il 2 novembre di un tempo

pianto lutto Antiche usanze scomparse del pianto il 2 novembre
un aneddoto di giovialità infantile degli anni ’60 al cimitero
il bambino disse alla mamma: “Quannu ‘ngigni
dai ricordi giovanili di Antonio Cima

I tempi delle prefiche (chjangiamuorti) nella nostra comunità risalgono a tempi lontanissimi. Anche quelle dello strazio di parenti e affini del caro estinto sono alle spalle da vari decenni, comprese le molteplici costumanze del lutto indotte. E’ durata un po di più l’usanza dell’esternazione del pianto irrefrenabile il 2 novembre al cimitero nella ricorrenza dei defunti.
Attualmente, in tale giorno, emerge l’affranto dei parenti innanzi alla lapide, ma i gesti e i modi sono ormai contenuti nella composta espressione del dolore reale.

Agli inizi degli anni ’60, quando ricorre l’aneddoto, il 2 novembre al cimitero era ancora praticata l’esternazione vistosa del pianto. Vediamo come andò un giorno dei morti di quel periodo.

La Signora D.S. per consolidata abitudine, avendo nonni e qualche zio defunti, si recò al cimitero portando con se il figlio Francesco R. di circa dodici anni, chiamato, ovviamente, Francischiellu. La madre non voleva portarlo, ma dovette cedere all’insistenza del bambino che era un soggetto alquanto irascibile.
La famiglia abitava nei pressi delle Case Sciullate, ma il bambino era entusiasta ed affrontò il tragitto a piedi con esaltazione. Arrivarono al cimitero trovandolo affollato in ogni dove; la signora scese con il bambino nella cripta dei pescatori, ovvero della confraternita SS Rosario.
Alcune donne presenti piangevano nei modi correlati alla gravità del lutto. La Signora D.S. si portò davanti alla tomba del nonno, poi della nonna, di uno zio. Essendo lutti di anziani e da lungo tempo avvenuti la signora, ovviamente, non era spinta al pianto.
Il piccolo Francesco vedendo tutte le donne piangere tranne la madre avvertì un senso di minorazione.
Posta la donna innanzi alla tomba dello zio si sentì tirare la gonna dal figliolo.
Si girò verso il bambino scuotendo la testa in modo interrogativo come per dire: “che c’è?”.
Il bambino guardò il volto della mamma e scosse la testa più volte con gesti che indicavano un incedere.
La mamma non comprese e ripetè:”ma cchi c’è?”.
Il bambino allora fece gesto alla mamma di chinarsi e nell’orecchio le disse:”quannu ‘ngigni, quannu ‘ngigni tu?”.
La donna rispose: “quannu ‘ngigni cchi?”.
Il piccolo, un po’ adirato, toccandosi gli occhi disse:”a chjangiri”.
La madre capì e conoscendo “l’estroversione” del figlio si portò il fazzoletto agli occhi simulando un pianto che non poteva esserci per vecchi nonni deceduti da tanti anni.

Il bambino crebbe in modo “allegro”, quasi da buontempone. Tutti i ragazzi del quartiere per anni abbiamo usato l’espressione “quannu ‘ngigni” in modo canzonatorio in vari contesti scherzosi o metaforici. A dire il vero ancora oggi, occasionalmente, emerge quel dire.
Da li a poco la famiglia R. emigrò negli USA.
La signora D.S. non c’è più; Francischiello, ch’era di qualche anno più giovane di me, non l’ho mai più visto, so che ha famiglia nello stato di New York.
Antonio Cima 29-10-2015

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Commenti  

 
#1 il coccodrillocomefa 2015-10-31 08:17
C'e' gente che va al cimitero solo il 2 novembre a piagnucolare poi durante l'anno neanche una volta e mi sembra una cosa sbagliata
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