dipinti sono riguardosi e non ne turbano la bellezza e il simbolismo, assumendo l’aspetto di una accorta rivisitazione.

   Per esempio, nella Deposizione di Caravaggio, esposta nella splendida Chiesa Matrice di Amantea, Bruno è riuscito a rendere la figura piramidale dei personaggi. Fra l’altro, il michelangiolesco corpo del Cristo morto è posto ben in rilievo; ma risulta mitigata la disperazione della Vergine e delle figure di contorno, sulle quali sembra accendersi la speranza della Resurrezione del Messia.

***

Ora consentitemi di rivolgermi ad Aldo, secondo la massima oraziana:

Non omnis moriar” (=Non morirò del tutto): “Tu sei sempre fra noi, che ti amiamo e ti apprezziamo, perché vivi nelle tue tele e soprattutto nel nostro ricordo e nell’eterno presente dello spirito per le tue doti di mente e di cuore, vere testimonianze di immortalità della tua anima, degna della Pietà e della Luce celesti”.

                                                             Addio, caro amico mio, addio!

Amantea domenica 2 giugno 2013

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