Amantea - si diceva e non si dice

dialogo Amantea -  Cose che si dicevano alcune decenni fa
LOCUZIONI, ESPRESSIONI IDIOMATICHE,
MODI DI DIRE, INTERCALARI

di Antonio Cima

LOCUZIONI, ESPRESSIONI IDIOMATICHE, MODI DI DIRE, INTERCALARI
di Antonio Cima 21-02-2014

Sia in lingua madre che nei vari dialetti c'è una continua trasformazione idiomatica che induce ad acquisire nuove espressioni linguistiche e a perderne altre. Non si vuole qui trattare l'argomento nei suoi aspetti generali ma solo ricordare alcune espressioni amanteane usate tra gli anni '60 e '70 poi quasi scomparse. Si tratta di modi di dire usati prevalentemente in contesti sarcastici, scherzosi, goliardici, metaforici.
Alcuni, a volte, venivano usati in modo ossessivo intercalandoli continuamente nel discorso, anche quando non erano necessari...vediamo.
Chiunque può indicare altri termini e a completare i significati.
Alcuni sono ancora in uso in modo assolutamente sporadico come una sorta di residuo ancestrale linguistico.
Il riscontro di quanto segue è maggiore nelle persone che all'epoca -di qualunque estrazione, ceto, condizione- vivevano molto la vita di gruppo in tutti gli aspetti allora presenti.
DA POMPA: andato a male, non buono.
Usato praticamente da tutti: uomini, donne, istruiti e no, emancipati e no, colti e no.  
In qualsiasi situazione nella quale occorresse definire qualcuno o qualcosa non idoneo, cambiato in peggio, non efficiente, non affidabile, di poco valore, una sottomarca, ecc..
Si diceva (e qualche volta si dice ancora): “è fattu da pompa”, “è da pompa”.
Il termine era nato per definire il vino; quello buono era da vutta (botte) quello non buono era da pompa per assimilarlo in modo spregiativo ad acqua presa con la pompa (si evidenzia che ad Amantea il tubo flessibile di plastica (manichetta) che viene utilizzato per innaffiare, travasare, spruzzare acqua viene chiamato pompa). L'espressione da pompa ancora oggi viene occasionalmente usata.
Per esempio qualcuno ogni tanto dice: " 'sa giunta comunale è da pompa ".
Definire qualcuno ROMEO:  soggetto poco affidabile, incapace.
Di valenza prevalentemente sarcastica e raramente dispregiativa.
Esempio 1 - Nei giochi di coppia tra amici ad un “campione” che viene associato uno poco avvezzo al gioco gli si dice sorridendo: “adduvu è jiri ccu su romeo”;
Esempio 2 – ad una persona poco incline a certe attività che si cimenta con apprezzabile risultato si dice “all’anima i su romeo cc’ha fattu”
Esempio3 – In attività di gruppo qualcuno opera in modo improprio viene rimproverato: “ma si propriu nu romeo”.
T'HA CHJINU?: ti sei riempito?
A questo modo di dire erano più avvezze persone non giovanissime con modeste scolarizzazione e istruzione.
Di esclusivo uso maschile usato per chiedere lo stato di appagamento dell'interlocutore; in relazione al contesto l'essersi riempito poteva riguardare cibo, parole, vino, promesse, ecc. Proferito sia in modo astruso e goliardico e sia in modo interrogativo in riferimento ad un episodio che riguardava l'interlocutore.
Esempio 1 – incontrando un amico che rientrava a casa dall'osteria (‘a cantina) gli si chiedeva: "Franci..cum'è? t'ha chjinu?"; ovviamente il riferimento era al vino.
Esempio 2 – Camminando si vedono in lontananza due amici confabulare; uno dei due è conosciuto come “ciarlatano”; l’altro si stacca e si avvia verso di te, gli chiedi “Nicò t’ha chjinu?”;
Esempio 3 – qualcuno che è andato a Potame a raccogliere funghi, rientra con due cesti pieni, lo incontri e gli chiedi “Pascà t’ha chjinu?”
IJESCI CA T’ABAGNI: esci che ti bagni (anche arrassiti ca t'abagni)
E' questa la forma arcaica trasformata più comunemente in ESCIA CA T'ABAGNI.
E’ una espressione d’origine marinara, traslata metaforicamente nella quotidianità, usata ordinariamente dai pescatori e molto meno nella gente di terra nei casi di sottile perfidia.
La locuzione nasce con significato reale, poi accomodato figurativamente in ogni ambito.
Quando un barca rientra dalla pesca, durante il tragitto fino all’approdo, si effettuano parziali operazioni di riordino e pulizie. Arrivati a terra si svuota la barca degli attrezzi e si ripuliscono le murate e il paiolo da fango e squame. Ciò viene fatto con secchi d’acqua attinta in mare e svuotati con violenza sul battello.
Ovviamente l’acqua schizza dappertutto. Da qui il consiglio ai curiosi che si avvicinano alla barca “ijesci cca t’abagni” per evitare che si sporchino.
In realtà tale costrutto viene adoperato dai pescatori anche per tenere lontane le mani degli astanti dal pescato che resta incustodito nella barca nel breve tempo che occorre per attingere l’acqua in mare.
Nella vita comune l’uso di questo lessico, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è cosa per menti raffinate e acculturate sull’argomento, per definire una situazione di estromissione e allontanamento di un soggetto ritenuto scomodo.
Un solo esempio può bastare.
Sono molteplici le attività comunali coordinate dai vari assessori che richiedono la collaborazione del territorio: associazioni, comitati, fondazioni, singoli volenterosi, singoli esperti.
Un assessore avveduto si circonda delle risorse umane più adeguate per il buon esito finale. Ma il normale assessore è uno che non ama il confronto e il dialogo e, per questo motivo, coinvolge chi non sviluppa alcuna forma di ragionamento critico assecondando le direttive dell’amministratore. Ciò quasi sempre coincide con un duplive interesse:
a) dell’assessore che realizza l’evento e -contemporaneamente- sviluppa la clientela
b) dell’utile idiota aggregato, che non è affatto idiota, che ha comunque un tornaconto da tutelare. Completiamo la disquisizione.

Bisogna organizzare uno spettacolo in cui l’attore deve anche saper ballare e cantare.
C’è un buon attore (che si presta gratuitamente) che se la cava bene nel ballo e non sfigura nel canto, ma è persona critica che spinge verso il ragionamento, per le valutazioni condivise.
C’è un altro buon attore (che pretende una modesta ricompensa) che è un legno nel ballo ed è stonatissimo nel canto.
Il nostro assessore dirà al primo attore “ijesci cca t’abagni”. Sarà un mediocre spettacolo che costerà un po’ alla collettività.
PO ESSI? oppure PO ESSI!  - può essere? o può essere! (interrogativo o affermativo).
La forma parossistica coinvolgeva prevalentemente i giovanidi media/bassa scolarizzazione.
In quel periodo di esagerazione espressiva questa locuzione ha avuto breve durata e potrebbe essere sfuggita a tanti.
Usata ancora oggi in modo ordinario, a quei tempi utilizzata in modo ossessivo nel clima demenzialmente scherzoso del discorso. Era infilato in ogni periodo interrogativo-dubitativo ed esclamativo-affermativo.
In genere costituiva un intercalare con significato denigratorio o irridente quando si sparlava di episodi che riguardavano terze persone assenti.
Per esempio: Cicciu che spasimava per Cicchina, s’è fatto coraggio ed è andata a fermarla(*) in via Margherita; di ciò si parla.
Un gruppo di tre amici increduli e malpensanti commentano; ecco il dialogo:
Francuzzu: Cicciu ha fermatu a Cicchina..po essi?
Nicola: po essi?
Maruzzu: po essi!
Nicola: ma ppe vua po essi?
Maruzzu: po essi?
Francuzzu: po essi!
Va aggiunto che nel dire po essi in genere veniva inclinata la testa, storcendo la bocca  e spalancando un po gli occhi; ciò dava un maggiore effetto scenico al contesto.

(*) Fermare una ragazza è un concetto che richiederebbe un trattato sociologico; per i giovani di oggi il concetto è praticamente incomprensibile. Sarà trattato con specifica pagina. Per chi la ignorasse questa espressione significa: affrontare per strada una ragazza con la quale non si ha alcuna relazione di amicizia o conoscenza, dichiararle il proprio amore e chiederle se vuole fidanzarsi (forse mi sbaglio, ma mi pare che oggi l’approccio abbia subito una certa "rotazione").

VA LISCIU: lascia correre
E’ una locuzione traslata dal gioco della briscola metaforicamente adoperata per consigliare di lasciar perdere.
Esempio 1 – qualcuno chiede ad un amico un sostegno; vedendo l’amico tergiversare nel tentativo di disimpegnarsi, esclama “.E’ capitu…va lisciu”;
Esempio 2 – qualcuno tenta di fare qualcosa con metodi maldestri; un amico di passaggio scherzosamente gli grida “va lisciu chunn’è cosa a tua”
(S)ACCIU CCHI ‘NNI SACCIU: chissà cosa c'è dietro.
La massima insinuazione sui fatti altrui; su chiunque entri nell’alveo della maldicenza, anche senza nessuna veridicità (che a nessuno importa verificare), questa espressione subdola serve a indurre alla diffidenza, screditare o coprire di fango una/più persona/e.
Esempio 1 – due esponenti di partiti storicamente divergenti sono in pizzeria insieme, chi li vede :”acciu cchi ‘nni sacciu…”;
Esempio 2 -  Una piacente signora comincia a frequentare la chiesa, ove opera un giovane prete, per fare pulizie in ore diverse dalle funzioni: ”acciu cchi ‘nni sacciu…”;
Esempio 3 – Due carabinieri entrano in un appartamento; altri condomini vedono e commentano: ”acciu cchi ‘nni sacciu…”.
Nei tre casi nessuno si sognerà d’ipotizzare situazioni ordinarie, irrilevanti, prive di aspetti negativi, ma sarà messo su un carico (come nelle partite di briscola) fino a diventare morbosi argomenti del perverso quotidiano “alimento” paesano.
A MIJA ‘A CUNTI: proprio a me che la racconti.
E’ una variante equivalente di ”acciu cchi ‘nni sacciu…” in alcuni casi un rafforzativo.
CERT‘I CORICA o CERTA GENT’I CORICA: certa gente di Coreca.
Era una espressione usata quasi esclusivamente nel borgo antico prevalentemente da donne. Con tale locuzione venivano etichettate persone dal comportamento ambiguo, poco affidabili, o innominabili, in prevalenza in contesti sarcastici o insinuanti o avversativi.
Esempio 1 – alcune ragazze aspettano davanti al municipio un’amica per fare una passeggiata insieme; arriva la ragazza pavoneggiante con un nuovo vestito; qualcuna delle ragazze in attesa esclama ironicamente: “cumu si cci’a sente ‘na certa persuna ‘i Corica”.
Esempio 2 – Due donne vicine di casa che non vanno d’accordo si fanno "perfidi" dispettucci reciproci; chi in un certo momento si trova a subire l’angheria s’affaccia alla finestra e con voce stentorea esclama “’a certa gent’i Corica cci’avissunu acciungari ‘i mani”.
Esempio 3 - In una famiglia avviene un litigio tra marito e moglie; una comare s’inserisce nella contesa come paciera e viene aggredita dalla donna in dissidio coniugale. La notizia gira e qualcuno chiede alla malcapitata mediatrice cosa è successo, risposta: “ca ccu certa gent’i Corica a fari beni è delittu”.
Questa espressione è completamente desueta e riaffiora solo in rarissimi casi di reminiscenze in emigrati durante le vacanze.
fin da ragazzo mi sono sempre chiesto perché venisse citata Coreca. Da grande ho poi dedotto che ciò fosse dovuto alla necessità di non coinvolgere zone urbane per evitare reazioni durante l’utilizzo della invettiva. Avere di fronte una persona di Coreca sotto la Cicala era praticamente impossibile.
E GIA' , E LO SO' , E VA BE'
Era l'unica in lingua italiana, a scimmiottare uno stato di presunta saccenteria.
Corrisponde a “Ma và” o “Ma va là” o “Ma nò?”.
E’ durato pochi anni, in ambito esclusivamente di giovani maschi, come tormentone che dilaniava la conversazione con lo spirito che oggi viene definito gergalmente del cazzeggio.

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Commenti  

 
#1 FRANCO DANESE 2013-10-18 03:46
Grazie caro Antonio per ricordarci queste espressioni dialettali amanteane del passato. Leggo sempre attentamente tutto cio' che pubblichi nel sito sul particolare.... .e nel leggere le espressioni d'una volta....mi sembra di ritornare,anche se per momenti, bambino....sogn ando un passato che mai piu'si ritorna a vivere..Grazie e tanti saluti.----
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