Raffaele Frangione, la Shoah e la Letteratura

frangione raffaele Raffaele Frangione sul Giorno della Memoria 2019
La Letteratura di testimonianza della Shoah:
il nesso tra storia e memoria e nuove forme di intreccio.
 

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Antonio carissimo, troverai in allegato anche per questo inizio d'anno, il mio primo e articolato contributo per ricordare il 27 gennaio, giornata della Memoria, istituita per commemorare le vittime del nazismo, della Shoah, di tanti uomini, donne e bambini che hanno patito le sofferenze piu’ indicibili. Questo mio testo si muove lungo due assi apparentemente contrari ma complementari. Il primo cerca di ripercorrere sul piano storico gli ultimi cinque anni del secondo conflitto mondiale prima del crollo e della Liberazione da un incubo il cui punto piu’ alto fu la programmazione e l'attuazione dello sterminio cinico e sistematico degli Ebrei d'Europa che passa con il nome di Soluzione Finale. Esso affronta anche il tema più ampio del modo di vivere nei campi di sterminio, questioni come la fallibilita’ di tecniche di memoria utilizzate dai nazisti per spezzare la volonta’ dei prigionieri, la lingua usata nei Lager o la natura della violenza (il miglior libro mai scritto sui meccanismi psicologici che sono alla base dei campi di concentramento nazisti e’ I Sommersi e i Salvati di Primo LEVI, l'ultimo lavoro scritto nel 1986 dallo scrittore italiano appena un anno prima della sua scomparsa) con l'aiuto di documenti storici e sempre meno di memorie per approfondire la nostra coscienza storica e per stimolare sempre piu’ la riflessione critica.
E’ naturale che la fonte essenziale per la ricostruzione della verità nei campi sia costituita dai ricordi dei sopravvissuti che oltre alla commiserazione e all'indignazione che suscitano sono letti con occhi critici. Per una vera conoscenza della vita nei Lager, gli stessi campi non sono, però, un buon osservatorio nel senso che di fronte alle disumane condizioni in cui erano tenuti i prigionieri era raro che questi stessi individui potessero acquisire una visione d'insieme del loro universo. Poteva succedere, soprattutto per coloro che non capivano il tedesco, che i prigionieri non sapessero in quale parte dell'Europa si trovavano, dove fossero giunti dopo un angosciante e tortuoso viaggio chiusi in vagoni sigillati (Per comprendere l'atroce destino degli Ebrei d'Europa nel Secondo conflitto mondiale inviterei a leggere il poema in 12 tableaux dello scrittore bielorusso Yitzhak KATZENELSON (1886-1944) dal titolo Il Canto del popolo massacrato. Un testo particolarmente toccante che per Primo LEVI e’ la voce di un morituro, uno fra centinaia di migliaia di morituri, atrocemente colpevole del suo destino singolo e del destino del suo popolo, un grido che diviene insopportabile quando si dichiara inesprimibile e ci lascia soli di fronte a noi stessi). Non sapevano l'esistenza di altri lager sebbene fossero a pochi chilometri da loro, per chi lavoravano e non capivano il perche’ di certi cambiamenti imprevisti nei trasferimenti di massa. Ora, questa mancanza di visione generale ha condizionato le testimonianze sia scritte che orali dei prigionieri cosiddetti  normali, cioe’ di quelli che esprimevano il coraggio e sfuggivano alla morte soltanto grazie alla combinazione di eventi fortuiti. Questi erano maggioranza nei lager ma minoranza tra i sopravvissuti: tra di loro c'erano molti altri che in prigione godevano di qualche privilegio. Oggi si puo’ dire che la storia dei Lager é stata scritta quasi esclusivamente da coloro che, come lo scrittore Primo LEVI, non hanno toccato il fondo. Chi l'ha fatto non é ritornato alla vita o la sua capacità di osservazione e’ stata paralizzata dalla sofferenza e dall'incomprensione.
Inoltre, i testimoni privilegiati disponevano certamente di un osservatorio migliore, se non altro perche’ dominavano un orizzonte piu’ vasto. Occorre pero’ dire che i privilegiati cioe’ coloro che avevano accesso agli stessi servizi di cui godevano le autorità dei campi non avevano conoscenza assoluta di quanto avveniva e hanno lasciato testimonianze piene di lacune, distorte o completamente false. I migliori storici dei campi sono sorti quindi tra i pochissimi che hanno avuto la capacita’ e la fortuna di raggiungere un luogo di osservazione privilegiato senza sottomettersi e di raccontare cio’ che avevano visto, sofferto e fatto con l'umilta’ del buon cronista. Vista la complessita’ del fenomeno Lager era logico che questi storici fossero quasi tutti prigionieri politici perche’ il Lager e’ un fenomeno politico e che i politici meglio degli Ebrei e dei criminali, potessero ricorrere ad una base culturale che permettesse loro d'interpretare i fatti di cui erano stati testimoni, di poter accedere con più facilità ai dati statistici e documentali.
Il secondo asse del saggio riguarda il ruolo del testo-documento nella fase di trasmissibilita’ della memoria, il testo che non e’ trascrizione ma letteratura. Le testimonianze di Michal BEN-NAFTALI, Primo LEVI e Ruperto LONG oggetto della mia riflessione permangono perche’ si sono date come Letteratura e come tale hanno potuto parlare a tutti perche’ la scrittura ci spinge all'identificazione mentre la trascrizione di un intervento, di un'intervista o la riproposizione di un'immagine fotografica e filmica, pur avendo forse una maggiore pretesa di verita’ ci mette di fronte ad un organismo immerso nel formalismo, in un altrove con l'intenzione di proteggere un sapere. La relazionalita’ della testimonianza soprattutto quella scritta trova espressione nella letteratura perche’ non facendosi schermo di saperi, di metodi, porta in se’ la primaria necessita’ d'immaginare, accogliendo cio’ che e’ chiaro e definito e cio’ che non lo e’ in quanto elementi costitutivi della narrazione, lasciando al lettore l'onere della cucitura tra luce e ombra. Il filosofo e scrittore Georges DIDI-HUBERMAN, che si e’ a lungo interessato allo statuto della fotografia nella memoria della Shoah, dice bene quando, davanti allo scarso interesse mostrato dalla storiografia per le immagini, scrive e ribadisce nel suo acuto saggio Immagini malgrado tutto (Ed. Raffaello Cortina, 2005) che Per ricordare occorre immaginare. Il critico dell'arte spiega la diffidenza degli storici per le immagini e vede per il loro doppio regime tra verità e oscurita’ l'attuale dibattito che contrappone le posizioni del testimone a quelle dello storico mosso dalla necessità di definire in quale discorso testimoniale o scientifico collocare la viva presenza di chi, avendo vissuto e sofferto la Shoah, continua a portarne una narrazione.
Sono perciò convinto e credo di averlo ben messo in evidenza della funzione altamente pedagogica del numero assai rilevante di testimonianze. Le parole, i segni di cui i testimoni sono portatori, costituiscono una donazione che ci viene consegnata perche’ possiamo continuare a sforzarci, attraverso l'immedesimazione e lo sviluppo di un ri-sentimento, di capire quello che sta a noi capire che, come dice Elia WIESEL, voi che non eravate sotto il cielo di sangue, non saprete mai che cos'era...e anche se ascoltate tutte le testimonianze resterete dall'altra parte del muro. La Letteratura e’ precisamente cio’ che per metafore e paragoni, ci conduce a guardare oltre quel muro che non possiamo in alcun modo oltrepassare. E’ nella Letteratura che risiede la forza di creare un'intimita’ tra il testimone e il lettore. Il testimone si rivolge al cuore e non alla ragione, suscita un sentimento di pieta’, di compassione e talvolta anche di rivolta. Il suo testo-memoria stipula un patto di vicinanza sentimentale tra se’ e colui che lo legge o lo ascolta. Ma una domanda si pone chiaramente: come costruire un discorso storico coerente se adesso si contrappone un'altra verita’, quella delle memorie individuali? Come fare appello al rigore, al pensiero, alla riflessione quando entrano in gioco i sentimenti e le emozioni? Per uscire dal vicolo cieco della presunta inconcialiabilita’ di emozione e pensiero, insita nelle testimonianze della Shoah, e’ necessario avvalorare l'idea che il testimone non e’ un intralcio, come qualcosa che sarebbe meglio non esistesse,  un patetico burattino della memoria come qualche improvvido storico lo ha definito, capace di deformare la realtà nel ricordo, di manipolare un avvenimento oltre che causare una seppur minima imprecisione e imperfezione nel racconto, pericoli assolutamente prevedibili, ma una voce e un supporto essenziale che ci permetterà di costruire il nostro rapporto con la storia giacche’ l'obiettivo non e’ tanto verificare il livello di conoscenza dei fatti quanto misurare se la nostra competenza storica e’ aumentata perché sara’ questa che ci servira’ per interrogare in forma critica e non aprioristica il nostro presente.
Il lavoro proposto poggia dunque sul convincimento che la memoria non e’ la storia e che la storia e’ fatta anche dell'intreccio tra le nostre memorie e la memoria dei testimoni. La memoria e la testimonianza non sono ne’ un'alternativa ne’ concorrenti contro la storia. Questa, oggi, a partire dall'era del testimone, ha un futuro solo se e’ in grado di saper trattare e includere le fonti testimoniali come parti della propria problematica di indagine. Dietro ciascuna testimonianza orale o scritta c'e’ sempre un autore, ci sono scelte, c'e’ un'idea del passato e c'e’ una proposta d'interpretazione. Occorre percio’ conoscere la storia di cio’ a cui quella testimonianza si riferisce ma bisogna avere anche un'autonomia rispetto al modo in cui quel documento si presenta. In altre parole, essere in grado di analizzare le fonti e connetterle, essendo l'obiettivo la costruzione di capacita’ e non di il transfert di pacchetti di narrazione; é formare e non sorprendere.
Raffaele Frangione 26-01-2019

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