Matrimoni tra amanteane e veronesi-mantovani

matrimonio-antico I matrimoni di convenienza tra ragazze del Sud e uomini veronesi e mantovani.
Fenomeno diffuso nel comprensorio di Amantea tra ’60 e inizi '70, tante donne amanteane furono coinvolte. Divennero padane in prevalenza ragazze della marineria e delle campagne

Questo spaccato di costume sociale non ebbe risalto come l’altro analogo dei matrimoni per procura oltreoceano che arrivò addirittura sugli schermi cinematografici. Durò poco, coinvolse tante donne di Amantea e del comprensorio; non esistono riscontri che abbia riguardato altri luoghi per quanto la cosa sia stata possibile.  
L’argomento non è semplice da trattare perché a raccontarlo nella sua cruda realtà toccherebbe sensibilità che, pur consapevoli delle motivazioni di allora, sarebbero poco disponibili a convenirne.
Si cercherà di stare essenzialmente ai fatti senza aggiungere elementi non essenziali.

matrimonio-anticoVolendo esagerare, con compunta ironia, si potrebbe dire che fu una specie di ratto delle sabine “Post litteram”. Romolo rapì le sabine per espandere il regno, gli agricoltori lombardo-veneti cercarono nel sud le donne per procreare ed allevare figli e svolgere tutte le attività correlate al loro contesto ambientale.
Il fenomeno riguardò un breve periodo tra  ’60 e inizio '70. Tante ragazze del comprensorio di Amantea finirono spose ad altrettanti non giovanissimi agricoltori/allevatori delle province di Mantova e Verona. Si trattava in prevalenza di maschi di famiglie ancorate alle terra, in zone lontane dagli abitati, con grande carenza di donne disponibili ad accettare quell’arcaico modello di vita che le isolava dall’incalzante modernismo che inondava il nord.
Erano uomini con modesta scolarizzazione, cultura minimale, non propriamente ragazzi, cresciuti a pane ed esclusivo lavoro tra campi e allevamenti, non avvezzi alle forme di convivenza e convivialità cittadina, con consolidata agiatezza economica. In alcuni casi avevano una età da padre più che da marito. Vite totalmente dedite al lavoro senza spazi per cose che distogliessero dall’attività lavorativa.
In tali condizioni risultava alquanto difficile trovar moglie.

Fu così che si affermò quell’imprevedibile fenomeno che avviò progenie di sangue misto nord-sud. Ma solo il sangue si combinò; della cultura meridionale neanche una briciola arrivò nelle nebbiose pianure lombardo-venete. Le nostre donne furono immediatamente assorbite dall’arcaico humus padano delle campagne lontane dai circuiti urbani. L’isolamento le indusse in breve tempo a metabolizzare il linguaggio e i comportamenti del luogo fino ad acquisirne totalmente le sembianze.

I figli venuti al mondo si non trovati con mamme uguali a tutte le donne nate e cresciute in quei luoghi, né un minimo accento, né alcuna trasmissione culturale d'origine rapidamente dismessa.

Non erano il fior fiore delle nostre donne, diciamo la verità. Generalmente emarginate a causa della modestia familiare, periferiche, in qualche caso analfabete, non propriamente giovani. Valutare oggi l’esser non giovane di allora fa aggrizzari ’i carni (brividi). A quei tempi, dalle nostre parti, quel ceto di ragazze entrava nell’alone matrimoniale sui 15 anni per sposarsi sotto i 20. A 20 anni e non ancora fidanzata una donna veniva considerata ‘ncallicata, a 25 vecchia ‘ntostata. Erano tempi in cui quel nucleo di donne abitualmente sui 35 anni diventava nonna.
Le ragazze coinvolte, fuori da quella opportunità, difficilmente avrebbero contratto matrimonio per motivi chiarissimi. La crescente emigrazione di allora allontanava in prevalenza i giovani maschi; in quel tipo di famiglie si andava a scuola qualche anno, le più fortunate completavano le elementari. L’emancipazione che si faceva strada le vedeva escluse. Le famiglie erano spesso numerose con varie figlie femmine ove, inevitabilmente, solo quelle più raccomandate da Venere avevano concrete possibilità matrimoniali.
A quei tempi era una vera ossessione per le famiglie umili la presenza di più figlie femmine.
Varie massime sottolineano la crudezza dei costumi dell’epoca rispetto al destino delle giovani donne di casa con l’obbligo imperante di sposarsi.
In alcuni luoghi si diceva: A quinnici anni 'a figlia o 'a mariti o 'a scanni;
ad Amantea un terrificante proverbio, poco usato per l’imbarazzo che crea:
E' bruttu l'uörcu in casa - ma è cchiù bruttu quann'un ci trase;
traduzione: piuttosto che restare zitella è preferibile sposare un orco.

In tali condizioni il treno per Mantova-Verona costituiva un vero toccasana perchè “sistemava” una figlia dal futuro opaco e costava pochissimo. Quei rudi contadini del nord non pretendevano assolutamente niente: nè corredo, né mobili, né soldi, volevano velocemente riempire quel vuoto domestico così determinante per il loro equilibrio generale.
Gran parte delle ragazze partiva con la fede all’anulare, con il minimo corredo e “nuda e cruda” di averi.

Il matrimonio era preceduto da un paio di viaggi che il promesso sposo faceva presso la ragazza. In genere accompagnato da un solo familiare non potendo venire gli altri a causa della terra e del bestiame d’accudire. Erano incontri tra mondi lontanissimi per antiche differenti culture con non poche difficoltà di linguaggio. Immaginiamo il confronto tra una famiglia marinara calabrese e una famiglia della terra della profonda pianura padana. Gli ospiti restavano il tempo necessario per la "trattativa", alloggiavano generalmente in albergo e velocemente ripartivano. Si può tranquillamente escludere che tra i due promessi sposi vi fosse stato il minimo contatto fisico prima del matrimonio.
I matrimoni si svolgevano secondo le usanze del luogo della ragazza con ovvia accettazione dei pochi convenuti appartenenti allo sposo.
Quasi tutte le donne coinvolte in tali esperienze non sono mai più ritornate nella località d’origine. I figli generati hanno solo una vaga percezione dell’esser per metà meridionali, a volte non hanno neanche l’esatta cognizione delle origini della madre. Tranne qualche rarissimo caso gli eredi di quelle donne non sono mai andati nei luoghi di provenienza delle mamme/nonne, diciamole tutte, non sanno nemmeno dove si trovino.

Su come un “polentone” e una “terrona” incrociassero il loro destino v’è ampia casistica. Il contatto cominciò con le emigrazioni al nord per via del miracolo economico italiano dal '50, poi con una specie di passa parola; qualcuno s'infilò nel contesto intermediando e ricavandone utili. Essendo uno spaccato noto a pochi, e da pochissimi vissuto per coinvolgimento diretto, non è mai diventato fonte di discussione e di approfondimento. Se fosse possibile fare ciò scopriremmo e capiremmo lo sconvolgimento esistenziale di tante ragazze improvvissamente sdraricate dalle famiglie d'origine e confluite in un ambito familiare tanto diverso con l'obbligo d'impararare e parlare subito un dialetto lombardo-veneto strettissimo, unica forma di comunicazione, e di adeguarsi cruentemente a condizioni di vita tanto diverse. Arcaici cicli di essenziale vita sud-mediterranea abbandonati di colpo, inevitabilmente fagocitati da un diverso modello, certamente più rassicurante economicamente, con passaggi accompagnati da microdrammi personali gradualmente superati.

Ho personali ricordi di tale periodo per quanto fossi un bambino. Del borgo antico di Amantea tante ragazze coetanee e amiche delle mie sorelle maggiori presero quel treno. Per le mie stesse sorelle arrivarono varie “proposte”; mia madre era favorevole perché tanti facevano così; mio padre non accettò mai nemmeno il minimo dialogo su questo fronte.
Ogni tanto ne parlo in famiglia con le mie sorelle che dicono di non aver mai più incontrate quelle amiche d’infanzia dopo la partenza per il nord-est.
Nel 1971 me ne sono andato a Milano; dopo l’iniziale periodo d’assestamento andavo spesso nei fine settimana a far visita a parenti ed amici nelle varie regioni del nord.
Due volte sono capitato nelle zone Mantova-Verona che vedono significative presenze di quelle spose amanteane.
Ho potuto constatare il totale adeguamento al nuovo mondo che le inglobava.
L’inevitabile processo di omologazione si notava già allora a distanza di una decina d’anni di vita padana.
Siamo ora a più di 50 anni da quei tempi, tanti sono stati i cambiamenti e gli adeguamenti. Sono ormai donne anziane, qualcuna deceduta, qualcuna rientrata da vedova senza figli. Varie generazioni di lombardo-veneti ne sono seguite imparando lo strettissimo dialetto padano da mamme che furono ragazze nate e cresciute sutt’a petra da Cicala…così va il mondo.

Antonio Cima agosto 2014
P.S. esistono foto reali del contesto narrato ma, per ovvi motivi, non vengono pubblicate. La foto generica presente fa parte del circuito web.

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Commenti  

 
#1 Giuseppe aloe 2017-03-31 22:18
Per effetto di questi matrimoni anche la mia famiglia nel 1970 emigrò al nord nel mantovano, io vi giunsi nel 1972. A quei tempi rividi tante ragazze e donne di una certa età di Amantea e paesi vicini, che già conoscevo, che avevano sposato uomini del mantovano o del veronese. Alcune hanno avuto figli altre no, alcune hanno fatto matrimoni dignitosi, altre per il motivo che hai già spiegato (poca scolarizzazione e cultura da entrambe le parti), avrebbero fatto meglio a fare le zitelle a casa.
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