Salvatore Sciandra racconta di Giovanni Pascoli a Campora

sciandra salvatore Cartolina illustrata Di Salvatore Sciandra - 06-06-2013
<<Giovanni Pascoli, nel 1898, per qualche ora bloccato alla stazione ferroviaria di Campora S.G.- Serra d’Aiello>>
Forse da quell’episodio l’ispirazione da cui nacque La Siepe

Alla fine del giugno 1898, conclusa la sessione estiva all’Università di Messina, dove era stato chiamato ad insegnare Letteratura Latina, Giovanni Pascoli, accompagnato dalla sorella Mariù, stava ritornando nella sua “diletta bicocca” di Castelvecchio di Barga, per trascorrervi le vacanze estive.

            Erano saliti, con un biglietto di seconda classe, sul treno che li avrebbe portati verso la Garfagnana, e stavano percorrendo la dorsale tirrenica, come veniva altrimenti chiamata, la ferrovia tirrenica Meridionale.

            All’altezza della stazione di Campora San Giovanni – Serra d’Aiello, la locomotiva ebbe un guasto serio e bisognava ripararla o sostituirla.

            Due erano le alternative: far venire una nuova locomotiva dalla rimessa di Sant’Eufemia, più vicina come distanza, oppure una dalle officine della stazione di Paola, con qualche meccanico per verificare se era possibile riparare il guasto sul posto o bisognava agganciare e trainare la locomotiva fino a Paola.

            Venne preferita la soluzione Paola.

            Quell’inizio estate, era abbastanza caldo e molti dei passeggeri preferirono scendere dal treno e sedersi vicino alla fontanella, sotto le acacie, ad un angolo della stazione.

            I contadini che stavano lavorando in quelle marinelle, si erano avvicinati alla stazione, incuriositi dall’insolita lunga sosta che stava facendo il treno. Tra costoro, c’era qualcuno che aveva lavorato alla galleria di Coreca, addirittura come minatore, visto che la ferrovia tirrenica, Battipaglia-Paola-Reggio Calabria, era stata completata solo tre anni prima.

            Il passaggio delle vaporiere, per il Nord o per il Sud, ormai, con i loro orari, cadenzava i tempi di quella gente e di quei luoghi.

            Era quello il tempo in cui si preparavano i cannicci per adagiarvi i fichi o i pomodori da fare essiccare al sole. Il tempo in cui si raccoglievano le more dei gelsi e le foglie per la coltivazione del baco da seta. Le donne, con i figli nelle ceste, intrecciavano le cipolle a reste, per il mercato della domenica.

            Mariù, avendo saputo che sarebbe trascorso un bel po’ di tempo prima di ripartire, scese dal treno e si mise a curiosare in quella campagna, molto diversa dalla sua.

            La univa a loro, però, lo stesso spirito e lo stesso amore per la terra.

            Qui, quegli orti, erano protetti da muriccioli a secco e siepi di rovi spinosi, difficilmente scavalcabili.

            Giovanni non perdeva di vista la sorella per un solo istante e la seguiva da presso, ma, quando arrivò sotto un fico gravido di fioroni, non resistette a staccarne uno che aveva una lacrima di miele sull’ostiolo screpolato. Lo staccò dal ramo e lo mangiò così come lo aveva raccolto, pulendosi le labbra con un fazzoletto bordato di nero.

            Ernesto Coccimiglio, il contadino che lavorava quelle terre, osservando con quanta grazia, quel viaggiatore forestiero, aveva raccolto e poi mangiato il frutto, raccontò che gli era sembrato il prete nel momento dell’offertorio. Rimase così affascinato di quella gestualità sacerdotale che lo invitò, assieme alla donna che era con lui a ripararsi all’ombra dei suoi alberi.

            Il poeta, con accanto la sorella, non ebbe alcuna titubanza e accettò, senza riserve, l’invito.

            Quei pochi mesi già vissuti a Messina, gli avevano fatto conoscere la gente del Sud e sapeva bene che non era gente ipocrita e che, quando offrivano qualcosa, lo facevano di vero cuore. L’ospitalità, per loro, come avevano insegnato i padri, era ancora un valore sacro.

            Il viottolo era polveroso. Ai lati, tra pietre calcaree, cardi e forasacchi, impreziositi da papaveri e fiori di camomilla, tracciavano la strada che portava ad un pozzo, sotto un pergolo d’uva.

            La presenza dell’acqua, ed il consenso del padrone, marchese D.L., consentivano ad Ernesto di coltivare una striscia di terra ad orto. Il resto era tutto ficheto e gelseto che arrivava ai piedi delle colline, dove vigne ed uliveti la facevano da padrone.

            Giovanni Pascoli sedette sopra una panca, un po’ traballante, sotto il pergolato.

            Mariù guardava la figlia di Ernesto che giocava con una pannocchia di mais, in un tovagliolo, come se fosse una bambola, e le accarezzò tenera, la testolina.

            Melina - così si chiamava la bimba – aveva gli occhi grandi e neri ed una folta capigliatura a riccioli. Da una narice le scendeva un moccio che di tanto in tanto assaporava con la lingua. Alle orecchie la madre le aveva inforcato delle ciliegie maioline come se fossero orecchini di corallo.

            Felicia, la moglie di Ernesto, con pudore, chiese all’ospite dove stesse andando con il marito e che lavoro facessero.

            Mariù rispose che lei era solo la sorella di quel signore, di nome Giovanni Pascoli, che faceva il professore di Latino presso l’Università di Messina, che era anche un poeta e che stavano tornando a casa, in Toscana, per trascorrervi le vacanze estive. La povera Felicia capì comunque che era un maestro di quelli importanti. Poi, da un canestro, prese delle more albe e, messele sopra una foglia, che lavò nel secchio del pozzo, le porse al Poeta.

            Fece altrettanto con Mariù.

            I due ringraziarono per la gentilezza, riservata loro da quei contadini, e dissero di non averne mangiate mai così buone e saporite.        

            Pascoli chiese poi ad Ernesto qualche notizia su quelle terre, sui suoi prodotti, se il lavoro riusciva a sostenere la sua famiglia e che lui, come socialista, era stato sempre un difensore dei contadini.

            Purtroppo, ribattè Ernesto, le terre che lavorava non erano sue e, ciò che ne ricavava, non gli consentiva di tirare avanti, tant’è che quando fu costruita la ferrovia riuscì ad essere assunto, per un breve periodo, dalla ditta che si occupava delle gallerie sulla tratta Paola-Sant’Eufemia Lamezia, e che ora stava addirittura maturando l’idea di emigrare in America, in qualche acciaieria della Pensilvania.

            Poi, il fischio delle vaporiere richiamò l’attenzione dei passeggeri.

            Felicia, nel frattempo, aveva intrecciato, con foglie di fico e canne, un paniere di fortuna, dove aveva raccolto alcuni fioroni, delle albicocche mature e delle ciliegie per il viaggio.

            Si salutarono con cordialità e Mariù baciò Melina, ripulita dal moccio.

            Quando tutti risalirono sul treno, il macchinista, felice di ripartire, tirò più volte la cordicella del segnale per un fiu- uu uu uuuuu lungo e di saluto.

            Il cielo si riempì del fumo bianco e denso, spruzzato nell’azzurro da una ciminiera in pressione.

            Giovanni Pascoli ripercorse quella tratta ancora per alcuni anni. Si racconta di averlo riconosciuto affacciato dal finestrino, con un fazzoletto in mano, in cenno di saluto.

            Nel periodo 1897-1900-1904, scrisse “Primi Poemetti”, soffermatevi su questa poesia: “La Siepe”.

"La siepe"

Siepe del mio campetto, utile e pia,
che al campo sei come l'anello al dito,
che dice mia la donna che fu mia

(ch'io pur ti sono florido marito,
o bruna terra ubbidïente, che ami
chi ti piagò col vomero brunito...);

siepe che il passo chiudi co' tuoi rami
irsuti al ladro dormi 'l-dì; ma dài
ricetto ai nidi e pascolo a gli sciami;

siepe che rinforzai, che ripiantai,
quando crebbe famiglia, a mano a mano,
più lieto sempre e non più ricco mai;

d'albaspina, marruche e melograno,
tra cui la madreselva odorerà
io per te vivo libero e sovrano,

verde muraglia della mia città.

II

Oh! tu sei buona! Ha sete il passeggero;
e tu cedi i tuoi chicchi alla sua sete,
ma salvi il frutto pendulo del pero.

Nulla fornisci alle anfore segrete
della massaia: ma per te, felice
ella i ciliegi popolosi miete.

Nulla tu rendi; ma la vite dice;
quando la poto all'orlo della strada,
che si sente il cucùlo alla pendice,

dice: - Il padre tu sei che, se t'aggrada,
sì mi correggi e guidi per il pioppo;
ma la siepe è la madre che mi bada. -

- Per lei vino ho nel tino, olio nel coppo -
rispondo. I galli plaudono dall'aia;
e lieto il cane, che non è di troppo,

ch'è la tua voce, o muta siepe, abbaia.

III

E tu pur, siepe, immobile al confine,
tu parli; breve parli tu, ché, fuori,
dici un divieto acuto come spine;

dentro, un assenso bello come fiori;
siepe forte ad altrui, siepe a me pia,
come la fede che donai con gli ori,

che dice mia la donna che fu mia.

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Commenti  

 
#1 FRANCO DANESE 2015-09-08 20:31
Grazie caro amico, per ricordarci questo aneddoto tan importante per il territorio amanteano. Bella la poesía scritta dal grande Pascoli. Un abbraccio fraterno.-
Citazione
 

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