Zuca e varbarella nel dialetto amanteano desueto

amantea zuca  Ha pigljatu da zuca...ci'ha tuccatu ‘a varbarella
cosa significa ciò nel dialetto amanteano desueto?

Il ricchissimo dialetto amanteano, come tanti altri, va gradualmente perdendo consistenza e utilizzo per l'ovvia e giusta crescita della lingua italiana, ma anche perché aggredito dall’ampia terminologia tecnologica, dagli spropositati inglesismi, e dagli acronimi della immediatezza contemporanea. Fossi ministro dell’Istruzione (o anche dirigente scolastico) mi adopererei per far studiare ai bambini anche il dialetto portando nelle classi gli anziani poco scolarizzati, non come alunni, ma come co-docenti linguistici. Veniamo ai titoli.

Alcuni termini del passato, tra l’altro poco usati anche allora, erano propri del contesto giovanile, della vita di strada, durante i tanti giochi che potevano creare antagonismo.
Nei confronti-scontri tra ragazzi ricorrevano, come sempre, litigi di varia natura, anche manesca, che spesso venivano sedati dagli amici presenti. Ne seguivano minacce dell’uno sull’altro, ma il giorno dopo ci si trovava compagni nella stessa squadra.
Quando l’acredine scoppiava tra due soggetti di cui uno era fisicamente più dotato e caratterialmente più aggressivo e cattivo, a volte si procedeva con un accenno di scontro fisico, ma spesso avveniva l’umiliazione del più forte sul più debole.
’U Jaccheru (lo spavaldo più grosso) agiva nei confronti del più piccolo con due modalità:
a) Con le dita gli stringeva il mento (‘a varbarella) scuotendola un po e lasciandola. Era questo un gesto di scherno, di disprezzo, di derisione che sottoponeva il soccombente alla pubblica umiliazione.
b) Lo afferrava dal collo (ci mintije ‘a zuca), con una o due mani, lo vibrava un po e lo spingeva indietro o contro una parete.
In entrambi i casi il seguito dipendeva da vari fattori e dalla capacità del sottomesso di reagire. Poteva esservi un tentativo di reazione fisica, o solo verbale. Il malcapitato rimediava parzialmente se staccava le mani dell’aggressore prima che ‘U vavusu (il borioso) lasciasse la presa.
Una forma di parziale riscatto avveniva rinviando la contesa con la famosa frase timidamente minacciosa “ca pu na vidimu”. In alcuni casi di rinuncia per evidente minore età il perdente si distaccava intimando:”ti fa ‘u jaccheri, ca pu ti fazzu acchjappari ‘i fratima grannu”.  In ogni caso lo scontro non avveniva praticamente mai.

Questi costumi infantili-giovanili fanno parte della evoluzione dell’umanità e sempre vi sarà qualcuno che sfodererà la sciabola di fronte ad altri con il fioretto.
Antonio Cima 22-01-2013

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