La Calavecchia raccontata da Totò Sciandra

sciandra salvatore Cartolina illustrata di Totò Sciandra
Calavecchia. Un quartiere per casa,un giuoco per sopravvivere:”Sperjimento”

Chissà se avessimo avuto la possibilità di osservarla dall’alto, come doveva apparire la Calavecchia, nelle sere gelide d’inverno, con tutti quei bracieri, davanti alle porte o sui ballatoi, che una volta accesi e portati in casa, catturavano, grandi e piccoli, per la cerimonia delle favole. Capovolgendo l’immagine, quelle braci pulsanti, dovevano sembrare le stelle di un’antica costellazione ora scomparsa. Giove, per paura che potesse anarchizzarsi, l’aveva trasformata in quartiere, dove la gente che vi avrebbe abitato, doveva nascere povera, perché la superbia, l’avrebbe potuto catturare e trasformare quei bracieri di speranza e peccato gravissimo, facilmente contraibile, in gelidi fuochi di egoismo.

   Attorno a quelle fiammelle, scaldati dallo stesso calore, quello che possono emanare solo gli umili, crescevano e diventavano adulti tutti i figli del quartiere che, durante l’intero giorno, escluso il tempo della scuola (per chi la frequentava), vivevano senza catene all’aria aperta.

   Vivere sotto quei triangoli d’azzurro, che erano i cieli ritagliati a squadra, per coprire quell’angolo di città, significava essere invidiati dagli altri ragazzi del paese che avevano sì! I propri quartieri, ma che non possedevano le stesse caratteristiche d’isola che aveva la Calavecchia. Ad essa si avvicinava un po’ il quartiere “Chianura”, ma da un lato esso era fisicamente attaccato anche alla “Chiazza”.

   La gioia che si leggeva su quei volti di pietra, quando le fornacelle accese cuocevano cibi guadagnati alla povertà, si spargeva, per quegli anfratti, confusa agli odori che emanavano quelle pentole, attorno a cui, miagolìì di gatti randagi e sommessi guaìti di cani, mendicavano di poter, in qualche maniera, partecipare ad un’equa spartizione o, quanto meno, alla condivisione di ciò che stava cocendo.

   L’anima vera, la ricchezza del Quartiere, erano,senz’ombra di dubbio, i ragazzi che vi abitavano, sia maschi che femmine che, non di rado, intrecciavano i loro giuochi, creando quella sana promiscuità che riportava al tempo di Saturno.

   Proprio il giuoco, quindi, disegnava, con tratti netti e decisi, la natura, l’indole, il carattere di quelle brigate che animavano, dal mattino alla sera, il più antico borgo marinaro di Amantea.

   Lo “Sperjimento” si giocava a squadre e rappresentava il fratello maggiore dell’”ammucciatella”, quello che richiedeva coraggio e soprattutto conoscenza accurata della zona, che comprendeva anche alcuni orti, dove non tutti riuscivano ad entrare, protetti, com’erano ,da folte e spinose siepi di rovi e di fichi d’india, che schierati a frangivento, ostacolavano il passaggio anche ad animali agili e sinuosi come i gatti, ma che d’estate offrivano frutti raccolti con avidità e messi sul mercato deambulante della spiaggia.

   L’eroe conclamato e indiscusso, quello che aveva guadagnato il titolo di “introvabile”, che, da tutti noi più piccoli d’età, era stato elevato a mito, era Alduzzu  ‘u sgriencu.

   Quando Alduzzu partiva per andare a nascondersi, significava salutarlo per poi rivederlo il giorno dopo. E non c’era verso di poter conoscere i suoi nascondigli. Non li rivelava a nessuno. Qualcuno, indispettito del fatto affermò che barava perché, una volta entrato negli orti, facendo finta di andarsi a nascondere nelle sue tane, svicolava astutamente, invece, verso casa, per andare ad infilarsi nel suo letto e dormire placidamente, lasciando che gli altri continuassero la caccia.

   Lo “sperjimento”,infatti, essendo il giuoco principe, l’ultimo delle lunghe giornate dei giuochi all’aperto, chiudeva, di fatto, le attività ludiche del quartiere, per cui, i più scaltri e i più burloni, tra quelli che andavano a nascondersi, prendevano placidamente la via di casa, lasciando agli altri l’incombenza di cercare invano.

   Noi avevamo formato, per giocare a “Sperjimento” e ad altri giuochi di squadra, tre gruppi, con altrettanti capi, e pur se il giuoco cominciava con la conta per scegliere, di volta in volta, i soldati, i componenti le squadre, rimanevano quasi sempre gli stessi. Solo ogni tanto, quando nasceva all’interno del gruppo qualche dissapore, si assisteva, per vendetta, al passaggio di qualcuno nelle fila nemiche.

   Carn’i ciucciu, Chiurillu, Peppiniellu u nerbusu, erano i tre capi riconosciuti unanimemente,e la rivalità tra di loro spesso arrivava persino allo scontro fisico,ed anche quando era un loro soldato a commettere lo sgarro,intervenivano in prima persona.

   Erano tre ragazzi forti ed ognuno di loro aveva un proprio eroe,dei fumetti o del cinema,da emulare.

   Carn’i ciucciu era tutto preso del Tartan di Jonny Weissmuller e spesso,rimanendo a dorso nudo,battendosi i pugni sul petto,urlava come il re della foresta;Vincevo B.,suo cugino,biondo e riccioluto,pieno di efelidi,faceva “Piccolo” e Franchinella, la sorella minore,era Jane. Mancava solo Cita,sostituita,ogni tanto,da qualche gallina di Cicchino. Spesso si arrampicava sugli alberi,volteggiando di ramo in ramo. Io facevo parte della sua squadra;nel mio orto il fico,l’arancio,il banano,la vite ed il pollaio di mio zio,procuravano sostentamento per Tartan e famiglia.Ero anche difeso però quando cadevo in mano dei più prepotenti del quartiere o di qualche banda di altri rioni.

   Peppiniellu u nerbusu era Akim, un eroe siile a Tartan e Vincenzo,il suo fratellastro,adottato da Peppinella appena nato,più piccolo di lui,era la sua mascotte. Del suo gruppo faceva parte anche Micu i Colla,gigante buono,che difficilmente,vista la sua mole,riusciva a mimetizzarsi.

   Peppiniellu era più rissoso ed impulsivo di Carn’i Ciucciu,e portava con sé sempre una forchetta,che di solito usava assieme ad un coltello per sbucciare i fichi d’india,ma che, all’occorrenza, legata ad una canna di bambù,diventava una fiocina per il suo safari:caccia alle lucertole,ai serpenti,ai gatti ed ai polli.

   In rappresentanza dei due gruppi,a volte,si fronteggiavano i più piccoli,per cui,non di rado,vedevi lottare tra loro i due Vincenti.”Piccolo”,ovvero Vincenzo B.,aveva quasi sempre la meglio.

   Chiurillu era Zagor ed era un tipo più solitario ed amava,pur essendo seguito da alcuni ragazzi fedeli,farsi la squadra sul momento. Era l’eroe solitario e non sopportava palle al piede,né testimoni indiscreti e chiacchieroni.

   Ognuno di loro credeva di essere imbattibile. Noi eravamo solo spettatori interessati.

   Lo “Sperjimento” diventava così l’agone nobile in cui misuravano le loro capacità,le strategie del giuoco,il campo in cui si mettevano alla prova la loro credibilità e il ruolo di primo attore all’interno del gruppo;  ecco perché loro erano le persone più difficili da scovare.

   Il giuoco di “Sperjimento” era quindi l’ultimo della giornata,fatto quando ormai era buio e ci si poteva meglio nascondere. Ogni anfratto,qualsiasi buco,poteva essere considerato un possibile nascondiglio. Le stesse tegole del tetto del cucinotto di Elvira Cannella o i cantoni degli scoli dell’acqua piovana,senza contare porcili e pollai degli orti,erano possibili rifugi,molte volte fuori dalla logica del giuoco.

   I ragazzi della Calavecchia consumavano la propria “cena” all’aria aperta,seduti ad uno dei gradini delle scale delle case che si affacciavano sulla via. Non tutti avevano però la possibilità di farlo,non tutti cenavano. Qualcuno aspettava proprio quel momento per mettere qualcosa sotto i denti,offerta volontaria o procurata con il “quagliarame”.

   La mancanza di cibo,la povertà,non creava mai disagi o discriminazione tra quei ragazzi,anzi era forse ciò che,al contrario,cementava le amicizie,creava solidarietà,procurava coinvolgimenti.

   Sistemati così,per un po’, i crampi della fame,si passava al giuoco.

   Due erano le squadre che di volta in volta si affrontavano e la vincitrice,nel turno successivo,veniva sfidata da quella che era rimasta fuori,creando di fatto un’alternanza che si sviluppava nel tempo.

   Sorteggiato,con la conta,chi cominciava a scegliere i componenti del gruppo e, successivamente, chi doveva nascondersi e chi scovare i nascosti, si passava alla fase esecutiva.

   La squadra ,che doveva nascondersi, lasciava un “palo”a controllare che,quella che avrebbe dovuto cercare,fosse tutta riunita al punto di partenza senza che nessuno si fosse mosso anticipatamente,per qualche eventuale spiata;poi,stabilita la conta,anche lui sarebbe andato a nascondersi gridando,per dare il via alla caccia,la parola “sperjimento”.

   Vinceva la gara chi riusciva a scovare tutti i componenti della squadra avversaria nascosta,oppure per la resa di quella che buttava la spugna riuscendo a non completare il giuoco,perché mancava all’appello qualche membro dell’altra.

   Non tutte le sere era possibile giocare a “sperjimento” e le ragioni erano diverse.

Alcune volte perché erano assenti i capi,impegnati in qualche scorreria fuori quartiere,e nessuno osava o si assumeva la responsabilità di sostituirli;altre volte perché i ragazzi rimasti in strada erano pochissimi;altre ancora perché i proprietari degli orti,luoghi scelti per il nascondiglio, erano allertati e molto irritati per aver trovati letteralmente depredati gli aranci,le cipolle,le fave o i piselli, mentre nei nidi dei pollai rimanevano solo i gusci delle uova,bucati nei due poli,oltre a quelle sicuramente asportate con cura. Senza contare che qualche “faina” faceva perdere le tracce di galline di cui rimanevano solo alcune penne che testimoniavano la strenua resistenza dei pennuti al nemico di sempre. Anche qualche coniglio, trovando un pertugio nella gabbia,prendeva la via di fuga e spariva senza più tornare.

   Era allora che alcune fornacelle diffondevano odori di cucinato del tutto diversi dall’usuale e l’origano e le foglie d’alloro giustificavano certi sapori per specifiche pietanze.

   Questo,comunque,era il giuoco dello “sperjimento”:un’occasione per dimostrare il proprio coraggio,un’occasione per mangiare frutta e verdura,direttamente sul luogo di produzione,appena colte e freschissime, senza disperdere le qualità nutritive ed organolettiche;un’occasione per mostrare la propria furbizia,scomparendo letteralmente dalla circolazione,magari andando tranquillamente a nascondersi nel proprio letto ed a chi,avendo scoperto il trucco,credendo di riuscire a sorprenderlo in quei carnai che erano i dormitori di tantissime case,si trovava ad essere assalito,con sberle e calci,da un numero impressionante di fantasmi,che proteggevano anch’essi il loro eroe.

   Era chiaro(a posteriori) che,in quel caso, l’eroe aveva riempito il suo carniere ed aveva portato a casa refurtiva sempre gradita e mai restituita,se non sotto la naturale forma di digestione,propria del ciclo della vita.

   In quel giuoco nessuno rispettava il vecchio adagio:<<Si si và a ligni, si và a ligni; si si và a vurza, si và a vurza!>>, ma l’occasione faceva l’uomo ladro, lasciandogli esclamare, con candore disarmante: <<Addùvu cuogliu…cuogliu!>>, un esercizio di sopravvivenza individuale.

   E la fame,in quegli anni,andava a dormire,si svegliava,camminava e giocava accanto a quei ragazzi che,quotidianamente,dovevano svolgere i compiti,senza potersene sottrarre,che la strada assegnava loro.

   Tutti, emigrati all’estero, seguirono le orme di FedericoII.

                                                                            Salvatore Sciandra 26-11-2011

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