Frascineto, asceterio basiliano Madonna di Lassù

frascineto madonna lassu Antropologia arbereshe di Calabria
A Frascineto, nel Parco Nazionale del Pollino

Il santuario della Madonna degli Aramei

o delle Armi o santuario della Madonna di Lassù.
Escursione sul monte e preghiera con rito ortodosso durante la ricorrenza della 2ª domenica dopo Pasqua

Frascineto sabato 9 aprile 2016
I ruderi del santuario della Madonna degli Aramei o delle Armi, noto con il nome di santuario della Madonna di Lassù (Shën Mëria Këtje Lartë in lingua albanese), si trova ad un’altezza di 850 metri in un anfratto delle rocce del Timpone del Corvo a nord dell’abitato di Frascineto, ricadente nella frazione Ejanina. La struttura muraria dell’edificio, risalente al X-XI secolo, addossata alla roccia nei lati ovest e nord con ingresso volto a sud, è composta da due livelli che comprendevano varie celle funzionali come asceteri per penitenza e contemplazione per i monaci basiliani del monastero di San Pietro esistente nel circondario. Ad est del romitorio trovasi una piccola cavità sicuramente utile per funzioni logistiche e domestiche. All’interno è chiaramente visibile, e parzialmente funzionante, un sistema di raccolta acqua filtrante dalle pareti.

Dall’eremo si osserva la vasta area pianeggiante da Frascineto a Castrovillari e il tracciato della A3. Alcuni consistenti alberi elevatisi davanti alla parte sud nascondono parzialmente la struttura alla vista. Intorno è apprezzabile ogni sorta di pianta, erba, arbusto, fiore della flora del Pollino. continua dopo le foto


I ruderi si trovano a 7-8 km dall’abitato; si arriva in auto alla base del costone poi si sale a piedi, per un paio di km circa, tra i sentieri in parte tracciati e in parte ad orientamento facilmente deducibile. Non presenta particolari difficoltà tranne che fare attenzione alle innumerevoli pietre lungo il tracciato.
Ogni anno, la seconda domenica dopo Pasqua a Frascineto ricorre la festa della Madonna di Lassù. Il sabato precedente, fedeli ed appassionati di ambiente si recano al santuario, in compagnia di un sacerdote, per celebrare un rito religioso. Non si tratta di una messa ma di orazioni e canti nell’idioma connaturato ai riti ortodossi, con spazi anche in lingua italiana e latina. Conclude il rito religioso la specifica canzone il lingua albanese “O Santa Maria di Lassù” (vedi testo tra le foto) che emoziona tutti i partecipanti che cantano con trasporto.

La partecipazione a questo evento era in programma da lungo tempo; ritorniamo volentieri nel Pollino dodici giorni dopo le Vallje di Civita e Frascineto.
Mi ero già messo in contatto con il parroco Otvs Gabriel Sebastian per conoscere tempi e itinerario.
Arriviamo davanti alla chiesa di Santa Maria Assunta prima delle ore 14, c’è da aspettare, facciamo un giro per le pulite e ordinate strade cittadine; il decoro urbano è un elemento primario della cultura arbereshe di Calabria. Splende il sole, ma non è previsto che duri a lungo.
Cominciano ad arrivare le prime auto davanti alla chiesa, poi altre, poi arriva il parroco con i familiari. Si parte alle ore 14.40, alcuni minuti per i 4-5 km da fare e ci fermiamo davanti al cancello che impedisce di continuare sull’ampia strada che s’inerpica verso la montagna. La conta di quanti siamo e volgiamo naso e gambe in su, per un po sulla strada asfaltata e malandata e poi per il sentiero in prevalenza da immaginare.
Siamo una pattuglia composita di varia età, anche bambini; con noi alcuni addetti della Protezione Civile. Lungo i tornanti la vista va verso la vallata che si amplia sempre più regalando la vista di Frascineto e Castrovillari dall’alto, alle cui spalle si erge la catena che comprende Firmo, Acquaformosa, Alessandria del Carretto, Saracena ed altri piccoli comuni del Parco del Pollino. Circa mezz’ora di ascesa ed arriviamo. Tutti trovano posto a sedere su qualche masso in quella sorta di anfiteatro ad est del santuario. Il tempo di riprender fiato, il parroco si dispone volto al santuario, accende due lumini accanto ad un mucchio di pietre, che simboleggiano l’evento dedicato ai riti mariani della montagna, e iniziano le orazioni collettive, solo in minima parte pronunciate esclusivamente dal parroco. Chi è aduso alle litanie religiose cattoliche deve portar pazienza ad un rito ortodosso; il vedere e il sentire dei bizantini sono cose armoniose e maggiormente durevoli.
Poco più di mezz’ora e si conclude con il canto dell’inno alla Madonna di Lassù.
Il clima è piacevolissimo, la vista dell’ambiente solo le foto possono esprimerla, una specie di euforia di fondo prende i convenuti, ma siamo in montagna. Si discute, si guarda, si ammira, si fotografa il panorama e quella struttura che sta li da mille anni, in silenzio da vari secoli ormai.
Il tempo per guardarlo attentamente il romitorio e immaginare i penitenti monaci di mille anni fa arrivare fin quassù per meditare, contemplare e vivere compiutamente la loro fede.

Tempo è per riprendere la china, il gruppo s’incolonna, i padri prendono per mano i bambini, le nuvole si fanno più dense e scure, ma spazio abbiamo per arrivar prima.
I colori soffusi delle ore che anticipano il crepuscolo non riesci a contenerli nella varietà di toni e riflessi. Nella discesa si verifica una cosa straordinariamente affascinante: tanti degli adulti in fila indiana iniziano ad intonare dei melodiosi canti in idioma del luogo. Dalla testa della fila qualcuno avvia con toni acuti la melodia, dal fondo un altro si alterna e a seguire tutti in coro. I motivi cambiano, qualcuno sembra una ridda pur essendo disuniti e incolonnati.
Arriviamo alle auto poco dopo le ore 17,30, qualche minuto di conversazione in attesa che arrivino tutti. A questo punto è formalmente concluso l’evento che per qualcuno è stato essenzialmente religioso, per qualcuno bucolico, per altri entrambi gli aspetti.
Certamente per tutti, noi compresi, è stato uno spazio esistenziale che in gergo marinano amanteano diremmo che appare llu latu, e lo ha pareggiato grandemente il lato questo pomeriggio montano nel Parco Nazionale del Pollino cosentino.

Salutiamo e ci avviamo che sono quasi le ore 18; ci fermiamo alla stazione di Tarsia per il caffè.
Accanto alla cassa su un banchetto sono accatastati tanti libri; alcuni titolano con riferimento al turismo calabrese. Per l’ora e un quarto di guida necessaria per arrivare a casa ho pensato al turismo calabrese e alle tante risorse e opportunità che non riusciamo a cogliere.
Alla fine la solita conclusione dei calabresi che non conosciamo la Calabria, se non la conosci non la puoi amare, se non l’ami non la puoi promuovere.
Antonio Cima 10-04-2016
 

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Commenti  

 
#1 sergio ruggiero 2018-04-14 09:20
Conoscere, amare. Grazie Antonio
Citazione
 

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