Alessandro Tedesco, Amantea al tempo dei Domenicani

tedesco alessandro Alessandro Tedesco
I Domenicani ad Amantea
Una breve parentesi troppo spesso messa in discussione

PREMESSA: Si consiglia la lettura ai soli appassionati di storia, quanto seguirà potrebbe annoiare o, in casi estremi, indurre sonnolenza!

Durante i miei studi storici, paralleli a quelli universitari, ebbi modo di approfondire lo sviluppo delle fondazioni religiose nei centri storici della Calabria, prestando particolare attenzione al centro storico della mia città, Amantea. Tra gli avvenimenti storici di fronte ai quali mi sono imbattuto, particolare interesse destò in me la “Soppressione dei piccoli conventi d’Italia”, attuata da papa Innocenzo X nel 1652 con la quale vennero chiusi ben 1.513 conventi su tutto il territorio italiano.

Per comprendere al meglio tale avvenimento e le ricadute che lo stesso comportò anche ad Amantea, vengono riportate alcune notizie che fanno da ampia introduzione a quanto preannunciato dal titolo del presente articolo.

Nel marzo del 1649 papa Innocenzo X istituì la Congregazione sullo Stato dei Regolari in seno al Sacro Collegio Cardinalizio, composta dal cardinale Prefetto e da altri quattro cardinali, dal Segretario (che era lo stesso della Congregazione dei Vescovi) e da tre prelati di Curia, con il compito di affrontare e risolvere il problema legato alla riforma del clero regolare in Italia. Tra le competenze della Congregazione, vi era innanzi tutto quella di esaminare la situazione patrimoniale e finanziaria dei conventi presenti sul territorio italiano, decretare la soppressione e la chiusura dei piccoli conventi qualora non risultassero riscontrabili le condizioni per la residenza di una comunità di religiosi formata giuridicamente, nonché la ridestinazione dei beni provenienti dai conventi soppressi assicurandoli ad usi pii.

Quella compiuta dalla Congregazione fu un’investigazione a tappeto sull’intero territorio nazionale, una grande azione di controllo durata ben cinque anni, fino al 1654, eseguita in segreto nonostante all’interno degli ambienti ecclesiastici erano già trapelate notizie riguardanti la riforma. Era già noto, infatti, come tra gli alti prelati di Roma si ritenesse impossibile la vita “regolare” all’interno dei piccoli conventi e che l’eccessivo numero dei religiosi regolari stava indebolendo il clero secolare, il quale andava sostenuto con nuove rendite derivanti dai beni degli Ordini Mendicanti. Ciò spiega come questa importante operazione voluta dal papa fu essenzialmente legata alla sfera economica del Clero costituito da religiosi secolari, potenti ma al contempo indeboliti sempre più nelle finanze, e religiosi regolari, umili ma sempre più forti economicamente perché appoggiati dalle comunità locali.

La Congregazione iniziò i suoi lavori il 17 dicembre 1649 con l’emanazione della Costituzione Apostolica Inter caetera con la quale si ordinava ai Guardiani di tutti i conventi degli Ordini Mendicanti presenti sul territorio italiano, nonché ai Superiori delle altre comunità religiose, di inviare alla stessa Congregazione una relazione con la quale si dovevano illustrare i possedimenti e le rendite dei singoli conventi al fine di verificare se tali mezzi risultassero adatti, all’interno del singolo cenobio, al mantenimento dei religiosi, alle pratiche legate al culto e all’osservanza delle regole (che presupponeva un certo numero di religiosi dimoranti nel convento); un vero e proprio “auto censimento generale” eseguito attraverso la compilazione di relazioni la cui forma venne suggerita dalla stessa Congregazione attraverso la redazione e comunicazione di una Formula che richiedeva: notizie storiche sul convento, l’elenco relativo ai membri delle singole comunità (sacerdoti, chierici, novizi professi o laici, terziari) riportandone nome, luogo d’origine ed età (non sempre veniva riportata), la minuziosa descrizione della fabbrica conventuale, l’elenco e relative rendite dei possedimenti stabili del convento quali terreni case e poderi, informazioni sul bestiame, sui censi e le entrate per mezzo d’elemosina, nonché l’elenco e relative entità di tutte le spese necessarie al sostentamento della comunità e all’espletamento delle attività comunitarie. La Formula delle relazioni richiedeva essenzialmente notizie sui redditi, mentre ricadevano in secondo piano quelle sulla vita spirituale nonché sull’osservanza delle regole dei singoli Ordini. Infine, la Formula

prevedeva, al termine delle singole relazioni, dichiarazioni sulla sincerità di quanto riportato con tanto di giuramento e sottoscrizione da parte del frate Guardiano del convento e da almeno due membri della comunità religiosa.

I Frati Guardiani dei singoli conventi dovettero consegnare entro l’aprile del 1650 le relazioni al Procuratore Generale del proprio Ordine; queste, poi, vennero esaminate da Commissioni di Revisori nominate per ciascun Ordine e costituite da tre membri dell’Ordine specifico, tra i quali vi era lo stesso Procuratore Generale, e due membri appartenenti ad altro istituto religioso. Tali Commissioni ebbero il compito di esaminare attentamente tutte le relazioni, compilare per ciascun convento una sorta di sommario sulla base delle informazioni raccolte, verificare sul campo l’effettiva veridicità di quanto dichiarato nelle relazioni dai singoli conventi e, infine, attribuire a ciascun convento un numero di religiosi in funzione delle rendite dichiarate, individuando così tre classi di conventi: la prima costituita da conventi in cui dimoravano più di dodici religiosi, la seconda tra sei e undici e la terza con meno di sei. Se le Commissioni deliberavano che i frati presenti all’interno dei singoli conventi non potevano essere mantenuti dalle rendite dichiarate, il numero di religiosi in esubero veniva trasferito in altre realtà conventuali che, invece, avevano entrate tali da poter ospitare altri religiosi; e i primi a trasferirsi da un convento all’altro risultavano i novizi laici e i conversi.

Le Commissioni dei Revisori valutarono le relazioni pervenute fino al dicembre del 1650, momento in cui inviarono tutta la documentazione prodotta presso la Congregazione sullo Stato dei Regolari la quale, dopo averla attentamente valutata, deliberò la chiusura di quei piccoli conventi la cui comunità era formata da meno di sei religiosi, ovvero quattro sacerdoti e due chierici. Papa Innocenzo X, visionati i risultati ai quali la Congregazione era giunta, decretò il 15 ottobre del 1652, emanando la bolla Instaurandae regularis disciplinae, l’attuazione del provvedimento di chiusura che portò alla soppressione di 1.513 conventi sui 6.238 presenti in Italia e accertati dal lavoro della Congregazione (un quarto circa di quelli esistenti); la bolla pontificia venne inviata, il 10 dicembre 1652, dalla Congregazione a tutti i vescovi delle diocesi italiane unitamente ad una circolare riportante l’elenco dei conventi da chiudersi, nonché a delle direttive relative all’assegnazione dei beni appartenuti ai religiosi dei conventi soppressi.

Gli Ordini Mendicanti furono quelli maggiormente colpiti dal provvedimento innocenziano, infatti vennero chiusi, tra gli ordini conventuali, 342 conventi degli Agostiniani sui 751 presenti in Italia al tempo dell’inchiesta, 221 dei Carmelitani sui 506 esistenti, 128 dei Domenicani su 520, 58 dei Terziari Regolari di San Francesco su 148, 67 dei Servi di Maria su 245, 442 dei Minori Conventuali sui 927 esistenti. Per comprendere meglio la portata di questo provvedimento basti pensare che l’Ordine dei Minori Osservanti, che in Calabria influenzò più degli altri Ordini nella prima metà del XV sec. la grande diffusione dei Mendicanti nella regione, in seguito al provvedimento di Innocenzo X risultò praticamente dimezzato nel numero degli insediamenti, sia in virtù delle chiusure ma anche dei trasferimenti delle comunità religiose in altre strutture; infatti, come si può evincere dal testo Calabria Sacra e Profana del Sac. Domenico Martire (manoscritto della seconda metà del XVII sec.), le fondazioni osservanti in terra calabrese nella seconda metà del XVII sec. erano solo 11 rispetto alle 29 presenti sul finire del secolo XV. Infine, dagli elenchi dei conventi soppressi risulta che la Calabria, insieme al napoletano, fu la regione più colpita dalla soppressione.

La Instaurandae regularis disciplinae, nonostante la sua piena attuazione, prevedeva l’accettazione di ricorsi contro i provvedimenti di soppressione se fondati su validi motivi; e tra le richieste dei fedeli, pervenute alla Congregazione, non poche furono quelle accolte soprattutto sotto le pressioni indotte dalla nobiltà locale. Così la Congregazione sullo Stato dei Regolari, al fine di placare gli animi, ratificò il decreto Ut in parvis del 10 febbraio 1654 con il quale vennero riammessi 362 conventini: 200 dei Minori Conventuali, 123 degli Agostiniani, 8 dei Servi di Maria, 20 dei Carmelitani Calzati e 3 dei Carmelitani Scalzi. Tali riaperture, in alcuni casi, suscitarono i malumori delle diocesi che avevano in precedenza già incamerato i beni dei piccoli conventi.

In seguito al provvedimento innocenziano, in un primo momento, i frati costretti a lasciare la loro casa solo in parte vennero accolti all’interno di altri conventi, spesso come ospiti poco graditi, mentre i beni dei conventi soppressi, una volta incamerati dalle diocesi, vennero utilizzati per

rinvigorire l’opera dei seminari già esistenti e per crearne di nuovi presso le cattedrali, come stabilito già dal Concilio di Trento nel 1563. Un’altra parte di questi beni, invece, rese possibile l’istituzione di nuove parrocchie nelle zone rurali, consentendo una maggiore radicalizzazione sul territorio del clero secolare.

Tra gli storici, in passato, sono state diverse le motivazioni individuate atte a spiegare le cause principali che indussero Innocenzo X verso tale provvedimento. C’è chi, come il Franchini, individua la causa della soppressione nell’incapacità delle rendite dei conventi a mantenere una comunità necessaria all’osservanza e alla vita regolare; chi, come il De Luca, sostiene che la causa sia da ricercarsi nella rilassatezza della disciplina regolare, nonché dei costumi come afferma lo stesso Cecchetti, nei piccoli conventi all’interno dei quali i frati “quivi si godevano un bell’ozio, sovente anche scandaloso”. Infine, per il Boaga, le motivazioni che spinsero Innocenzo X ad attuare tale provvedimento sono legate essenzialmente alla sfera giuridica che si venne a creare in seno al Concilio di Trento; infatti, come stabilì il Concilio, l’osservanza della vita e della disciplina regolare presupponeva un certo numero di religiosi all’interno dei conventi affinchè essa potesse essere resa possibile. Tale principio, di fatto, indusse un’avversione giuridica nei confronti dei piccoli conventi nei quali non risultava possibile, sempre secondo il Boaga, mantenere una comunità così come richiesto dal diritto. Questa tesi sembrerebbe comprovata da alcuni decreti pontifici post-tridentini precedenti alla più incidente soppressione innocenziana del 1652, come la Costituzione Apostolica Cum alias di Gregorio XV del 17 agosto 1622 che prescriveva, per ogni convento, un numero minimo di 12 religiosi e imponeva alle fondazioni future di possedere dimensioni tali da garantire il mantenimento del numero di religiosi minimo; oppure il decreto emanato da Urbano VIII del 21 giugno del 1625 con il quale, oltre a riaffermare le prescrizioni contenute nella Cum alias emanata dal suo predecessore, si stabilisce che il numero dei religiosi nei conventi non doveva superare le rendite degli stessi. Come si può constatare, in questa fase storica il diritto canonico sposta la sua attenzione su quei concetti già espressi a cavallo tra XIII-XIV secc. da Bonifacio VIII e che, fino a quel momento, risultavano valide solo per le suore e le monache: “In praedictis autem monasteriis et domibus, tam virorum quam mulierum, bona immobilia possidentibus vel non possidentibus, is tantum numerus constituatur ac in posterum conservetur, qui vel ex reditibus propriis monasteriorum, vel ex consuetis eleemosynis commode possit sustentari”.

L’intero iter burocratico che caratterizzò i cinque anni necessari all’attuazione del provvedimento innocenziano diede vita ad una grandissima quantità di incartamenti conservati all’interno dell’Archivio della Congregazione sullo Stato dei Regolari custodito, dal 1649 al 1678, dal Segretario nonché ispiratore della Congregazione, Prospero Fagnani; fin quando, alla morte di quest’ultimo, il papa ordinò il trasferimento dei “Libri della Sacra Congregazione […] ne i quali si contengono li stati di tutti i conventi esistenti delle provincie di Italia et isole adiacenti […]” (dalla nota estratta dal primo inventario di tale documentazione redatto da Giovanni Bissaiga) nell’Archivio Segreto Vaticano dove rimasero fino ai giorni nostri, eccetto una breve parentesi legata al trasferimento a Parigi dell’intero Archivio Pontificio ai tempi di Napoleone.

All’interno di tutta questa documentazione, eccezionale importanza è da attribuire alle Relationes redatte per ciascun convento allora presente in Italia, relazioni che non solo ci forniscono un quadro estremamente completo sulla situazione conventuale ai tempi della loro massima espansione, ovvero a cavallo tra la prima e la seconda metà del XVII sec., ma anche una serie di importanti notizie relative alle architetture, e relativa storia, ospitanti le comunità conventuali.

A questo punto, dopo questa ampia e ricca introduzione è doveroso entrare nel merito del titolo in maniera concisa, onde evitare di annoiare ulteriormente il lettore.

Nel 2009 richiesi all’Archivio Segreto Vaticano copia delle Relationes redatte dai Frati Guardiani dei conventi che nel 1650 si trovavano ad Amantea, con l’intento di inquadrare la diffusione delle strutture cenobitiche all’interno del territorio della città e studiare come la presenza di tali strutture influenzasse, da un punto di vista urbanistico, il costruito successivo.

Venni così in possesso delle relazioni dei conventi: di San Bernardino dei Minori Osservanti; di San Francesco di Paola dei Minimi; dei frati Cappuccini; di Santa Maria del Carmine dei Carmelitani; di San Domenico dei Domenicani.

Tra queste, la più ricca di informazioni e curiosità è certamente la relazione redatta dal “Prè frat’Ignatio dall’Amantea sac.te e guard.o” del convento di San Bernardino, che pubblicai interamente in un articolo del 2010 dal titolo “Il convento di San Bernardino di Amantea. Ricerca dell’evoluzione architettonica” sulla rivista Calabria Letteraria.

Quella probabilmente meno interessante è la relazione dei Cappuccini, la quale offre poche informazioni; invece, quella dei Carmelitani è estremamente importante in quanto caratterizza le attività legate a un luogo, per l’appunto il convento, andato ormai perduto al contrario della chiesa del medesimo ordine (entrambe le relazioni sono in fase di pubblicazione) .

Però le relazioni redatte dai Minimi e dai Domenicani (entrambe le relazioni sono in fase di pubblicazione) sono quelle alle quali è legato un significato aggiunto, ovvero quello di testimonianza della permanenza delle medesime famiglie di regolari in terra amanteana.

Già nel 2012, durante un convegno tenutosi presso la sala espositiva del convento di San Bernardino, Padre Rocco Benvenuto, già correttore provinciale della Provincia Monastica di San Francesco di Paola, aveva offerto alla comunità la certificazione della presenza dei Minimi di Paola ad Amantea. Infatti, in quella occasione illustrò il contenuto della Relazione già citata “del Convento di S. Fran.co di Paola dell’ord.e de Minimi della Città dell’Amantea di Calabria Citra diocesi di Tropea, fatta dalli frati dell’Osservanza della Constituzione di N. Sig.re P.P Innocentio X […]”. In tale relazione, si racconta come “d.to Convento fu fondato sotto titoli di S. Fran.co di Paola alli 19 di magio 1617 con l’assenso di Mons. Fabrizio Cavacciolo Vescovo di Tropea, dal q.dam dottor Rutilio Cavallo gentilhuomo di d.a Città”, il quale “Li promise una sua casa posta dentro d.a Città loco d.to Catocastro” (la chiesa dei Minimi ancora oggi si conserva, lungo la via del Collegio, proprio nel quartiere Catocastro). Nel 1650 il convento dei Minimi, però, registrava la presenza di soli tre frati, ovvero “Fra Fran.co Prete di Longobardi Vic.o Pro.le”, “Frà Matteo Palermo delli Marchisi Correttore” e “Fra Domenico Rende di Spezzano Sacerdote”, ai quali si aggiungeva “Fra Giovanni Parise di Celico fratello oblato”. L’esiguo numero dei religiosi, inevitabilmente, portò alla soppressione innocenziana del loro convento.

Sorte identica toccò al cenobio dei Predicatori. Dalla relazione del convento di San Domenico, “situato nella città di Tropea dell’Amantea Diocesi di Tropea di Calabria Citra del Regno di Napoli”, si evince come l’antico monastero dell’ordine dei Predicatori era “murato dentro le mura della medesima Città in strada pubblica nel mezzo della Città. Fu fondato ed eretto l’anno 1638 col convento et authorità della Sac, Cong. diretta da Frà Giacinto della Grottesca del d.o ord.ne” grazie ad un “lascito del quondam colà Giovanne Mirabello”. Dalla lettura della relazione redatta solo 12 anni dopo l’arrivo dei Domenicani ad Amantea, si evince come in quell’anno “li frati stanno nel palazzo del q.m Mirabello”, mentre “La Chiesa sotto il titolo di S. Dom.co [è] larga trentatrè palmi e lunga cento in circa adornata di Cappella larga dieci palmi e lunghe sedeci”. La Cappella era intitolata al “Sant.mo Rosario” e grazie ad essa la comunità “ha entrata di scudi sessanta annui”. Alla chiesa, all’epoca non ultimata, era affiancato un “dormitorio ben fondato” che “col tempo potranno essere più dormitoij col claustro affianco e larga […] massarie”, oltre al “giardino di celsi si contava trenta in circa”.

L’organico del “Con.to di S. Dom.co dell’Amantea” era però esiguo, essendo costituito da soli due membri, ovvero “il Pre Fra Giacinto Domino della Grottesca” e da “Frà Franc.sco Calone di Fossinori”, al quale si aggiungeva il “Frà Gio dell’Amantea Oblato”. Inoltre, le casse del convento in quell’anno risultavano in perdita, infatti nel 1650 le uscite, pari a scudi 253.08, superavano le entrate, pari a 234.37, di scudi 10.71. Per tali motivi, dopo appena 14 anni dalla sua fondazione, il

convento dei Domenicani di Amantea venne soppresso nel 1652 in seguito all’emanazione della bolla Instaurandae regularis disciplinae.

Concludo questa breve esposizione affermando che la stessa è stata dettata dalla volontà di risolvere i dubbi e le perplessità, troppe volte ascoltati tra gli storici locali, sulla presenza o meno dei Domenicani ad Amantea, un tema importante della storia della nostra città su cui in tanti, negli anni, si sono cimentati avanzando ipotesi non supportate da alcuna documentazione storica che validasse eventuali ricostruzioni.

Auguro buone ricerche a tutti. PhD, Ing. Alessandro Tedesco


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Numerosi atti notarili e documenti conservati nell’Archivio di Stato di Cosenza.

Archivio Segreto Vaticano, Congr. Stato Regolari I, Relationes.

Sac. Domenico Martire, Calabria Sacra e Profana, manoscritto del XVII secolo, volume II.

E. Boaga, La soppressione innocenziana dei piccoli conventi in Italia, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1971.

I. Principe, Città nuove in Calabria nel tardo Settecento, Edizione Effe Emme, Chiaravalle Centrale 1976.

F. Russo, Storia della Chiesa in Calabria, parte II, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1982.

F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, vol. II, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1982.

I. Principe, Urbanistica periferica. Città minori, storia e società nel Mezzogiorno, Frama Sud tipolitografia, Chiaravalle Centrale 1984.

Joselita Raspi Serra, Gli Ordini Mendicanti e la città: aspetti architettonici, sociali e politici, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano 1990.

F. Paolino, Architettura degli Ordini Mendicanti in Calabria nei secoli XIII-XV, Biblioteca del Cenide Editrice, 2002.

I. Principe, Dieci lezioni per una storia dell’architettura (con un’appendice narrativa), Centro Librario Unical, Rende 2005.

F. Parise, Il disegno dell’architettura cistercense in Calabria, Alinea Editrice, Firenze 2006.

A. Tedesco, Testimonianze dell’architettura francescana nel territorio amanteano. Studio storico, architettonico e artistico, Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli 2008.

A.Tedesco, Il convento di San Bernardino di Amantea. Ricerca dell’evoluzione architettonica, pubblicato sulla rivista Calabria Letteraria, anno LVIII, n.10-11-12, pp. 20-29, Soveria Mannelli

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Commenti  

 
#3 Chiatto 2017-09-14 18:45
Complimenti. Molto interessante. Sergio Chiatto
Citazione
 
 
#2 Ale Tedesco 2017-09-11 13:57
Sergio ti ringrazio, troppo buono!!
Citazione
 
 
#1 Sergio Ruggiero 2017-09-10 18:58
Mi pare non ci siano più dubbi sulla presenza domenicana ad Amantea. Peraltro la relazione fornisce qualche risposta circa la fondazione della Congregazione del SS Rosario ad Amantea (piscaturi), dato che il culto si diffuse proprio grazie ai Domenicani. Fu infatti Pietro da Verona, coevo e conoscente del fondatore Domenico di Guzman, a diffondere il culto del Rosario, nell'iconografi a rappresento da Maria che consegna il Rosario a san Domenico e a santa Chiara. Ottimo lavoro, Ale. grazie.
Citazione
 

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