Raccogliere orfanielli e vurzi

amantea orfanielli Racconti di mare e di terra.
Tra istinto e ragione, tra prendere e meritare.
La razionalizzazione delle attività.

Quannu si va a ligni si va a ligni,
quannu si va a vurzi si va a vurzi

Racconti di vita marinara e dei bisogni quotidiani  di Antonio Cima
 

Raccontava mio zio Gaetano Aloe, il più grande pescatore della storia della marineria amanteana, aneddoti di grande saggezza e infinita sapienza. Nella sua poliedrica esperienza di vita tante ne ha vissute, viste, sentite.
Fonte inesauribile del sapere del mare (mestiere complesso e articolato molto di più di quanto gli stereotipi inducano a sottovalutare) e custode di perle culturali degne di un volume sui costumi sociali da esporre in una civica biblioteca.
La storia qui raccontata, tra fantasia e realtà, è uno spaccato di saggezza in un ambito di povertà che molto faticosamente costringeva a conciliare necessità e dignità.
Ritorniamo alla presenza degli orfanielli nella vita della marineria di Amantea.
Gli orfanielli sono arbusti straqquati dal mare e raccolti (in passato) sulla spiaggia per gli usi domestici del fuoco.
Si racconta che un anziano pescatore e un nipote di nove anni, sul recedere di una mareggiata, andarono lungo la spiaggia, arrivando fino a Belmonte, per raccogliere i preziosi “legni”. Avviarono la raccolta poco dopo ‘u puortu da Chjazza; il bambino si ragava (trascinava) le canne, di peso confacente all’età, e il nonno le radici da cui si ergeva un ramo o arbusto consistente.
Oltrepassato il Catocastro (chilla vanna ‘u Jumu), in direzione dello scoglio dell’Aria, il bambino adagiò il mazzo di canne sulla sabbia e si sedette su un grosso sasso sporgente du vriccio du muntariellu. Questo ripeteva il bambino con frequenza ravvicinata per riprender fiato.
Guardava ‘u marettunu frangersi sullo scoglio di Isca ove creava un vortice nella bagnarola provocando uno spruzzo fino alla pedana alta. La grotta era invisibile per il gonfiore delle onde che si alzavano fino alla pedana bassa. I gabbiani roteavano sullo scoglio grande non potendo ne ammarare per caccia ne posarsi sullo scoglio piccolo, che è la loro dimora abituale, al momento sovrastato dalle onde seppure in attenuazione.
Avendo ripreso fiato il bambino si alzò girando lo sguardo verso nord; fece per incamminarsi e vide a pochi passi un groviglio di radici sotto il quale si notava un oggetto di cuoio marrone, arrotolato.
Si avvicinò, scosse il groviglio e notò che si trattava di una borsa.
Il bambino immediatamente si voltò verso il nonno che, nella parte alta della battigia, sul termine della sbavatura dell’acqua risalente, scuoteva la sabbia attaccata alle radici distaccate dalla spiaggia, gridando: “nannu…nannu, scappa..scappa, è truvatu ‘na vurza”. Il nonno ripose gli arbusti sulla spiaggia a qualche metro dal limite del bagnasciuga per evitare che la ritiragna si portasse in mare il prezioso raccolto e si avvicinò al bambino. Con il fondo della scarpa scrollò il groviglio rendendo più visibile l’oggetto che aveva entusiasmato il nipote. Girò lo sguardo verso il fanciullo, poi verso il groviglio e ancora verso il bimbo ed esclamò:”Ciccì, quannu si va ‘a ligni si va ‘a ligni, quannu si va ‘a vurzi si va a vurzi”. Il bambino si smarrì; il nonno vedendo il volto basito del piccolo continuò:”mò stamu jennu ‘a ligni e jamu ‘a ligni”. Il piccolo subì il volere del nonno, alzò il fascio di canne disponendolo sulla spalla destra, si scosse come in un brivido per assestare il fascio e s’incammino verso Belmonte.
Arrivarono fin quasi la foce del fiume Veri raccogliendo una “grazia di Dio” e tornarono indietro fino alla marina da Chjazza e poi su fino alla Chjanura.
Con gran fatica portarono i tanti orfanielli risalendo Pantalia fino allu strittu da Rina spargendoli sull'acciottolato ad asciugare.

Il bambino crebbe pensando spesso a quella vurza.
Un giorno, in quinta elementare, il maestro portò come lezione la poesia di Pascoli Il Tesoro.
Il fanciullo fù chiamato alla lavagna per scrivere il testo, cominciò:

Il Tesoro
C'era una volta un vecchio contadino
che aveva un suo campetto e la sua marra
…..
….
niente! Ma, pel raccolto, quando il grano
vinse i granai, lo videro il tesoro
che aveva detto il vecchio; era in lor mano,
era la vanga dalla punta d'oro.

Appena completato di scrivere il testo la mente del bambino bucò la lavagna, le pareti della scuola ed ogni ostacolo che lo separava dalla spiaggia, ritornò davanti all’Aria, su quel sasso, guardando i gabbiani volteggiare, ascoltando l’urlo del mare, il pensiero si smarrì, lo sguardo si allungò fino a Stromboli e alle michelangiolesche nuvole che perennemente lo ammantano, e capì, davanti al testo di Pascoli, l’ammonimento del progenitore: il vecchio della poesia diventò suo nonno, gli orfanielli diventarono la vanga dalla punta d’oro.
Per tutta la vita orfanielli ha raccolto quel bambino.
Antonio Cima 25-12-2012

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Commenti  

 
#2 filopanto 2013-11-21 14:48
Spesso irriverentement e discutevo con mio padre sull'utilità dei loro detti e abitudini: a suo tempo quando pescavano le spatole (le ritenevano non commestibili) poi le buttavano in mare, a pescare andavano solo quando i sacri crismi erano al punto giusto (luna, vento, marea ecc) e spesso non pescavano niente. Poi i terrazzani andavano a pescare senza rispettare regole e abitudini e portavano a casa parecchio pesce pregiato. Valeva la pena quannu si va a ligni? ma forse erano contenti così.
Citazione
 
 
#1 FRANCO DANESE 2013-11-21 14:12
Bello e significativo racconto..."Gli orfanielli"."Pe tri i' pumici" e "sugheri" con altri amici del quartiere andavamo a raccoglierli per utilizzarli nel presepe. Altri tempi..duri pero' felici. A tuo zio Gaetano Aloe lo ricordo benissimo...qua ndo andavo da mia nonna Caterina Aloe alla
"Chianura". Effettivamente sapeva molto sull'arte marinara. Nota: esiste qualche libro scritto sul particolare?? Ciao.------
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