Festa dei Morti a San Demetrio Corone

san demetrio corone festa morti Antiche usanze e riti nei comuni albanesi di Calabria
la Festa dei Morti a San Demetrio Corone
Sulle tombe il convivio in ricordo dei defunti
Nelle case la Paneghia con condivisione del pane
Un evento che si perpetua una settima prima di carnevale

Premessa
Nella pagina viene mostrato un rito antichissimo variamente documentato sul web. Trattasi di evento pubblico in luogo pubblico con tutte le libere facoltà documentali del caso. Nonostante la volontà delle persone coinvolte a mostrarsi, addirittura a chiedere di comparire, si è ritenuto confacente la limitazione visiva di alcune foto. Il servizio essenzializza alcuni aspetti rimandando ad altri spazi del web che tale evento approfondiscono in maniera esaustiva, vedere:

D’amico dal sito arbitalia                De Cicco dal sito arbitalia    
Dall’associazione menti pensanti     video Youtube sulla paneghia

La Festa dei morti di San Demetrio Corone
Ce n’è da raccontare cose antiche della Calabria, e tante, e ancor più di quelle riguardanti il vasto popolo della comunità arbereshe che mantiene, nonostante la riluttante modernità, usi e costumi remoti portati dal XV secolo dal versante orientale dell’Adriatico e dello Ionio.
Si tratta in prevalenza di piccoli paesi del cosentino che si identificano pienamente nelle radici di Giorgio Castriota Scanderbeg.
Nelle località più consistenti meglio si perpetuano le usanze dei luoghi di origine.
Una di questa è la Festa dei Morti che ricorre una settimana prima di Carnevale. 

 

Tutto ciò che riguarda questa usanza evidenzia la differente interpretazione del concetto di vita e di morte tra popoli e terre di levante e di ponente del Mediterraneo e, nello specifico, il diverso approccio tra ortodossi e cattolici.
Si rimanda ai link di cui sopra per gli approfondimenti, si procede nel racconto della giornata.

Nell’Arberia è antico convincimento che in tale settimana le anime vaganti nel purgatorio ritornino nei luoghi di origine girando negli ambiti a loro appartenuti. Durante la settimana varie ritualità vengono osservate in considerazione di tali presenze. Il sabato che conclude la settimana è dedicato al convivio di congedo. In passato una complessa ritualità avveniva in tale giorno da come emerge nell’ampia letteratura in materia.
Compito di tale pagina è raccontare quanto osservato sabato 30 gennaio 2016 a San Demetrio Corone.

Nei dieci minuti che precedono le ore 8 del mattino si ritrovano nella Chiesa matrice di San Demetrio Megalomartire i sandemetresi che intendono partecipare al rito, in grande prevalenza donne di età matura.
Poco dopo le ore 8 inizia la processione che conduce al cimitero; in testa al corteo una essenziale croce di color nero portata inizialmente da un uomo e poi da tante donne che si danno il cambio continuamente.
Nella circa mezzora necessaria per arrivare alle tombe una continua recita di preghiere e canti alternando lingua albanese e lingua italiana.
Davanti al cimitero alcune bancarelle con fiori come nella ricorrenza dei defunti del 2 novembre cattolico.

Entrando nell’ambito cimiteriale si ha la percezione chiara del concetto di “riguardo” per gli “spazi” oltre la vita. Una quantità inverosimile di cappelle e tombe di famiglia per una comunità che conta meno di quattromila persone e pochi loculi di tipo ordinario, di destinazione collettiva.
Il corteo attraversa un lungo viale portandosi nella chiesetta all’estremità est dell’area cimitariale.
Il parroco officiante inizia intorno alle ore 9 la liturgia pertinente con modalità specifica della religione ortodossa, alternando albanese e italiano, con tempi decisamente prolungati rispetto alla ritualità cattolica.
Pochissimi trovano posto nella piccola navata e in tanti fuori a ridosso delle cappelle.
La celebrazione si conclude con il parroco sulla porta della chiesetta che invita i presenti a pregare tutti i giorni, anche per un solo secondo.
Finisce qui la parte propriamente religiosa; i presenti si orientano verso i loculi di appartenenza con fiori, candele, lumini dialogando sommessamente, qualcuno in silenzio, chi con moderato pianto.

E’ questo il momento del convivio alimentare sulle lapidi.
Da quanto è dato vedere si percepisce in modo chiaro che la pratica di tale usanza va attenuandosi sensibilmente lasciando presumere un futuro basato sui ricordi.
Ho girato l’intera area cimiteriale due volte, mi sono fermato nei punti in cui la tradizione trova riscontro.
Nel viale centrale due donne, mamma e figlia, offrono le cibarie e invitano alla partecipazione.
Traspare un forte sentimento sul volto della giovane che non può non essere condiviso. Offrono caramelle, dolci fatti in casa e vino.
In una cappella di famiglia sul lato nord una signora di mezz’età, in un misto di pianto e compiacimento, parla della sua mamma che in vita diceva di voler essere ricordata in questo giorno; versa caffè da un thermos che offre con dolcetti di mandorla.
Nella parte sud-ovest su una lapide ampia e alta si evidenziano una bottiglia di vino, bicchieri di plastica e taralli. Una signora porge ai passanti con fare accogliente e gentile.
In una piccola cappella con il cancelletto aperto, senza presenza di parenti, su un tavolo un cestino colmo di caramelle.
Nei pressi dell’ingresso, in una cappella stretta e alta, un signore non giovanissimo ha allestito un piccolo tavolo con gli alimenti che in passato erano prevalenti: pane, vino, formaggio, salsiccia, mortadella, tutto sminuzzato adeguatamente alla bisogna.
Dal fare dell’uomo traspare un orgoglio ineludibile che coinvolge in un brindisi con un goccio di vino che fa seguito al caffè di qualche minuto prima.
Vedo in lontananza un uomo, più vecchio che anziano, con una mano sulla lapide e nell’altra una sigaretta che fuma con palese esternazione di modo, quasi scenica. Mi avvicino ma non fotografo. Il fumo è un altro elemento di questa antica consuetudine.
Sono quasi le ore 11, esco dal cimitero e mi avvio verso il paese; alcune anziane signore che mi precedono sul viale si fermano davanti all’obelisco dedicato ai caduti in guerra.
Ciascuna delle donne posa un piccolo sasso sulla cornice del basamento, ogni sasso in ricordo di un caduto. Ciò era stato fatto anche dal parroco e da altre persone nel tragitto opposto.

Arrivo in centro paese che non sono ancora le ore 12; l’eccessivo sole di fine gennaio crea un’atmosfera di anticipata primavera, qualche giovane addirittura in maglietta estiva, nella piazza centrale crocchi di uomini a riprendere con parole diverse il solito dire.
Ma la giornata dedicata ai defunti prevede, a quest’ora, la pratica della Paneghia nelle case.
Il parroco, con alcuni assistenti, si è avviato subito dopo la messa, tante famiglie lo aspettano in casa per il rito, mentre io mi sono attardato in cimitero per quanto sopra descritto.
Mi metto a girare nella zona del paese che stimo essere la più popolana, spero d’incontrare il parroco. Così è e mi aggrego al gruppo itinerante.

La "paneghia" consiste nella elevazione del pane sacro offrendo ai presenti, in genere parenti e vicini, un pezzo di pane con sopra un cucchiaio di grano bollito e un bicchiere di vino.
Partecipo a tale culto in quattro abitazioni. E’ sorprendente l’accoglienza fatta ad estranei in casa, addirittura con gratitudine come per un privilegio ricevuto.
In una casa, sul tavolo, insieme a pane, riso e vino sono state allineate tante piccole cornici argentate con foto di defunti di famiglia.
Nella quattro case mi è stato concesso di fare le riprese ma per la visione rimando ad un video presente sul web che tratta l’argomento in modo ampio e approfondito.

E’ quasi ora di pranzo, lascio il gruppo dei praticanti che continuano in altre case. Tra loro un anziano buonuomo accetta un dono alimentare in ogni famiglia. Era antica usanza in questo giorno che poveri si recassero presso famiglie agiate per un sostegno.
Leggendo varie pubblicazioni risulta che in serata altri aspetti della ricorrenza saranno praticati. In alcuni locali pubblici spazi conviviali specifici e nelle case il desco familiare opportunamente allestito.
Corrono i tempi che modificano i costumi, le generazioni che seguono si aggregano al divenire, ciò che è in sintonia permane, il resto finisce nella memoria e negli spazi che lo raccontano, così è sempre stato e non v’è motivo alcuno perché non continui ad esserlo.
Antonio Cima 31-01-2016


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